Venezia 2017. Sweet Country

Sweet Country ***

Per il suo quinto film, il regista australiano Warwick Thorton, rivelatosi con la Camera d’Or, conquistata a Cannes nel 2009 per Samson et Dalilah, ha tratto ispirazione da eventi accaduti quasi un secolo fa, nell’entroterra dei Territori del Nord: bianchi e aborigeni vivono assieme, ma i primi hanno ridotto in schiavitù i secondi, che lavorano nelle loro fattorie, senza diritti e senza nome.

Fred Smith, un uomo di chiesa, trasferitosi da poco, la pensa diversamente e tratta il suo guardiano di bestiame, Sam, in modo molto diverso. Quando il proprietario terriero confinante, Harry March, gli chiede un aiuto per completare la recinzione della sua fattoria, il predicatore acconsente a Sam e alla sua famiglia di dare una mano.

Harry March però violenta la moglie di Sam e lo scaccia dalla sua proprietà. Poi una mattina raggiunge ubriaco la proprietà di Fred Smith e, approfittando della sua assenza, minaccia di uccidere Sam.

L’unica possibilità per l’aborigeno è quella di difendersi sparando e poi fuggire.

Il sergente Fletcher ed uno dei suoi uomini si mettono sulle tracce di Sam e della moglie. Li accompagnano Fred, un altro proprietario, Mick Kennedy, e il suo aborigeno, esperto nel seguire le tracce dei fuggitivi.

L’avventura nella wilderness australiana sarà imprevedibile e pericolosa, almeno sino a quando il deserto bianco sconfinato non cambierà i destini di tutti.

Dopo il pregevole, ma ancora acerbo Samson et Dalilah, il cinema di Thornton non era più approdato nei grandi festival europei, eppure questo travolgente e amaro Sweet Country ci riconsegna un autore maturo, capace di una classicità senza tempo.

Il suo sguardo si è fatto più fermo, il suo pessimismo più malinconico, il suo stile assai più solenne. Sweet Country ha la semplicità di un lavoro di Clint Eastwood e la capacità di accompagnarci attraverso un paesaggio del tutto originale, in cui la terra è rossa di fuoco e il deserto bianchissimo e abbacinante.

Raccontando la storia di un uomo innocente costretto a fuggire dal sopruso e dalla giustizia sommaria, Thornton fa un cinema profondamente morale, politico, che mostra le distanze tra lo spirito pioneristico e la protervia di un’accolita di criminali razzisti, a cui la storia l’ha consegnato.

Anche questa volta, come altre volte si è visto in questa Mostra, la giustizia non è che un simulacro vuoto, uno strumento fallace, impotente, provvisorio. Il pregiudizio porta gli uomini a fuggire, a cercare rifugio in una natura indifferente, lontano dalla propria terra.

La violenza è un veleno che guasta ogni cosa, è uno spazio nero senza luce, come quella stanza dove si consuma lo stupro. E’ uno sparo senza nome, che ripristina brutalmente una supremazia, che non riconosce leggi nè giudici.

Crepuscolare.

Australia / 112’
lingua Inglese, Arrernte
cast Sam Neill, Bryan Brown, Hamilton Morris, Thomas M. Wright, Ewen Leslie, Gibson John, Natassia Gorey-Furber, Trevon Doolan, Tremayne Doolan, Matt Day, Anni Finsterer
sceneggiatura David Tranter, Steven McGregor
fotografia Warwick Thornton, Dylan River
montaggio Nick Meyers
scenografia Tony Cronin
costumi Heather Wallace
suono David Tranter, Will Sheridan
effetti speciali The GingerBread Man

 

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