Cinema con vista: Hunger Games – Il canto della rivolta parte II

Il canto della rivolta parte II

La ‘Ghiandaia Imitatrice’ smette di cantare. Gli Hunger Games sono finiti per sempre. Dopo 3 libri, 4 film e milioni di dollari incassati, la celebre saga di Katniss Everdeen giunge al termine, ma con qualche rimpianto. Le lacrime di migliaia di ragazzine senza eroina non saranno ripagate.

Katniss è un personaggio combattivo, simbolo di una generazione che si ribella all’oppressore. È una ragazza difficile da amare, ma anche da odiare. Sempre al limite tra depressione e vendetta, riesce ad essere il soldato perfetto dietro le linee: il volto di un esercito senza libertà. Non è un uomo e non vuole esserlo. Non combatte in prima linea e non si azzuffa coi compagni, perché la sua arma è la femminilità, non i muscoli.

È bramata da tutti, è l’oggetto del desiderio di molti, ma allo stesso tempo è irraggiungibile, nascosta dietro alla sua arroganza e a quell’espressione imperscrutabile fin troppo usata. Dal suo viso traspare dolore e il suo sguardo è spesso perso nel vuoto, quasi come se soffrisse per tutti i mali del mondo.

Eppure la sua immagine è convincente e si fa amare dalle schiere di ragazzine sparse in tutto il pianeta, sballottate da un periodo chiamato adolescenza. Però Katniss non cresce. In 4 film non accetta mai il suo essere un simbolo e si ribella alle sue responsabilità, come un bambino che non vuole essere adulto. È un personaggio statico che alla chiusura di un ciclo non diventa compiuto.

Però le adolescenti la ameranno come l’incarnazione dei loro ideali. L’eroina ben vestita e armata di arco e frecce non cadrà al box office, perché in fondo il suo messaggio funziona. Combatte lontano dal fronte, dietro a una telecamera, ma la propaganda è più forte delle armi. Veicolare messaggi smuove le masse e la storia lo insegna. Fornire un ideale spinge gli uomini a combattere e i veri eroi si perdono nel fango della prima linea. Chi rimane è il volto dell’impresa: una ragazzina sofferente e carica di rabbia, priva della forza di un uomo e della compassione di una donna.

Eppure Katniss è reduce di mille battaglie. Però l’esperienza non l’ha fatta crescere. Dopo un primo capitolo poco convincente, la ‘Ghiandaia Imitatrice’ vince gli Hunger Games. Nel secondo sopravvive a ‘l’Edizione della Memoria’ e anche la serie trova una propria identità, con un ritmo incalzante e una retorica abbastanza originale. Il terzo episodio è figlio delle necessità di mercato, colpevole di voler arraffare il più possibile al botteghino con una scarsa qualità di fondo. In questo ultimo episodio la noia sparisce e il ritmo incalzante incolla alla poltrona per 136 minuti, complice anche un’atmosfera dark che ben si amalgama con lo stato di guerra.

Ma manca il botto finale. Quel momento in cui si raggiunge la pace dei sensi dopo ore e ore di una saga. Sul più bello la sceneggiatura scade nello scontato, diventando melensa e quasi stucchevole. I bei discorsi di inizio film si dimenticano e si giunge a una conclusione affrettata e priva di patos. Il montaggio non rispecchia le belle scene dell’inizio. L’abbraccio tra Katniss e la sorella Prim è da antologia, ma dopo tutto sembra privo di una certa sequenzialità. Gli eventi precipitano con troppa fretta e personaggi presenti fin dal primo capitolo svaniscono con una battuta, quasi con uno schiocco di dita. Rimangono un ritmo frenetico e qualche dialogo ben costruito, ma non bastano a sanare la perdita del colpo di scena finale.

L’ultimo canto della “Ghiandaia” non è quello di una fenice: non rinascerà dalle proprie ceneri.

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