Cannes 2018. En guerre – At War

En guerre – At War **1/2

Despite heavy financial sacrifices on the part of their employees and record profits that year, the management of Perrin Industries decides to shut down a factory. The 1100 employees, led by their spokesman Laurent Amédéo, decide to fight this brutal decision, ready to do everything to save their jobs.

Il francese Brizé ritona in concorso a Cannes con un film applauditissimo, che sembra formare un dittico esemplare sulle dinamiche del mondo del lavoro, assieme al suo precedente La legge del mercato.

Anche qui il protagonista è Vincent Lindon, nei panni di un delegato sindacale di uno stabilimento di una grande azienda automobilistica tedesca, che si trova a dover affrontare una nuova crisi di produzione.

Lo spettro della chiusura è quello più evocato dagli emissari della proprietà, anche se, solo due anni prima i lavoratori avevano accettato di lavorare 5 ore in più alla settimana senza essere remunerati, rinunciando anche ai bonus di produzione.

Laurent vuole che l’azienda eviti la chiusura, mantenendo fede all’accordo precedente. Ma altri delegati accettano di venire a patti con i tedeschi, negoziando l’entità del bonus d’uscita.

La spaccatura del fronte sindacale si ripercuote sui negoziati, che finiscono per degenerare nella violenza.

Il film di Brizé è tutto chiuso nella prospettiva della fabbrica, come luogo assoluto, campo di battaglia senza vie di fuga, dove si combatte una guerra senza esclusione di colpi, alternando fronti e trincee.

Non c’è spazio per molto altro, in un film che vuole mostrare il conflitto sociale nella sua forma più radicale e realistica. Immagini documentaristiche si alternano a pezzi tratti da servizi televisivi, nel formare un mélange visivo opprimente e totalizzante, in cui il cinema sembra dover fare un passo indietro lasciando spazio al racconto in presa diretta, embedded.

Quando ci si batte per il lavoro non esiste più nient’altro, sembra dirci Brizé. E Laurent interpreta il suo ruolo come una missione laica, a cui sacrificare tutto. Solo la nascita di un nipotino sembra distrarlo momentaneamente dal suo compito. Ma è solo un’illusione, che prelude alla svolta più tragica del film.

Tattica e strategia vengono discusse a lungo durante le assemblee di fabbrica. Il film mostra ogni azione come una sorta di reportage in presa diretta.

Il film di Brizé ha formalmente una sua efficacia drammatica e conduce il suo teorema sino alle conseguenze più estreme.

Lindon è talmente credibile e convincente, che non sembra mai, neppure per un secondo, recitare una parte. Difficile non empatizzare per le sue battaglie, per la sua intransigenza, per la dignità dei suoi obiettivi.

Il suo è un ruolo enorme, profondamente tragico, solitario.

Solo che il film di Brizé rimane un lavoro militante, che va sempre sul sicuro. Vediamo in azione un solo esercito e il nemico appare, sempre un po’ridicolo, solo al momento dello scontro.

Quanto sarebbe stato più interessante mostrare, per una volta, anche l’altro lato della battaglia? Quello dei ‘cattivi’, degli azionisti e del menagement, capitalisti che si richiamano alle leggi del mercato, come ad un’entità oscura, un leviatano che non si riesce a domare ed a cui si può solo soccombere, quando più chiaramente dovrebbero fare i conti con il proprio individualismo, il profitto senza responsabilità sociale, il tentativo di minimizzare ogni rischio d’impresa, salvaguardando le proprie carriere.

Il limite di En guerre è anche nel suo sindacalismo novecentesco, quello della grande azienda metalmeccanica. Oggi purtroppo, come molti film hanno mostrato anche durante il festival, la frontiera del lavoro si è spostata verso l’abisso dei clandestini, dei sans papiers costretti negli scantinati dove si lavora in nero e a giornata, verso un nuovo caporalato etnico, spietato e vigliacco.

È un peccato, perchè se En guerre vuole scaldare il cuore, alla fine finisce ci riesce benissimo, ma oltre all’indignazione civile e alla solidarietà non lascia molto su cui riflettere, che non conoscessimo già.

E’ cine de papa come quelli della Nouvelle Vague apostrofavano il cinema cinema francese d’attori degli anni ’50. Difficile immaginare però qualcuno più degno di Vincent Lindon del palma del miglior protagonista.

CREDITS

Stéphane BRIZÉ – Director

Stéphane BRIZÉ – Script / Dialogue

Olivier GORCE – Script / Dialogue

Eric DUMONT – Director of Photography

Hervé GUYADER – Sound

Emmanuelle VILLARD – Sound

Anne KLOTZ – Film Editor

Bertrand BLESSING – Music

Valérie SARADJIAN – Set decorator

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