Odissea

Odissea ***

Su una spiaggia battuta dal sole un enorme cavallo di legno emerge dalla battigia, abbandonato. I soldati troiani ne chiedono conto a Sinone, l’ultimo dei greci, lasciato a presidio di questo enorme simulacro destinato a celebrare la dea Atena.

E’ solo l’inizio di una storia che gli aedi raccontano sera dopo sera: la Guerra di Troia è finita da quasi dieci anni. Ulisse, dopo molte avventure, è naufragato sull’isola della ninfa Calipso che si è innamorata di lui e l’ha convinto a restare con l’inganno, spingendolo a dimenticare la sua storia e il suo destino, grazie ai fiori di loto. La moglie Penelope a Itaca tesse invece la tela in attesa del suo arrivo, cercando sempre più faticosamente di tenere a bada Antinoo e i Proci che vorrebbero la sua mano per salire al potere. Il figlio Telemaco decide di partire per Sparta, in cerca di notizie del padre da Menelao e Elena, riunitisi dopo la guerra.

Pian piano nei racconti dei testimoni e nei ricordi sempre più chiari di Ulisse, il film ricostruisce le avventure che hanno portato le navi di Odisseo attraverso il mediterraneo a incontrare Polifemo e Circe, i lestrigoni e le sirene, sopravvivendo faticosamente a Scilla e Cariddi, sino ad addentrarsi nel regno delle ombre per ascoltare l’indovino Tiresia e poi sull’isola di Trinacria, dove la maledizione di Poseidone lascerà vivo il solo Ulisse.

Ma l’ombra più scura che sembra pesare nella coscienza del condottiero è proprio quella della notte che l’ha reso celebre, tra le mura di Troia.

Christopher Nolan, dopo il successo inaspettato e travolgente di Oppenheimer, ha avuto carta bianca da Universal per poter girare sostanzialmente qualunque progetto volesse.

La scelta di adattare il poema epico di Omero, cardine del canone occidentale, senza alcuna reale mediazione, è ambiziosa oltre ogni limite.

La regia accompagna questa impostazione con una spettacolarità volutamente sobria e analogica. Nolan sembra interessarsi relativamente poco agli aspetti meravigliosi del poema.

Il film si apre infatti con un cartello che recita: “Un tempo di apparente magia“. Il fantastico viene ricondotto quasi sempre entro coordinate fisiche e tangibili. Polifemo stesso, Circe o le Sirene appartengono a un universo dove prevale il senso della materia, del paesaggio, della presenza concreta degli elementi naturali. L’unico tra gli dei che appare nel film è Atena, che sembra tuttavia una visione, un’allucinazione, un sogno di Ulisse, che le dona il volto di una giovane donna decapitata a Troia. I critici più severi del regista inglese vi troveranno probabilmente conferme sui limiti del suo immaginario, che difficilmente tende alla meraviglia, alla magia e al coinvolgimento emotivo.

Tuttavia da oltre duemila anni il re di Itaca continua a mutare volto. Molto al di là del personaggio omerico, in tante diverse e successive incarnazioni poetiche e letterarie Ulisse ha rappresentato l’uomo moderno per eccellenza, affascinato dall’ignoto, audace, scaltro, capace di vincere ogni resistenza per appagare la propria sete di conoscenza. È stato il viaggiatore inquieto per Dante, il simbolo dell’esilio in Foscolo, l’eroe della conoscenza per Tennyson, il marinaio della nostalgia in Saba, il viandante infinito di Kavafis. Ogni epoca ha trovato nell’Odisseo omerico un riflesso alle proprie domande. Nolan aggiunge una nuova interpretazione a questa lunga genealogia: il suo Ulisse è soprattutto l’uomo che non riesce più a liberarsi delle proprie responsabilità, che sente su di sè il peso dell’inganno e della distruzione che ha provocato.

Il rapporto con Euriloco e con gli altri compagni d’avventura assume un peso decisivo. Nolan insiste sul progressivo sacrificio dei soldati, sulla consapevolezza crescente che soltanto Ulisse sia destinato a salvarsi. Ogni morte amplia il divario tra il condottiero e i suoi uomini, trasformando il viaggio in una lenta processione funebre. L’eroe continua ad avanzare mentre attorno a lui tutti scompaiono. Quando naufraga finalmente a Itaca, da solo, porta con sé soprattutto un immenso vuoto.

Ogni approdo riporta il protagonista alla stessa domanda: quale prezzo comporta la vittoria quando nasce dall’intelligenza trasformata in arma?

Prima di partire per Troia, Ulisse si confida con Penelope: intuisce che la guerra durerà a lungo e che il nostos sarà solo una delle possibili conclusioni.

Alla fine, dopo il ritorno, confessa alla moglie che il pericolo che tutti attribuiscono ai “popoli del mare” è in realtà interno alla loro società. Le civiltà dell’età del bronzo prosperavano in un mondo già sostanzialmente globalizzato, caratterizzato dal ruolo preminente degli scambi e dei commerci e quindi della fiducia e dell’ospitalità reciproca. Quando quella interconnessione viene distrutta dalla violenza, il sistema introduce un vulnus che contribuisce al suo crollo rovinoso.

In questo senso il dialogo più fecondo del film non è tanto con il poema di Omero quanto con l’intera filmografia dello stesso Nolan.

L’Ulisse di Nolan è in fondo una sorta di fratello ideale di Oppenheimer. Entrambi con la loro intelligenza, il loro intuito, la loro arguzia hanno costruito l’arma decisiva per la vittoria. Entrambi vedono tuttavia quanto feroci e brutali siano le conseguenze della vittoria. Il senso di colpa e il peso delle responsabilità sembrano quasi spingerli a rinnegare le loro stesse creazioni.

È probabilmente questa la riflessione più interessante proposta dal film. Ancora una volta nel cinema di Nolan il protagonista è un reduce, un sopravvissuto, costretto a confrontarsi con il peso delle proprie responsabilità: lo erano già Leonard Shelby di Memento e il Cavaliere oscuro, Joseph Cooper di Interstellar e persino Dom Cobb di Inception, tutti personaggi che condividono l’esperienza del ritorno, dopo aver attraversato esperienze che li hanno trasformati irrimediabilmente.

Come ha notato con il solito acume Gianni Canova, “anche Ulisse vive la frammentazione della memoria e il ricordo come auto-inganno, […] è divorato dal senso di colpa […] ed è un eroe spezzato che deve accettare di andarsene per il bene della sua patria: Bruce Wayne se ne va da Gotham come Ulisse si autocondanna all’esilio, lasciando il trono a Telemaco e partendo verso quello che Dante ha definito il folle volo”.
Nel film la scena della decapitazione di una statua di Atena a Troia torna molte volte a tormentare i ricordi di Ulisse, come si trattasse di un segno premonitore: l’affronto alla Dea che gli ha donato il suo celebre “polymetis” – il suo ingegno multiforme – lo lascia in balia di forze irrazionali, distruttive che non comprende più e non riesce a governare.

E allora lo stesso viaggio che Ulisse intraprende prima di tornare a Itaca non è  “per seguir virtute e canoscenza“, ma una sorta di lunga espiazione per il dolore, la morte e la distruzione che il suo ingegno ha provocato.

Lo capiamo meglio solo prima del finale, quando l’incipit con il cavallo sulla spiaggia – meravigliosa citazione della Montagna di sale di Mimmo Palladino o della Statua della libertà nel finale de Il pianeta delle scimmie? – diventa il racconto infuocato della caduta di Troia. Anche la sconfitta di Antinoo e dei Proci non è che uno strumento per cercare un nuovo esilio, l’unica soluzione possibile per l’eroe.

Inutile soffermarsi invece sulla scelta di girare tutto il film con enormi cineprese in pellicola IMAX, perché la pubblicistica sul tema è diventata parte integrante della enorme campagna di lancio del film.

Se invece avete dubbi su quale formato di proiezione scegliere – posto che in Italia non tutti sono accessibili – potete farvi un’idea qui.

La predilezione per questo formato ingombrante, che consente appena tre minuti di riprese continuative, ha tuttavia reso particolarmente lineare la messa in scena, enfatizzando il lavoro di montaggio e una grammatica visiva priva di grandi invenzioni, piuttosto ordinaria a dire il vero, capace di accentuare – nella grandiosità del quadro ripreso – il senso incombente della natura sull’uomo, alla ricerca di una spettacolarità classica, solenne.

Lo stesso obiettivo sembra coltivato – sia pure con mezzi molto diversi – da Ludwig Göransson, il giovane compositore svedese della colonna sonora che anche questa volta lascia senza parole, per la ricerca dei suoni e degli strumenti. Il suo score sonoro senza linee melodiche immediatamente riconoscibili, asseconda invece l’ansia dei protagonisti, costretti ad affrontare prove sempre più complesse.

La fotografia di Hoyte van Hoytema restituisce con grande efficacia questa dimensione primordiale, privilegiando il rapporto tra i corpi e una natura immensa, partecipe alle vicende umane, mentre negli interni si affida alle solite dominanti ocra e marroni.

Anche il montaggio di Jennifer Lame riflette la frammentazione della memoria del protagonista. Nella prima parte i continui salti temporali producono una narrazione volutamente discontinua; solo nell’ultima ora il racconto ritrova una progressione più lineare, quasi che il recupero della memoria da parte di Ulisse restituisca ordine anche alla costruzione del film.

L’interpretazione di Matt Damon è misurata, tutta giocata sulla consapevolezza progressiva del personaggio. Il suo Ulisse conserva la forza fisica dell’eroe guerriero, ma lascia emergere soprattutto la fatica, il dubbio, il peso accumulato negli anni.

Tom Holland è un Telemaco imbelle e dimenticabile, mentre Anne Hathaway ha la gravitas giusta per Penelope e ha una grandissima scena quando si ribella alle macchinazioni del figlio, riaffermando il suo ruolo e la sua esperienza nei venti lunghi anni di assenza di Ulisse. Pattinson nel ruolo di Antinoo è un villain da piccolo cabotaggio. Zendaya è la dea Atena, in una serie di apparizioni al protagonista.

Particolarmente efficace anche il Sinone di Eliott Page che apre il film e poi ritorna più volte sino alla lunga magnifica scena nell’Ade.

Ma i tanti nomi coinvolti – tra cui ricordiamo almeno John Leguizamo nel ruolo del cieco Eumeo e Samantha Morton in quelli di Circe – hanno pochi o pochissimi momenti per brillare, in un film che resta soprattutto corale ed episodico.

Le polemiche sorte prima dell’uscita sull’utilizzo di attori afroamericani o non binari in particolari ruoli nel film si perdono nel nulla, com’era ampiamente prevedibile, tuttavia l’accento che il film pone più volte sulla sacralità della legge dell’ospitalità, sull’obbligo di rifocillare, lavare e offrire doni allo straniero, per non infrangere la “legge di Zeus” e subire la sua terribile ira divina, suona come un monito estremamente attuale e politico. Così come certamente contemporaneo appare il rifiuto dell’eroe di fronte alla morte e alla distruzione della guerra.

Alla fine ciò che rimane impressa è proprio questa immagine di Ulisse.

L’uomo che desidera soltanto tornare a casa scopre che nessun ritorno può cancellare ciò che è accaduto. Itaca smette così di rappresentare un approdo geografico e diventa uno stato dell’anima, forse irraggiungibile. Nolan trova qui una chiave di lettura personale e sorprendentemente coerente con tutto il suo cinema: il viaggio più lungo non attraversa il mare, ma la coscienza di chi continua a interrogarsi sul prezzo delle proprie scelte.

Ovviamente Nolan è uno dei registi di “Oltre il Novecento: 25 anni di cinema in 100 film“. Scopritelo qui:

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