Venezia 2016. Les beaux jours d’Aranjuez

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Les beaux jours d’Aranjuez *

Un bel giorno d’estate. Un giardino. Una terrazza. Una donna e un uomo all’ombra degli alberi, un vento leggero d’estate. In lontananza, nella vasta pianura, la silhouette di Parigi.
Inizia un dialogo, domande e risposte tra l’uomo e la donna. Parlano di esperienze sessuali, d’infanzia, di ricordi, dell’essenza dell’estate e di cosa distingue gli uomini dalle donne.
Sullo sfondo, nella casa che si affaccia sulla terrazza, uno scrittore (Jens Harzer) immagina il dialogo della coppia e inizia a scrivere. O forse è il contrario? Forse sono i due protagonisti che raccontano ciò che è scritto sulla carta?

Wim Wenders e Peter Handke tornano a collaborare assieme dopo gli epocali Prima del calcio di rigore, Falso movimento e Il cielo sopra Berlino.

Ma il peso degli anni si fa sentire: Aranjuez è una nota stonata nella carriera di entrambi. Un film fatto di nulla: uno scrittore che cerca un dialogo, in una fresca giornata d’estate nella sua villa sul limitare del bosco, un bellissimo juke box Wurlitzer, due personaggi – un uomo e una donna – che sembrano prendere il sopravvento, forzando la volontà del narratore.

I due sono seduti all’aperto sotto un pergolato, lo scrittore li immagina dalla sua scrivania. Quello che si raccontano è davvero poca cosa.

Amore, sesso, ricordi di un viaggio nella Mancia. Si sente il fruscio delle pagine scritte da Handke.La piéce è recente, ma sembra uno scarto degli anni ’70.

Quello che lascia sconcertati è la direzione degli attori, se non proprio il valore degli attori stessi. Sophie Semin non è credibile in un solo momento. Per lei varrebbe la pena di rispolverare l’appellattivo coniato da René Ferreti in Boris.

Reda Kateb, una sorta di sosia di Handke, fa quello che può, ma la sua è la parte più piccola. Si limita ai piani di ascolto e a qualche banale domanda. Jens Harzer è uno scrittore così confuso e impacciato che gli si augura presto di cambiare mestiere.

Wenders cerca di dare un’anima ad un dialogo che non decolla mai, con un 3D mai così pleonastico e con un po’ musica: si comincia con Perfect Day di Lou Reed, si arriva sino a Nick Cave, che compare in carne ed ossa con il suo pianoforte. E’ l’unica sorpresa di un film che assomiglia ad un elettroencefalogramma piatto, nonostante le tre dimensioni.

Non c’è davvero niente di più.

Senile e inutile.

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