Gli Incredibili 2. Recensione in anteprima!

Gli Incredibili 2 ***

Compagno di corso di John Lasseter alla California Institute of the Arts, Brad Bird entra giovanissimo alla Disney, condividendo con Tim Burton i primi progetti sperimentali d’animazione. Dopo aver cercato inutilmente di adattare per molti anni The Spirit di Will Eisner, lavora per Spielberg come sceneggiatore per la serie Amazing Stories, e poi entra a far parte della grande famiglia dei Simpsons, creando il personaggio di Krusty il Clown.

E’ la Warner a dargli l’opportunità della vita, con l’adattamento del libro The Iron Man di Ted Hughes, ma Il gigante di ferro, il suo primo lungometraggio animato nel 1999, è tanto epocale, quanto sfortunato al box office. Passano così altri cinque anni prima che la Pixar di John Lasseter lo inviti a realizzare il suo secondo film, Gli Incredibili, che lo consacra come uno dei maestri dell’animazione statunitense.

Dopo i due Oscar conquistati con Gli incredibili, appunto, e con Ratouille, Bird viene trascinato da Tom Cruise nel quarto Mission: Impossibile – Protocollo fantasma, che rilancia la serie e fa del regista un piccolo Re Mida. Il successivo Tomorrowland con Clooney è un imprevedibile fallimento, che lo riporta alla Pixar e all’animazione.

Il primo film de Gli Incredibili fondeva alla perfezione alcuni topoi classici dei cinecomics, con l’essenzialità, fuori dal tempo, dei film di spionaggio e avventura degli anni ’60, raccontando come gli effetti collaterali delle imprese dei supereroi e un sentimento popolare sempre più ostile, avessero spinto il governo a metterli al bando, costringendoli ad una prematura e noiosa ‘pensione’.

Stretti nei panni ordinari dei loro alter ego, senza maschera e costume, Mr.Incredible ed Elastic Girl erano convolati a nozze, lui impiegato in una compagnia assicurativa, lei casalinga, impegnata ad accudire i loro tre figli: l’adolescente timida Violetta, capace di rendersi invisibile e di creare campi di forza impenetrabili, il velocissimo Flash e il neonato Jack-Jack.

Quando però lo storico e petulante piccolo fan di Mr.Incredible, l’umanissimo Buddy – trasformatosi da adulto nel pericoloso e tecnologico Sindrome – architettava un piano per sterminare i vecchi supereroi ed emergere quale unico vero salvatore del genere umano, la famiglia di Mr.Incredible era costretta a rimettere i costumi di un tempo, sapientemente aggiornati dalla stilista Edna Mode, per combattere la nuova minaccia.

Il film originale, che usciva nel pieno della War on Terror e delle campagne in Afghanistan e Iraq, era tanto una riflessione sul ruolo dell’eroe e sulle sue responsabilità, quanto un’esaltazione un po’conservatrice del rapace individualismo aristocratico made in usa e della sua supremazia morale, nel quale conta un solo nucleo sociale: la tradizionale monade familiare americana.

Non a caso il villain da combattere era proprio un eroe mancato, un ragazzino senza poteri, capace di superare con lo studio, l’innovazione e l’astuzia, i propri limiti. Dietro la sua elegantissima e lussuosa visionarietà, capace di unire il look sixties, l’esotismo e la megalomania fantascientifica di tutta la serie classica di James Bond – Gli incredibili sembrava voler sconfessare, in filigrana, ogni progressione sociale, in favore di un’eccezionalità, che si acquista solo per nascita e che si trasmette di padre in figlio.

Gli eroi prematuramente pensionati non rimpiangevano mai il loro ruolo sociale, quanto il brivido dell’azione, l’afflato superomistico delle loro imprese.

Questo secondo capitolo, che comincia esattamente dove finiva il primo, con la caccia al Minatore, ritorna solo in parte sui temi del primo, ma opera uno slittamento di senso significativo e regala un ruolo da protagonista, come da nuovo copione Disney, alle donne, in primis Elastic Girl.

Dopo aver fermato l’enorme talpa meccanica del Minatore, non senza importanti danni collaterali, che mettono in discussione ancora una volta la loro utilità, i super devono affrontare la fine del programma speciale di protezione, che il governo aveva creato per loro.

A venire soccorso della loro causa sono due fratelli, Winston e Evelyn Deavor, a capo di una grande società di comunicazioni, la DEVTECH: entrambi fan dei super, come lo era loro padre, decidono di aiutare gli eroi a comunicare meglio le loro imprese.

Il volto simbolo di questa nuova campagna positiva sarà Elastic Girl. L’ingombrante Mr.Incredible, sarà invece costretto ad assaporare le difficoltà della vita casalinga.

Mentre Elastic Girl salva i passeggeri di un nuovo super treno e poi un’ambasciatrice in pericolo, scoprendo che dietro questi attentati c’è un nuovo villain, chiamato Screenslaver, capace di ipnotizzare le sue vittime grazie all’uso degli schermi tv, Mr. Incredible fa i compiti di matematica con Flash, diventa il bersaglio della ribelle Violetta e scopre gli enormi poteri di Jack Jack.

Ma chi è davvero Screenslaver e chi si cela dietro di lui…

Audace, innovativa e cinetica, la regia di Bird si esercita su un copione non sempre all’altezza, che dopo un incipit a rotta di collo, si adagia su una lunga parte centrale molto più di maniera.

Come spesso accade nei film della Pixar sono le immagini, la loro rappresentazione e il loro utilizzo al centro del discorso. Bird racconta quanto siamo succubi delle manipolazioni che la comunicazione opera sulla percerzione degli eventi, anche e soprattutto attraverso la proliferazione di schermi che hanno riempito la nostra vita.

Ma se la riflessione tra verità e menzogna, tra falsificazione e realismo ontologico dell’immagine è interessante, ma non certo originale – riprendendo temi su cui molti cineasti hanno costruito riflessioni ancor più originali e profetiche, si pensi a Welles e De Palma in primis – mi sembra più interessante il nuovo confronto con lo statuto dell’eroe, così centrale nella riflessione americana post 11 settembre.

Nonostante i quattordici anni di pausa, Gli Incredibili 2 riprendere il discorso esattamente nello stesso modo con cui l’aveva concluso allora, ma questa volta i supereroi, divenuti paria senza diritti, senza identità e senza patria, assomigliano molto di più ai migranti, che vivono nelle nostre città in un’invisibilità, senza effetti speciali.

Sono passati molti anni dal primo episodio e il contesto sociale e culturale è molto cambiato. Bird ne tiene conto e lo lascia trasparire a poco a poco, senza mai dimenticarsi che la sua missione è quella del grande affabulatore.

Ed allora i momenti migliori sono forse quelli con il piccolo Jack Jack, che mostra i suoi primi straordinari poteri e conquista anche la compassata Edna Mode.

Ma Bird rimane un maestro nell’orchestrare grandi set d’azione ed in particolare nella messa in scena di fughe e inseguimenti senza fiato, come nello strepitoso finale su una nave lanciata a tutta velocità verso la metropoli: dietro questo divertito affannarsi, dietro il tono leggero e comico ed il gioco degli stereotipi familiari ribaltati, come un film di cinquant’anni fa, c’è una battaglia identitaria che deve confrontarsi con il desiderio di vendetta personale.

La riflessione sul ruolo dell’eroe è diventata metafora più universale. Ciascuno ha diritto di trovare il suo posto nel mondo, senza sconfessare la propria natura e la propria cultura: per un blockbuster estivo, nato dall’incrocio tra l’escapismo bondiano e quello degli eroi in costume, non è poco.

 

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