Logan – The Wolverine

Logan – The Wolverine ***

La lunghissima saga degli X-Men, cominciata nel lontano 2000, grazie al primo capitolo diretto da Brian Singer, arriva al suo decimo episodio, il terzo con protagonista assoluto Wolverine/John Logan.

Così come per la precedente avventura, nel paese del Sol Levante, è James Mangold a dirigere le operazioni, traendo ispirazione dal personaggio di Old Man Logan, scritto nel 2009 da Mark Millar e disegnato da Steve McNiven, ma non dalla storia raccontata in quel fumetto.

Siano nel 2029, Wolverine si è rifugiato in Texas, con il Professor X e l’Albino Calibano: si guadagna da vivere come autista di limousine e cerca di proteggere Xavier dalla malattia degenerativa che l’ha colpito e che gli provoca crisi psichiche potentissime.

Vivono in un vecchio container nel deserto, sul confine col Messico. Quando una donna lo viene a cercare, assieme ad una bambina dagli strani poteri, si mettono sulle sue tracce anche i mercenari della Transigen, una società privata, che compie esperimenti genetici per conto del Governo.

La relativa tranquillità della vita di Logan e Xavier viene stravolta ancora una volta. I due sono costretti a fuggire, assieme alla piccola Laura, verso un misterioso Eden in South Dakota.

Logan però non è più l’immortale di un tempo: gli artigli faticano a rientrare, le ferite si rimarginano più lentamente, l’adamantio lo sta lentamente avvelenando.

Nel frattempo la Transigen ha messo a punto un’arma totale chiamata X-24…

Dolente e necessario, senile e amaro, questo bellissimo Logan, firmato dal grande artigiano James Mangold, si pone come uno degli esiti più felici della lunga stagione dei cinecomics.

Dopo una lunga stagione di esperimenti e consolidamento, siamo forse entrati nel periodo della piena maturità del genere. Tanto da poter produrre film disincantati e autoriflessivi come questo Logan, lontanissimo dallo spirito fracassone e dalla leggerezza dei film Marvel.

Un film adulto, violentissimo, carico di disillusione, con eroi anziani e sconfitti, che sembrano assaporare solo gli ultimi bagliori del loro doloroso crepuscolo.

E’ proprio allora che una silenziosa bambina accende di nuovo la speranza.

Non ci sono viaggi temporali questa volta, non ci sono quasi più superpoteri, solo una resistenza strenua agli inganni del potere, alla sua tracotanza.

Combattere è ancora possibile, ma quanto sangue, quanta sofferenza, quanto dolore.

Mangold gira come se si trattasse di un western, senza pistole, ma con gli artigli. Immerge i suoi personaggi in un deserto senza confini, in un America già post-trumpiana e richiama due volte il classico di George Stevens, Il cavaliere della valle solitaria, omaggiandone l’etica della frontiera e lo spirito democratico.

Chiuso dalla magnifica e densa The Man comes around di Johnny Cash, Logan riesce quasi a far dimenticare tutti gli orrendi e inutili episodi, firmati da Brian Singer, donando finalmente ai personaggi ideati da Stan Lee e Jack Kirby e rivoluzionati da Chris Claremont, una forza drammatica reale, palpitante.

Pur ambientato nel 2029, il film non ha nulla di futuristico: Mangold gira nel profondo sud, tra campi di mais, sabbia, strade solitarie, in un paese diviso, ferito, spettrale.

Il suo film usa il tempo che passa solo per metterne il peso, sulle spalle dei suoi protagonisti.

C’è un tono elegiaco e gravido di conseguenze nel suo film, che richiama spesso quello di uno dei capolavori misconosciuti di Clint Eastwood, Un mondo perfetto.

Anche qui ci sono un fuggitivo e un bambino, una strana coppia che nel corso del viaggio impara ad essere una famiglia, sia pure per pochi illusori momenti.

In Logan c’è tutto il senso della sconfitta di chi ha cercato con testarda caparbietà di cambiare il proprio destino e quello del mondo, senza davvero riuscirci.

Anche qui, come nel film di Eastwood, c’è un rifiuto che diventa disgusto per la violenza, praticata e subita, frutto di un ripensamento radicale.

Wolverine smette di essere il supereroe anarchico e d’azione, per farsi cavaliere solitario, padre, mentore.

La vecchia guardia combatte la sua ultima battaglia, prima di passare il testimone ad una nuova generazione, che non ha modelli ed esperienze da condividere. L’unica cosa che resta allora è lo sguardo verso per il passato, verso il mito, che si tramanda negli albi a fumetti, testimonianza di storie e mondi che non ci sono più, nei quali la realtà si è fatta racconto e poi leggenda.

Mai, sino ad ora, un film di genere si era fatto carico di una riflessione così sincera e intelligente, sul valore delle fonti e dei riferimenti primari.

Logan assomiglia a quei western crepuscolari, fuori tempo massimo, che rappresentano, in fondo, sia il testamento postumo di un mondo ormai passato, sia l’amara disillusione di un presente senza ideali.

E allora non poteva scegliere finale più bello e più laico Mangold, con quella croce poggiata su un lato, a segnare con una X il sepolcro dove tutto finisce e ricomincia da capo.

Da non perdere.

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