Cannes 2017. Jupiter’s Moon

Jupiter’s Moon **

A young immigrant is shot down while illegally crossing the border. Terrified and in shock, wounded Aryan can now mysteriously levitate at will. Thrown into a refugee camp, he is smuggled out by Dr Stern, intent on exploiting his extraordinary secret. Pursued by enraged camp director Laszlo, the fugitives remain on the move in search of safety and money. Inspired by Aryan’s amazing powers, Stern takes a leap of faith in a world where miracles are trafficked for small change…

Attore regista e sceneggiatore, l’ungherese Kornel Mondruczo dopo essersi segnalato con la sua opera seconda Pleasant Days al Festival di Locarno, ha visto debuttare sulla Croisette tutti i suoi cinque film successivi.

Il penultimo White God si era aggiudicato Un certain regard nel 2014, spingendolo nuovamente nel concorso ufficiale.

Jupiter’s Moon, accolto con stupidi fischi alla fine della prima proiezione stampa, e’ certamente un film che non ha timidezze, nell’affrontare con spirito massimalista, una storia di migranti, sfruttamento, polizia vendicativa, medici in disgrazia, miracoli e rendenzioni, sullo sfondo di un’ Ungheria militarizzata, che appare il set perfetto per un B-movie come quello di Mondruczo.

Forse e’ proprio quello che ha lasciato spiazzata la platea che ancora si stava asciugando le lacrime dal polpettone politically correct di Todd Haynes: il fatto che Monduczo non si lasci irretire dalla moda minimalista e realista, che ha travolto il cinema d’autore da un capo all’altro dell’oceano, da oltre tre lustri e si diverta a girare un film veloce, spericolato, croccante e’ cosa che suona stonata.

Il modo con cui fa volare la macchina da presa su tutti i suoi assi, e’ un’arditezza che pochi ormai si possono permettere, senza sembrare inutilmente barocchi.

Il film comincia su un barcone che trasporta profughi siriani a Budapest attraverso il confine con la Serbia. La polizia li scopre e li insegue senza pieta’, sparando a vista. Aryan, in viaggio col padre, si ritrova da solo, dopo un lunghissimo inseguimento, ma il direttore del campo, Lazlo, lo fredda con tre colpi in pieno petto.

Eppure Aryan non muore, anzi acquista poteri incredibili: si libra nell’aria e riesce a modificare lo spazio fisico.

Il dottore del campo, il traffichino Stern, esiliato nel centro di detenzione dopo aver commesso un gravissimo errore in sala operatoria, se ne accorge subito ed intravvede nel ragazzo un modo per far soldi e ripagare il suo debito con la giustizia.

Ma Lazlo vuol far sparire le prove della sua condotta e Stern si mette di traverso. Licenziatosi dal campo il medico trova in Aryan qualcosa di piu’ di un fenomeno da baraccone, ma una speranza di vita e di riscatto.

Nel frattempo il giovane siriano vuole solo ritrovare il padre, probabilmente accampatosi alla stazione.

Il film di Mondruczo offre ancora molti colpi di scena, comprese due sequenze da urlo: una sorta di rovesciamento a 360 gradi della stanza di un naziskin e un inseguimento memorabile in camera car, che sembra citare quelli di Remy Julienne. Il regista ungherese non usa le mezze misure e i mezzi toni, il suo non e’ certamente un film di sottigliezze e di riflessioni profonde, ma riesce a costruire quello che sostanzialmente e’ un racconto di origini, orginalissimo e riuscito. Se invece ad un festival ci si aspetta ancora l’ortodossia del cinema alto, allora bisogna dire che il film di Mondruczo non e’ certo il racconto pensoso su un messia siriano in terra europea, sullo sfondo della tragedia dell’emigrazione mediorientale, che ci si sarebbe potuto attendere.

Jupiter’s Moon non va preso per quello che non e’, altrimenti continueremo sterilmente a notare le metafore grevi, che il regista usa sin dalla didascalia, che precede il titolo di testa: siamo di fronte invece ad un film di genere, ambientato in quella terra di nessuno che e’ diventata l’europa dell’est, senza piu’ identita’ ne’ diritti, incerta tra l’abbraccio alla democrazia europea e il rinnovarsi di rigurgiti totalistici e violenti.

In quel crogiolo di uomini senza patria e senza speranza, la parabola dell’angelo chiamato Aryan e’ invece curiosa, piena di errori e cadute, ma da accogliere come un tentativo non completamente riuscito, eppure interessante.

CREDITS

Kornél MUNDRUCZÓ – Director

Kata WÉBER – Script / Dialogue

Dávid JANCSÓ – Film Editor

Jed KURZEL – Music

Gábor BALÁZS – Sound

Michael KACZMAREK – Sound

Ágh MÁRTON – Set decorator

Marcell RÉV – Director of Photography

CASTING

Zsombor JÉGER – Aryaan

Merab NINIDZE – Stern

György CSERHALMI – László

Móni BALSAI – Vera

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