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Brooklyn. Recensione in anteprima!

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Brooklyn **

Tratto da un romanzo dell’irlandese Colm Toibin, adattato per lo schermo da Nick Hornby e diretto da un esperto regista teatrale e televisivo, responsabile tra l’altro del gran finale della seconda stagione di True Detective, Brooklyn è un classicissimo coming of age, che si intreccia alla scoperta del Mondo Nuovo da parte di una giovane ragazza.

Siamo nell’Irlanda degli anni ’50, Eilis è una giovanissima ragazza che lavora, solo nel weekend, nello store di Ms. Kelly.  La sorella più grande, Rose, grazie all’aiuto della chiesa locale, riesce ad acquistarle u biglietto per l’America.

Il viaggio in nave è pieno di insidie, ma grazie ad una ragazza già esperta, riuscirà a superare i controlli di Ellis Island.

A Brooklyn, dove c’è una forte comunità irlandese, vive in un pensionato assieme ad altre ragazze. Durante la giornata lavora in una boutique gestita da Miss Fortini, mentre la sera, su suggerimento di Padre Flood, frequenta le scuole serali di ragioneria.

Nonostante la fortissima nostalgia delle prime settimane, Eilis riuscirà a costruirsi una vita negli Stati Uniti, si farà notare sul lavoro e conoscerà l’italiano Tony e la sua numerosa famiglia.

Improvvisamente però viene a mancare la sorella Rose, a cui non ha mai smesso di inviare lunghe lettere affettuose: tornata in Irlanda per abbracciare l’anziana madre in occasione dei funerali, quel piccolo mondo di provincia tornerà a stringerla nel suo abbraccio opprimente…

Il film di John Crowley è un bel ritratto femminile, che si regge in gran parte sulle spalle, sempre più forti, di Saoirse Ronan, già attrice bambina per Joe Wright in Espiazione, si è pian piano costruita una carriera di tutto rispetto, diretta da Peter Jackson, Peter Weir, Wes Anderson, Neil Jordan e Ryan Gosling.

Qui interpreta Eilis con grande precisione psicologica ed una dose non comune di naturalezza e ingenuità, assolutamente adatta al suo personaggio.

Il film è piuttosto tradizionale, sia nella messa in scena invisibile, sia nella fotografia naturalista, sia nella scrittura drammatica, che segue il classico andamento in tre atti, con la presentazione dell’eroina, la creazione di un conflitto, anche morale, ed infine con il suo superamento.

Sotto traccia è evidente una critica al piccolo mondo rurale europeo, rispetto al dinamismo, non solo economico, ma anche sociale e culturale americano: la land of opportunity qui è davvero tale.

Non ci sono lati oscuri, non sembrano esserci pericoli o insidie: è un’America di pan di zucchero quella mostrata in Brooklyn, in cui tutti sono buoni e bravi, lavoratori e devoti credenti.

Insomma un’overdose di saccarosio, che francamente ci saremmo volentieri risparmiati, se non fosse per gli occhioni azzurri della protagonista.

Una volta si sarebbe detto: un film televisivo. Ma adesso che la serialità televisiva è diventata invece, almeno dal punto di vista della scrittura, un’avanguardia all’interno della produzione americana, anche questo cliché diventa inservibile…

Piacerà al pubblico della domenica pomeriggio ed a qualche cineforum cattolico.

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