Widow’s Bay: quant’è difficile fare il sindaco su un’isola maledetta…

Widow’s Bay **1/2

A Widow’s Bay, un’isola al largo delle coste del New England, tutto inizia con una fitta nebbia accompagnata da un terremoto. E’ notte. Il capitano di un peschereccio scompare misteriosamente.

Il mattino seguente Tom Loftis, il nuovo sindaco, è messo a dura a prova. I cittadini si allarmano. I telefoni squillano. Wyck, vecchio custode di leggende locali, sa che qualcosa di terribile è accaduto. Ma Tom è un uomo razionale che non accetta ipotesi bizzarre. E soprattutto non ha intenzione di cedere alle richieste dello sceriffo Bechir intenzionato a chiudere il porto turistico per precauzione. Quel giorno Widow’s Bay attende la visita di un giornalista del New York Times.

Tom ha una missione. Risollevare l’isola. Trasformarla. Portarla al livello della prestigiosa Martha’s Vineyard. Intanto Shep, il marinaio inghiottito dal nulla, ricompare. E non è più la stessa persona.

Ritrovare Matthew Rhys, attore protagonista di The Americans, fa un certo effetto. Qui Rhys interpreta il sindaco Loftis, infondendo nel personaggio, perno della serie, un mix di dramma e comicità saggiamente bilanciato. Tom è il classico straniero, nato fuori dall’isola e quindi considerato una specie di impostore dagli elettori locali (che pure l’hanno votato). Pare infatti che Widow’s Bay nasconda una maledizione. Chi ha provato a emigrare non ce l’ha fatta. O, più spesso, è finito decisamente male. Aron, il figlio annoiato di Tom, se ne vorrebbe andare. Come dargli torto? Aron non ha mai conosciuto sua madre, morta poco dopo il parto. Widow’s Bay è anche un racconto di famiglia in cui il dolore gioca la sua parte.

Ogni episodio gira attorno a un topic del genere horror. Nel secondo, ad esempio, Tom accetta di passare la notte in un albergo infestato da “presenze”. Resta solo da scoprire chi gli si paleserà di fronte, se l’assassino vestito da clown, la racchia mollata all’altare o il capitano della nave che un belgiorno impazzì. Follia? Mica tanto. Le certezze del sindaco a poco a poco si sgretolano. I fantasmi esistono e la situazione diventa “strana” (weird). I paesani guardano Loftis da una certa distanza, indecisi tra l’aperta ostilità e una pietà accondiscendente.

La satira di Widow’s Bay nasce dallo scontro di prospettive eccentriche. Accadono cose brutte, molto brutte. Impronunciabili, incomprensibili. Eppure il museo di storia locale sembra contenere tutte le verità. A patto di saperle leggere. C’è una pagina di diario strappata che parla di un uomo, un criminale, un mostro. Fu scritta da Sarah Westcott, la moglie del fondatore della comunità, Richard Warren (il mostro, appunto, o forse un salvatore) nel lontano 1702. Il sesto episodio è dedicato a lei. Sarah arriva a Widow’s Bay in un giorno di settembre. Non conosce il suo futuro marito. Non sa se sia bello o anziano o giovane. Ha paura che non le piacerà. Ma la verità può essere oscena e superare le peggiori fantasie.

L’incursione nel passato è più che una parentesi. La maledizione attraversa i secoli. Il demonio è il primo indagato. Richard Warren era una sua incarnazione? Lui nega (è quasi immortale e il quasi ha un peso). Emergono indizi contrastanti ed entrano in ballo anche simpatici funghetti dal potere psichedelico. La storiaccia dell’isola maledetta potrebbe essere una volgare allucinazione.

Il campionario è vasto. Fa capolino pure il boogeyman, protagonista di ogni paura infantile in terra d’America. Patricia, l’assistente del sindaco Loftis, è convinta di essergli sfuggita. A differenza delle sue amiche d’infanzia. A volte dormire con un comò davanti alla porta rappresenta l’unica soluzione.

Patricia è interpretata da Kate O’Flynn, attrice britannica di formazione teatrale. Lei stessa ha ammesso di aver attinto al mito di Shelley Duvall in Shining, alla quale oltretutto assomiglia. Il citazionismo abbonda. La figura di Tom rinvia a Larry Vaughn, il primo cittadino di Amity ne Lo Squalo. La scena del bagno in mare ne è una tacita prova. La parodia è a un passo. Tuttavia si resta al di qua dei margini del grottesco. Il pastiche resta sempre gradevole.

Il quarto episodio, spassoso, regala a Patricia un ruolo di protagonista assoluta. Mettiamo che abbiate bisogno di consigli sul vostro aspetto fisico. O non vediate l’ora di superare alcuni deficit relazionali. Magari le persone attorno non vi credono quando raccontate di essere stati minacciati da un’ombra assassina (che strano!) Allora un libro può essere provvidenziale. Patricia trova un manuale di auto-aiuto sull’uscio di casa. Che magnifica idea organizzare una festa…

Purtroppo la festa finisce male, tra echi di neopaganesimo che rimandano a The Wicker Man e dintorni. Puritanesimo, colpa e dolore: siamo in pieno campo culturale anglosassone. Hawthorne, Edgar Allan Poe, H.P Lovecraft, tanto per citare i nomi più noti. E la solita ricerca dell’autorità massima, Stephen King. Widow’s Bay si specchia nella tradizione del gotico americano. Ne deriva un calderone infernale in cui confluiscono anche frammenti di leggende urbane, creepypasta e facezie simili. Non a caso, la notte fa brutti scherzi. Tom riceve la visita di una stregaccia abile nel soffocare i malcapitati. Ovviamente ogni creatura malvagia ha la propria tecnica non sempre sopraffina. Wyck, interpretato da Stephen Root, attore noto ai cultori del cinema dei fratelli Coen, si trasforma in un angelo custode.

Un religioso non poteva mancare. Figura angosciata e angosciante, il reverendo Bryce avverte sinistri presagi a partire dal suono di una campana. Bryce inizia a vagare nei boschi spifferando sentenze sul male che si sarebbe impossessato dell’isola. Toby Huss, attore di lungo corso apparso, per dirne un paio, in Jerry Maguire di Cameron Crowe e in Rescue Dawn di Werner Herzog, dona al suo personaggio la giusta disperazione, degna di antichi manicheismi (luce vs tenebre) nella solita salsa protestante. Ma il nemico è senza volto. La ricerca della verità imbocca vicoli ciechi. Non potrebbe essere altrimenti, su un’isola in cui i cartelli stradali indicano le direzioni sbagliate.

È colpa di Evan, il figlio adolescente del sindaco, se chi vuole andare a sinistra finisce a destra o viceversa. Le bravate notturne sono un segnale di malessere, di odio per un destino già scritto. La prospettiva di non poter mai lasciare l’isola rende inquieti. E magari pazzi. Nessun wi-fi e zero distrazioni. Un pub, una chiesa, poco altro. Impossibile resistere, impossibile evadere. Forse è per questo che la nebbia, le sparizioni e le assortite mostruosità sono assorbite senza colpo ferire dalla maggior parte della popolazione. Che dissimula, non per ipocrisia, bensì per evitare il giudizio illuminato dei forestieri.

La scrittura di Widow’s Bay sa essere sofisticata. Katie Dippold, gìà sceneggiatrice di Ghostbusters (versione 2016) e del mockumentary Parks and Recreation, in questa serie trasfigura una certa America attingendo a molteplici fonti dell’immaginario culturale. Rinunciando a facili effetti speciali, Dippold ricrea un ecosistema sociale arretrato, paludoso, infangato dai pettegolezzi. L’autrice ci restituisce il quadro vintage, eppure attuale, di una comunità ripiegata su su se stessa, incapace di vedere le ragioni della propria infelicità. Brutta cosa passare per creduloni e bigotti. Chi non ha paura di dire la verità (testimoniata da evidenze fisiche… occhio ai graffi sui polpacci) cade in disgrazia. Lo straniero è degradato a parafulmine collettivo. Sbeffeggiato, deriso, umiliato. Gli strali sono tutti per lui.

La questione è anche percettiva. A volte risulta impossibile mostrare l’assurdità di una situazione. Bisogna guardarla dall’esterno. Ma per gli abitanti nati sull’isola l’esterno è una chimera e l’accettazione delle peculiarità dell’isola coincide con una difesa acritica dello status quo, ovvero di un’eccezionalità che inorgoglisce e annichilisce allo stesso tempo. Un esempio: il desiderio di voler sparare i fuochi d’artificio, nonostante la dichiarazione di pericolo incombente, manifesta voglia di continuità e di spensieratezza.

L’elemento-famiglia ha un grosso peso nel racconto e il segreto celato a Evan sulla morte di sua madre non è un tema secondario. Tra i registri che si accavallano senza soluzione di continuità il dramma personale trova la sua giusta collocazione. Il sindaco ha conosciuto il lutto e ora scopre, non senza raccapriccio, che le connessioni tra eventi apparentemente disparati riconducono a una comune radice.

L’allarme è lanciato: il mondo là fuori è davvero terribile. La consapevolezza della morte e della perdita spinge il sindaco a proteggere Evan. Il parallelo tra Tom Loftis e Richard Warren, il pazzo fondatore della comunità, è di evidenza lampante. Entrambi credono di avere una missione e si trovano a dover fronteggiare una Forza innominabile.

Occorre considerare l’isola alla stregua di una creatura vivente. Ha carattere, vizi, stranezze. L’ambiguità dei comportamenti e delle risposte dei personaggi deriva da questa confusione primordiale. Gli uomini sono niente al cospetto di un logos tremendo (Dio? La Natura? Il Demonio?) Solo la risata stempera l’orrore.

Diverte anche il contrasto tra l’ordine e il caos. La dedizione di Bechir alla divisa rappresenta l’ultimo argine all’esplosione del disordine sociale. Tuttavia, è una risposta cieca. Chi ha aperto gli occhi, cioè Tom Loftis, si trova così nell’ingrata posizione di dover difendere le istituzioni, la concordia e il vivere civile da un pericolo che trascende ogni tipo di controllo. Si può forse ammanettare un fantasma? Lo sceriffo è interpretato da Kevin Carroll, già in Leftlovers e The Walking Dead.

Si trovano sciamani tra i geni e anche, naturalmente, tra gli idioti, ha scritto André Malraux. Lo sciamano che compare in Widow’s Bay sembra piuttosto un comune figlio dei fiori, magari fuori tempo massimo. Alla fine tutto è riconducibile a un’esperienza estatica, se con estasi intendiamo la rottura delle porte della percezione e la capacità di andare oltre gli schemi tangibili.

Sotto la patina di sangue e risate, la serie ci invita a scavare tra i diversi livelli di orrore, come ha dichiarato lo stesso Matthew Rhys, compreso quello più sottile, nascosto tra le articolazioni della società. L’isteria di massa è una conseguenza della paura. E se bisogna distruggere per ricostruire, ben vengano gli spiriti, i funghetti magici, i viaggi nell’altra dimensione. Ci sarà sempre un sindaco a mostrarci la via. La rielezione, per un tipo così tosto, è assicurata.

Titolo originale: Widow’s Bay.

Numero di episodi: 10

Durata: 35 – 45 minuti l’uno.

Distribuzione Apple Tv+

Uscita: Maggio – Giugno 2026

Genere: Horror, Comedy, Drama

Consigliato a chi: è in grado di risolvere il dilemma del tram, conosce il proprio albero genealogico, non ha paura di comporre un numero sconosciuto.

Sconsigliato a chi: teme di poter essere risucchiato da un tornado, vorrebbe levare un quadro dalla parete, ha usato una parola a sproposito e se n’è pentito.

Letture, ascolti e visioni parallele:

A proposito di connessioni tra il passato e il presente, uno dei graphic novel più acclamati degli ultimi anni: Richard McGuire, Qui, Rizzoli Lizard, 2015.
Per assonanza con i temi della serie, due romanzi della scrittrice anglo-australiana Emilia Hart, entrambi pubblicati da Fazi Editore: Weyward (2023) e Sirene (2024).
Su donne, potere e stregoneria, il podcast Herbariae di Giulia Paganelli, pubblicato sulla piattaforma Storytel.
Un film del 2019 ben presto diventato un classico del genere: Midsommar di Ari Aster, disponibile su varie piattaforme.

Una frase: Gli uomini spaventati compiono azioni disperate.

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