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Cinema con vista: E’ solo la fine del mondo

Juste la fin du monde 2

Il cinema di Xavier Dolan ha il sapore del primo appuntamento, quando gli innamorati si vestono a festa per far colpo l’uno sull’altro. Tra il ragazzo e il grande schermo è sbocciato l’amore in tenera età, e l’enfant prodige di Montréal, classe 1989, ha la voglia di stupire di un giovane maestro. L’esuberanza dei suoi ventisette anni lo spinge verso la necessità di affermarsi, e quindi cerca una sua visione del mondo, per trasmettere le proprie passioni e diventare il beniamino della platea. Il rischio è quello di innamorarsi troppo della macchina da presa, quando servirebbe una mano più ferma e un linguaggio più sobrio. Ma davanti alla gioventù bisogna perdonare, non condannare, e le belle idee possono giustificare i vizi di forma. Il talento di Dolan non è in discussione, e la maturità è dietro l’angolo.

Al suo sesto film, il regista affronta la difficoltà di un ritorno alle origini. Dopo anni di assenza, il drammaturgo Louis decide di tornare dove è cresciuto, per salutare la sua famiglia un’ultima volta. L’artista è un malato terminale, e al caldo del focolare deve trovare la forza di comunicare la tragica notizia. Ad aspettarlo, c’è una madre legata al passato, che non accetta l’aggressività dei suoi figli, ormai grandi. Antoine è il maggiore, e usa la sofferenza come un’arma, per allontanare gli altri e rimanere solo. Sua moglie Catherine ha imparato a sopportarlo, ma la sorella minore Suzanne combatte contro di lui una guerra personale, fatta di odio e affetto per una vita che la lascia a bocca asciutta. Louis è la chiave, è il pezzo mancante del mosaico su cui tutti sfogano la propria rabbia, è il figliol prodigo che ritorna per scoperchiare il vaso di Pandora.

È solo la fine del mondo è tratto dall’omonima pièce teatrale Juste la fin du monde di Jean-Luc Lagarce, e analizza l’incapacità di comunicare. Ognuno si porta dietro le proprie angosce segrete e talvolta è poco interessato a quelle degli altri, anche se si tratta di fratelli, sorelle o genitori. Gli incontri fugaci sono un pretesto per scatenare guerre, che non trovano tregua se non in un progressivo allontanamento.

Dolan prosegue l’analisi iniziata con Mommy, e trasporta lo spettatore in una storia dove manca il tempo per respirare. La cinepresa bracca i protagonisti fin dalla prima inquadratura, e non lascia scampo. I primi piani si alternano ai dettagli, e si prova la claustrofobia di una prigione troppo piccola da cui non si può scappare. Nel pandemonio delle urla, delle litigate, il regista rappresenta i sentimenti con i “falsi silenzi”. Antonioni aveva rivoluzionato il cinema con i suoi straordinari “tempi morti”, in cui i suoi protagonisti guardavano assorti il vuoto, prendendo le distanze dagli acuti del melodramma. Dolan ci assorda con la musica per raccontare una società che vive senza mai fermarsi, dove non si può riflettere, perché i rumori inseguono fin nei ripari più nascosti.

È solo la fine del mondo è un film con un cast stellare, che si mette al servizio di un giovane autore. Vincent Cassel offre una solida interpretazione nel ruolo di Antoine, e Marion Cotillard cattura con le sue espressioni trasognate, marchio di fabbrica dai tempi del Macbeth di Justin Kurzel. Ma è Dolan a rubare la scena, con una regia che trova il suo fascino nell’eccesso magari imperfetto.

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