Corpo e anima

Corpo e anima ***

Con il suo primo film, Il mio XX secolo, l’ungherese Ildikó Enyedi vinse la Caméra d’Or a Cannes nel 1989: il Muro di Berlino sarebbe caduto pochi mesi dopo e Lietta Tornabuoni, nella sua recensione su La Stampa, immaginava che avremmo visto molti più film dell’europa dell’est, “nati grazie alle strutture statali di produzione, magari antieconomiche, ma capaci di preparare nuovi registi e di farli lavorare con i mezzi e il tempo necessari a progetti non obbligatoriamente commerciali, anche audaci o sperimentali”.

In realtà nessun film successivo della Enyedi è mai arrivato sugli schermi italiani.  Quasi trent’anni dopo, grazie alla Movies Inspired – e all’Orso d’Oro conquistato al Festival di Berlino – l’artista ungherese ritorna nei cinema italiani, con Corpo e anima, una bellissima e inconsueta storia d’amore, ambientata all’interno di un mattatoio.

E’ un film fatto innanzitutto di corpi e di sguardi, quelli che abitano lo spazio dell’azienda, senza mai sfiorarsi. Ai piani superiori ci sono gli uffici, a quello inferiore gli addetti alla macellazione: ci si guarda, attraverso le porte, le finestre. Ci si ritrova in mensa, ma ciascuno sembra isolato dagli altri.

I più distanti sembrano l’amministratore delegato, Endre, con un braccio paralizzato, pragmatico e annoiato dal lavoro e da una vita sentimentale lontana e fallimentare e la nuova responsabile del controllo della qualità, Maria, bionda, preparatissima, ma algida sino al punto da sembrare un’automa.

Pian piano però la gentilezza di Endre finisce per trovare spazio nel mondo chiuso e autistico di Maria. E’ un percorso fatto di continui avvicinamenti, contrassegnato dai fallimenti e da una dimensione onirica surreale e premonitrice.

Quando infatti sparisce dall’azienda una sostanza usata per far accoppiare gli animali, la polizia suggerisce a Endre di incaricare una psicologa, per indagare su tutto il personale.

E’ in questa occasione che Endre e Maria si accorgono di fare ogni notte lo stesso sogno: sono due cervi, che si aggirano in un bosco innevato. Non stanno assieme, ma si abbeverano allo stesso fiume.

E’ questo l’incipit che spinge i due a forzare la propria natura, a rompere la propria esistenza solitaria, chiusa in una routine esasperante.

E’ la costruzione di un amore, come quella che cantava Ivano Fossati molti anni fa: un ritorno alla vita, che spezza le vene delle mani e mescola il sangue col sudore.

Corpo e anima è un film inconsueto, che riesce a ribaltare con intelligenza, una storia d’amore che potrebbe sembrare tradizionale. In un contesto di realismo anche piuttosto crudo, i due personaggi respirano l’aria incontaminata della fantasia, com’è inevitabile in una commedia, e l’originalità del loro carattere spinge il racconto in territori inesplorati.

Attraverso l’autismo di Maria, probabilmente ispirata alla figura di Temple Grandin, la Enyedi riduce le loro parole ai frammenti di un discorso amoroso, ne isola il significato e ne racconta l’inutilità un po’ stucchevole, se non si accompagna ad una fisicità finalmente riconquistata.

Così avviene anche per la dimensione onirica del film, che si dimostra del tutto insoddisfacente, se non si rispecchia nell’incontro dei gesti, nel contatto fisico.

Come in ogni racconto d’amorosi sensi, non mancano il dolore e il sangue, la musica, l’umorismo, gli scambi di persona e il deus ex machina, nei panni della psicologa attraente e disinibita.

Mai titolo fu più indovinato, per raccontare la spirale, che finisce per legare due anime apparentemente inconciliabili.

Il film della Enyedi è, per una volta, gentile, umanissimo, agrodolce, proprio come dovrebbe essere una commedia sentimentale.

Non perdetelo.

 

 

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