Big Eyes

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Big Eyes **

Tim Burton è stato uno dei pochi registi americani della sua generazione a diventare aggettivo di se stesso.

Dotato di uno stile unico e molto riconoscibile, di un tocco camp e di una predilezione per i dropout, gli emarginati ed i freaks, dopo gli inizi alla Disney ed i primi cortometraggi, il suo terzo film è già la trasposizione sul grande schermo del personaggio creato da Bob Kane, Batman, che lo renderà improvvisamente famoso e riconosciuto.

Gli anni ’90 sono il suo periodo aureo, segnati dall’incontro con Johnny Depp con il quale gira il commovente Edward mani di forbice, quindi Ed Wood e Il mistero di Sleepy Hollow.

Nel frattempo il secondo Batman rende ancora più esplicita la sua visione del mondo notturno di Gotham, mentre Mars Attacks è uno sberleffo, cucito sull’istrionismo di Jack Nicholson.

Le animazioni a passo uno di Nightmare Before Christmas e La sposa cadavere mostrano la sua passione per il cinema artigianale degli anni ’50 ed il capolavoro Big Fish segna il vertice della sua creatività e apre un nuovo capitolo.

La Mostra di Venezia gli assegna il Leone d’Oro alla carriera, consegnatogli da Johnny Depp.

Purtroppo nel nuovo secolo Burton non ha fatto altro che ripetere se stesso, sempre più stancamente. Finite forse le idee originali si è prestato ad una serie infinita di remake e sequel, cominciati con il pessimo Planet of the Apes, e proseguiti con una nuova Fabbrica di cioccolato, e poi con Alice in Wonderland, Sweeney Tod, Dark Shadows, tutti interpretati da un sempre più spento Johnny Depp e terminati con il rifacimento di un suo bellissimo corto delle origini, Frankenweenie.

Costretto ad un manierismo sempre più prevedibile e stucchevole, Burton sembrava non avere più nulla da dire.

Con il nuovo Big Eyes decide quindi di affidarsi alla coppia di sceneggiatori di Ed Wood, Scott Alexander e Larry Karaszewski e ad una storia vera ambientata nell’America a cavallo degli anni ’60: quella dei coniugi Keane, pittori baciati da un successo travolgente ed inspiegabile e quindi protagonisti di un contenzioso legale sulla paternità delle loro opere – quei bambini affranti dagli occhi grandi – che hanno colpito l’immaginario di star e gente comune.

E’ il 1958 quando la giovane Margaret Ulbrich lascia il marito e scappa a San Francisco con la figlia per ricominciare da capo.

La sua passione è pittura. Dipinge ritratti per strada e qui incontra Walter Keane, un agente immobiliare con la sua stessa passione.

Il colpo di fulmine scatta immediatamente, l’entusiasmo di Walter è travolgente.

I due espongono i loro quadri in un club della città, senza troppa fortuna, almeno sino a quando una lite con il proprietario finisce sui quotidiani: la pubblicità e il giornalismo di colore, giocano a loro favore e la gente accorre per vedere i quadri di Keane.

Ma quale Keane? Il problema è tutto qui. Le vedute parigine di lui non interessano a nessuno. Piacciono invece gli orfanelli dagli occhi grandi, dipinti da lei.

Walter si spaccia per l’autore di entrambi e quando le cose diventano troppo grandi, tornare indietro sembra impossibile.

Il film è piuttosto prevedibile nel suo sviluppo drammatico e perde molte occasioni quando, nella seconda parte, il quadro d’ambiente dipinto all’inizio, si perde in un dramma interamente familiare, assai superficiale.

Big Eyes avrebbe potuto essere una riflessione sul mondo dell’arte, sul desiderio di possesso e sul ruolo dell’iconografia, sulle radici del successo, sull’onestà dell’ispirazione artistica, sul ruolo dei media nel costruire e distruggere carriere, ma queste tracce rimangono solo accennate.

Ed ancora: posto che i quadri dipinti dalla Keane, sono, per dirla con il New York Times, prossimi alla spazzatura, chi era il vero genio tra i due coniugi? Chi li ha dipinti o chi ha saputo imporli e venderli?

Che ruolo hanno il marketing e la pubblicità nell’arte contemporanea?

Quanti possibili film c’erano in Big Eyes – tutti più interessanti del racconto proto-femminista messo in scena da Burton?

Il regista di Burbank sembra essere molto più interessato a farne un racconto sull’identità e sull’inganno, che assume marcate sfumature autobiografiche.

Chi è davvero il pittore che si firma come”Keane”? Ed è davvero importante saperlo? Perchè piace al suo pubblico? Perchè suscita emozioni semplici e sfrutta la commozione e il sentimentalismo?

Margaret è costretta dal marito a sfornare dipinti sempre uguali. Quando ad un certo punto cambia stile, avvicinandosi ai ritratti di Modigliani, non piace più e solo allora può riacquistare la sua vera identità.

Big Eyes è certamente meno semplice e lineare di quanto possa apparire. Sembra quasi una confessione tardiva, un tentativo di riappropriarsi di sè.

Margaret non è forse Burton stesso, costretto da almeno un decennio alla continua replica del suo stile inconfondibile?

Negli Stati Uniti si sono chiesti infatti, vedendo Big Eyes, dove sia finito il mondo di Burton, senza accorgersi forse che questo film è un grido d’aiuto, una confessione d’impotenza, che prelude ad un cambiamento che ancora non è completo, ma che sembra necessario e indifferibile.

Non è un caso se il film cominci con le linde casette dei sobborghi californiani, così tipiche del suo cinema, e finisca con una firma: quella di Margaret sul libro dei suoi dipinti, attribuiti sino ad allora al marito Walter.

Big Eyes non è un film particolarmente interessante o riuscito, lo sviluppo narrativo non ha mai una svolta, ma forse è l’inizio di qualcosa di nuovo per Burton. Una rivendicazione di autonomia e di libertà. Lontana dal mondo “burtoniano” e dai suoi attori feticcio, Johnny Depp e Helena Bonham Carter.

Amy Adams è come sempre fenomenale e camaleontica, capace di racchiudere nei suoi occhi azzurri un intero universo emozionale, senza bisogno di proferir parola. Christoph Waltz è invece sopra le righe in modo francamente insopportabile: il suo Walter è privo di sfumature e profondità e contribuisce ad affossare il film.

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