Steve Jobs. Recensione in anteprima!

Steve Jobs ***

Steve Jobs è stato, almeno negli ultimi dieci anni della sua vita, non solo il potente e visionario amministratore delegato di una delle più grandi imprese del settore tecnologico, ma una sorta di semi-Dio, un guru infallibile e indiscutibile, avvolto da un alone carismatico di mistero e impenetrabilità.

Le sue presentazioni nella California della Silicon Valley sono rimaste proverbiali, gli spot televisivi dei suoi prodotti hanno fatto la storia, ogni sua parola è stata venerata e ripetuta come un mantra. L’efficacia con cui ha curato l’immagine dei suoi prodotti ha spesso uguagliato, se non superato la loro stessa utilità.

La sua insistenza sulla necessità che l’universo della Apple fosse un mondo chiuso, privo di customizzazione, irriducibile al dialogo con altri sistemi analoghi, alla lunga ha pagato dividendi altissimi, quando la forza di un marketing travolgente ha trasformato la piccola élite di grafici, giornalisti e appassionati, che ha sempre usato i suoi prodotti, in una massa (a)critica di consumatori, che -semplicemente – volevano il loro posto nel XXI secolo: quello garantito dal possesso di un iMac, un iPod o un iPhone.

La capacità di fidelizzare il proprio pubblico di consumatori è sempre stata la forza della Apple, che ha brillantemente superato la trasformazione da azienda d’avanguardia, a leader di mercato.

E lo ha fatto proprio grazie al carisma assoluto e travolgente del suo leader, che ha giocato questa sfida in prima persona, sovrapponendo sempre di più la propria immagine a quella della sua società.

Il film che Aaron Sorkin ha scritto, partendo dalla biografia di Walter Isaacson, è un capolavoro da studiare e vedere e rivedere in ogni scuola di sceneggiatura.

Lontanissimo da una biografia tradizionale, il film è diviso in tre atti e ci accompagna dietro le quinte di tre delle memorabili presentazioni di Steve Jobs: quella del primo Mac nel 1984, quella del computer della NeXT nel 1988 e quella del primo iMac nel 1998.

Nei pochi minuti che precedono queste tre presentazioni, Jobs si incontra e si scontra con i suoi collaboratori, il co-fondatore Steve Wozniak, il CEO della prima Apple John Sculley, l’ingegnere capo Andy Hertzfeld, la sua assistente e responsabile marketing, Johanna Hoffman, nonchè con la prima figlia Lisa e con sua madre Chrisann.

Sorkin è però più interessato ai fallimenti personali e professionali di Jobs, piuttosto che all’agiografia costruita dagli adepti del culto-Apple: eppure il suo protagonista riesce pian piano a conquistare, nonostante le durezze e le inutili cattiverie.

E allora non vediamo neppure un minuto delle tre memorabili presentazioni, ma assistiamo al loro ‘dietro le quinte‘: le sfuriate con i collaboratori, la tensione costante nei rapporti con la figlia non riconosciuta, gli scontri con Sculley e con Wozniak sulle priorità della compagnia, che portarono alla sua improvvisa fuoriuscita dalla società.

Il film racconta, in gran parte, due dei suoi più grandi fallimenti: il primo Mac, annunciato dalla famosa pubblicità che echeggiava 1984 di Orwell e che fu un flop colossale, capace di segnare anche la Apple per molti anni a venire e il NeXT, che non aveva nemmeno un sistema operativo, quando fu presentato, ma servì a Jobs come cavallo di troia, per rientrare nella sua società, in profonda crisi di prodotto.

Solo nel finale, il film mostra lo Steve Jobs che tutti conosciamo: quello del dolcevita nero e dei Levis blu, delle scarpe da ginnastica e degli occhialini rotondi.

Ma anche qui non manca il controcanto critico: quello della figlia che gli rinfaccia di usare le parole dei grandi iconoclasti, da Dylan a Picasso, per vendere i suoi computer, traslucidi come i forni per bambini della sua infanzia.

Steve Jobs 3

Aaron Sorkin vuole raccontare i lati più oscuri del mito, non contribuire all’edificazione del culto.

L’autore di The Social Network non vuole neppure blandire i geek ed evita perciò qualsiasi riferimento tecnico. Jobs non era un ingegnere e non era un informatico. I suoi prodotti hanno sempre avuto altre qualità ed altre ambizioni.

Queste scelte hanno naturalmente influito sul successo di Steve Jobs: non è certo un film che piacerà ai fanatici della Apple e neppure agli appassionati delle tecnologie digitali.

Lontanissimo dai biopic, che affollano inutilmente le nostre sale, e refrattario a qualsiasi realismo, Sorkin però ha l’ambizione grande di parlare a tutti e di costruire un racconto potente, su una delle figure chiave del nuovo secolo.

Alla sua maniera naturalmente: mostrando la solitudine del genio, la sua misantropia, la sua irriducibilità al contesto.

E lo fa come al solito con una scrittura fatta di dialoghi incalzanti, feroci, paradossali, che utilizza tutti i trucchi disponibili.

Anche qui, come in The Social Network, è il milieu personale e sociale a fare la differenza. Se il darwinismo spietato di Zuckerberg era forse figlio del rifiuto delle élite universitarie, l’ambizione e i limiti di Jobs sembrano venire dal desiderio di essere compreso, se non amato.

I cinque protagonisti, alle prese con il copione superbo di Sorkin fanno a gara per rubarsi la scena, ma forse la migliore resta Kate Winslet, a cui il film regala il ruolo ingrato dell’assistente, che dovrebbe gestire le intemperanze e la misantropia del fondatore.

Fassbender è uno Steve Jobs forse non troppo somigliante, ma assolutamente credibile e spietato. Seth Rogen e Michael Stuhlbarg hanno la bonomia e l’attitudine nerd, che si addicono al co-fondatore Wozniak ed al capo informatico Hertzfeld.

Assolutamente in parte anche Jeff Daniels nei panni del CEO Sculley, che veniva dalla Pepsi e contribuì a creare quella cultura del marketing, che ha fatto la fortuna della Apple. Capace di tener testa al ‘mostro‘ prima con una bottiglia di Chateau Margaux, poi con le parole affilate del tagliatore di teste, infine con il regalo profetico di un palmare, è uno di quelli che esce meglio dal ritratto di Sorkin.

La fotografia del tedesco Alwin H. Küchler alterna tre formati diversi: 16mm, 35 mm e digitale. La sua macchina da presa non disdegna la lezione di Lubezki e pedina i protagonisti attraverso corridoi, camerini, stanze, retropalco.

Se all’inizio prevalgono una certa grana ed i colori caldi, alla fine invece è la luce algida e uniforme ad imporsi, rispettando l’evoluzione del personaggio, i suoi gusti ed il look dei suoi prodotti: essenziale anche il lavoro sulle scenografie e sui costumi, che assecondano questo cambiamento, pur nello spazio teatrale delle convention hall, in cui si svolge tutto il film.

Non è davvero importante sapere se le cose siano davvero andate così come Steve Jobs ce le descrive. Anche qui, come in The Social Network, la domanda più importante non è come, ma perchè. A questa Sorkin cerca di dare una risposta.

Se non avete mai avuto un ipod o un iphone non vi preoccupate. Non è quello che conta. Steve Jobs ha l’ambizione di andare molto più in profondità, raccontando la storia di un’ossessione.

Il film uscirà in Italia il 21 gennaio 2016.

P.S. Sì, il film ha anche un regista, Danny Boyle. Ma non se n’è accorto nessuno. La sua messa in scena invisibile è completamente al servizio dello script e degli attori.

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