Cannes 2015. Il bilancio di Stanze di Cinema

Vincitori francesi

Con l’annuncio dei vincitori, la commozione dei discorsi di ringraziamento e le foto di rito si chiude un Festival di Cannes che lascia sensazioni contraddittorie.

Fremaux aveva promesso una piccola rivoluzione nella selezione ufficiale, promuovendo nuovi autori e film più impegnativi sul piano produttivo, girati spesso in inglese, per arrivare ad un pubblico più vasto possibile e con attori di richiamo, buoni per arricchire un red carpet, mai così sfavillante.

Alla prova della sala però questa strategia si è rivelata un completo fallimento.

Mai il concorso di Cannes è stato così povero, pieno zeppo di film mal scritti, irrisolti, persino decisamente brutti. Basta dare un’occhiata – oltre che alla nostra classifica – alle stellette della critica internazionale – che abbiamo pubblicato qui – per accorgersene.

Non solo, ma il Palmares ha premiato proprio i film estranei a questa strategia: Dheepan di Audiard, interpretato da un non attore cingalese, Son of Saul, pera prima dell’ungherese Nemes, Vincent Lindon nel più piccolo dei film francesi e Hou Hsiao Hsien che continua a testimoniare la resistenza del cinema come forma d’arte, senza compromessi.

Eppure non possiamo dire di tornare a casa insoddisfatti, perchè i grandi film c’erano, disseminati però nel fuori concorso, ad Un certain regard, alla Quinzaine.

E stiamo parlando delle due animazioni Inside Out della Pixar e Il Piccolo Principe, stiamo parlando di Cemetery of Splendour del thailandese Apichatpong Weerasethakul, già vincitore a Cannes con Lo zio Boonmee, degli straordinari francesi Trois souvenirs de ma jeunesse di Arnauld Desplechin e L’ombre des femmes dell’eterno Garrel, e perchè no, dell’adrenalinico e scanzonato Mad Max di Miller, che ben avrebbe potuto aprire un concorso – questo sì – davvero innovativo.

Per non dire naturalmente del fluviale e necessario Arabian Nights di Miguel Gomes: sei ore surreali e commoventi nel Portogallo della crisi.

L’azzardo di Fremaux avrà forse fatto contenti produttori e distributori, in gran parte francesi, che si sono fatti carico dei film, fondamentalmente non riusciti, di Trier, Franco, Donzelli, Nicloux, Van Sant e di quelli dall’esito più controverso di Kurzel, Villeneuve, dei nostri Sorrentino e Garrone, Jia Zhangke, Lanthimos.

Tutti, o quasi, giovani registi che hanno portato a Cannes film inferiori – spesso molto inferiori – a quelli girati in passato, eppure ricchi di star e investimenti.

Oggi qualche nome importante si lamenta del trattamento riservato dalla stampa a questi film e avanza proposte surreali per minimizzare l’impatto della critica.

Ma è davvero questo il futuro di Cannes? Una vetrina senza qualità, per film di compromesso? In cui il cinema come forma d’arte è costretto a trovare i suoi spazi nelle pieghe della selezione ufficiale e nelle sezioni collaterali?

E’ stato l’addio dello storico presidente, già direttore Gilles Jacob, in favore di Pierre Lescure ad aver portato a questa innovazione? Qualche dubbio si fa strada…

Il lato industriale della macchina-cinema ci è sempre stato ben presente. E non si può far finta che non sia fondamentale e degno di attenzione. Ma quando impone le sue strategie di marketing elementare anche al più grande festival del mondo allora c’è qualcosa che non funziona più.

Se è così, preferiamo decisamente la Cannes del passato, con il concorso come un circolo esclusivo di grandi autori in cui si entra solo dopo un lento apprendistato, con le opere più anticonformiste ospitate ad Un certain regard ed i giovani indipendenti ed il cinema di genere alla Quinzaine.

Forse era una formula prevedibile, ma almeno salvaguardava l’identità della proposta culturale del festival, che sembra invece, dopo questa edizione, piuttosto confusa e dispersa, come dopo un piccolo terremoto.

Eppure confidiamo nell’intelligenza di Fremaux, che saprà fa tesoro dalle indicazioni di quest’anno, rimodellando e riadattando l’identità del festival, che forse ha bisogno, più di ogni altra cosa, di nuove sale e nuovi investimenti in una struttura datata 1982, che mostra ora tutti i suoi limiti, nonostante il restyling del Grand Theatre Lumière.

Forse questa mano tesa all’industria non è del tutto disinteressata e prelude a nuovi investimenti sulla Croisette. Ce lo auguriamo.

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