Million Yen Women: mistero senza fine bello!

Non esiste altra ragione per quello che facciamo e scriviamo se non che siamo affamati di bellezza. Se siete frequentatori di questo blog, se leggete le nostre recensioni e amate quello che amiamo noi, allora guardate questa mini-serie. Million Yen Women è una serie giapponese, prodotta da TV Tokyo, che dura 12 brevi puntate, poco più di 20 minuti ad episodio. Un pomeriggio da colmare di bellezza.

Non fraintendeteci: non stiamo parlando di un’esperienza visiva straordinaria o di innovazioni della forma narrativa e non mettetevi in poltrona con queste aspettative; però è un prodotto di qualità che lascia in bocca la sensazione di benessere che porta con sé una bella visione.

Partiamo dalla bellezza delle attrici: cinque donne affascinanti, così diverse per carattere, gusti, toni e sapori. Cinque donne che ci danno bene l’idea di quante possano essere le sfumature della bellezza femminile in generale e di quella asiatica nel particolare. Tra la dolcezza di Nanaka Seki (Yuko Araki) e la fierezza di Minami Shirakawa (Rila Fukushima) passa un mondo emozionale fatto di vestiti, acconciature, esperienze e gusti differenti. Viviamo anche noi ogni incertezza e cedimento del protagonista di fronte al fascino di queste diverse femminilità e condividiamo la sua stessa passività di fronte al magma incandescente di emozioni che produce il contatto con loro. Se le attrici si limitassero ad impersonare un tipo di donna, il risultato però sarebbe stereotipato e poco vero: invece vanno al di là di questo, modulando con cura le sfumature emozionali del proprio carattere, grazie anche ad una solida sceneggiatura che le sorregge e le accompagna attraverso le vicende in modo naturale, senza strappi, senza ridondanze. Minami (Rila Fukushima), sensuale e cinica, Hitomi (Rena Matsui) delicata e acculturata, Miwako (Yuki Kobayashi), riflessiva e paziente, Nanaka (Yuko Araki) vitale e dolce, Midori (Rena Takeda), l’unica minorenne del gruppo, insicura e fragile. Ciascuna di loro dimostrerà qualità inizialmente nascoste, in molti casi capovolgendo letteralmente questi aggettivi e lasciando nello spettatore un profondo senso di mistero di fronte alla femminilità. Il mistero vero non è infatti il perché queste cinque donne abbiano deciso di accettare l’invito che le ha portate a vivere con Michima, e a mettere a rischio la propria vita, ma quello che ci ricorda il poeta quando scrive “Donna: mistero senza fine bello”.

La bellezza del protagonista maschile, lo scrittore Shin Michima (Yojiro Noda) è la bellezza della fragilità. Non c’è virilità, intesa quantomeno nel senso tradizionale, in nessuno dei suoi gesti. E’ noioso, incerto, impacciato, non ha successo e frequenta una prostituta per avere un po’ di contatto umano. Le parole che ripete con più frequenza sono “Grazie” e “Grazie di cuore”. Nei suoi libri non muore mai nessuno. Non sa niente delle donne che ospita in casa, eppure cerca come può di prendersi cura di loro e dei loro gusti. Il padre è in attesa di essere giustiziato per aver ucciso tre persone e questo sembra averlo svuotato da ogni emozione. La sua poetica è semplice “Perché scrive romanzi?” “Perché li amo”.

La bellezza è anche nelle relazioni tra i personaggi, in primis l’amicizia tra uomini che sorregge la due coppie di antagonisti scrittore-editore e scrittore-critico. Diversi per look, modo di approcciare la vita ed il mestiere dello scrittore, la rivalità tra Michima e Yuzu (Tomoya Nakamura), autore di successo e sicuro di sè, attraversa tutta la serie, offrendo due diverse interpretazioni del concetto di autore e di arte, seppur entrambe saldamente calate all’interno di un sistema industriale basato su necessità di natura economica. L’amicizia con il suo editore sorregge Michima non solo in questo confronto, ma più in generale in tutti i momenti difficili ed emerge davvero come un valore fondante, forse anche più della famiglia che non rappresenta un elemento positivo per nessuno dei personaggi principali. Solo nella figura del padre di Hitomi, un famoso scrittore, si possono riscontrare infatti tratti positivi.

Ecco poi la bellezza della fotografia che si adatta meravigliosamente agli interni, così come agli esterni notturni, tanto sono caldi i primi quanto sono freddi i secondi. Il taglio iperrealistico e l’utilizzo di slow motion è rigoroso e limitato a momenti onirici in cui predominano i colori accesi e i contrasti cromatici. La fotografia accresce la bellezza dei volti delle attrici ed esalta le inquietudini di un ottimo Yojiro Noda che veste i panni di Michima.

La bellezza è nei diversi ritmi del racconto. La serie comincia con un’atmosfera calma e sembra quasi che non debba succedere niente finchè sul finire del primo episodio non abbiamo il primo colpo di scena a cui ne seguiranno altri, ben dosati nel corso della struttura narrativa. A questa dinamica di sviluppo degli eventi, con frenate e accelerazioni, fa da contraltare quella dei sentimenti e dei rapporti all’interno della casa che sono in lento ma costante riallineamento e che ruotano attorno a Shin Michima. Qua e là poi vengono disseminati piccoli misteri che incuriosiscono lo spettatore e che aprono spazi narrativi esplorati negli episodi successivi.

La bellezza dei diversi registri che vengono abilmente rimescolati. Thriller e noir, storia d’amore e drama sono abilmente amalgamati e conditi con un pizzico di surrealismo che rimanda ai libri di Murakami. In realtà, sebbene la leggerezza del tono sia analoga, qui il surrealismo è molto più contenuto ed in genere trova una sua spiegazione nello sviluppo successivo degli eventi, mentre nei racconti di Murakami rappresenta una dimensione ineludibile dell’esistenza.

Non dovrebbe esserci una seconda stagione, almeno facendo riferimento al manga da cui sono stratte le vicende: del resto non servirebbe perché l’opera è pienamente conclusa in sé stessa.

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