Su una spiaggia battuta dal sole un enorme cavallo di legno emerge sulla battigia, abbandonato. I soldati troiani ne chiedono conto a Sinone, l’ultimo dei greci, lasciato a presidio di questo enorme simulacro.
E’ solo l’inizio di una storia che gli aedi raccontano sera dopo sera: la Guerra di Troia è finita da quasi dieci anni. Ulisse dopo molte avventure è naufragato sull’isola della ninfa Calipso che si è innamorata di lui e l’ha convinto a restare con l’inganno e i fiori di loto, spingendolo a dimenticare la sua storia e il suo destino. La moglie Penelope a Itaca tesse la tela in attesa del suo arrivo, cercando sempre più faticosamente di tenere a bada Antinoo e i Proci che vorrebbero la sua mano per salire al potere. Il figlio Telemaco parte per Sparta, per cercare notizie del padre da Menelao e Elena, riunitisi dopo la guerra.
Pian piano nei racconti dei testimoni e nei ricordi sempre più chiari di Ulisse, ricostruiamo le avventure che hanno portato le navi di Odisseo attraverso il mediterraneo a incontrare Polifemo e Circe, i lestrigoni e le sirene, sopravvivendo faticosamente a Scilla e Cariddi, sino ad addentrarsi nel regno delle ombre per ascoltare l’indovino Tiresia e poi sull’isola di Trinacria, dove la maledizione di Poseidone lascerà vivo il solo Ulisse.
Ma l’ombra più scura che sembra pesare nella coscienza di Ulisse è proprio quella della notte che l’ha reso celebre, tra le mura di Troia.
Christopher Nolan, dopo il successo inaspettato e travolgente di Oppenheimer, ha avuto carta bianca da Universal per poter girare sostanzialmente qualunque progetto volesse.
La scelta di adattare il poema epico di Omero, cardine del canone occidentale, senza alcuna reale mediazione, ma ritornando alle fonti, è ambiziosa oltre ogni limite.
La regia accompagna questa impostazione con una spettacolarità volutamente sobria. Nolan sembra interessarsi relativamente agli aspetti meravigliosi del poema. Il fantastico viene ricondotto entro coordinate fisiche e quasi tangibili. Polifemo, Circe o le Sirene appartengono a un universo dove prevale il senso della materia, del paesaggio, della presenza concreta degli elementi naturali. I critici più severi del regista inglese vi troveranno conferme sui limiti del suo immaginario, che difficilmente tende alla meraviglia, al coinvolgimento emotivo.
Da oltre duemila anni il re di Itaca continua a mutare volto. Molto al di là del personaggio omerico, in tante diverse e successive incarnazioni poetiche e letterarie Ulisse ha rappresentato l’uomo moderno per eccellenza, affascinato dall’ignoto, audace, capace di vincere ogni resistenza per appagare la propria sete di conoscenza. È stato il viaggiatore inquieto di Dante, il simbolo dell’esilio in Foscolo, l’eroe della conoscenza in Tennyson, il marinaio della nostalgia in Saba, il viandante infinito di Kavafis. Ogni epoca ha trovato nell’Odisseo omerico il riflesso delle proprie domande. Nolan aggiunge una nuova interpretazione a questa lunga genealogia: il suo Ulisse è soprattutto l’uomo che non riesce più a liberarsi della propria responsabilità.
Per questo il rapporto con Euriloco e con gli altri compagni assume un peso decisivo. Nolan insiste sul progressivo sacrificio dei soldati, sulla consapevolezza crescente che soltanto Ulisse sia destinato a salvarsi. Ogni morte amplia il divario tra il condottiero e i suoi uomini, trasformando il viaggio in una lenta processione funebre. L’eroe continua ad avanzare mentre attorno a lui tutto scompare. Quando approda finalmente a Itaca porta con sé soprattutto un immenso vuoto.
Ogni approdo riporta il protagonista alla stessa domanda: quale prezzo comporta la vittoria quando nasce dall’intelligenza trasformata in arma?
In questo senso il dialogo più fecondo non è tanto con il poema di Omero quanto con l’intera filmografia dello stesso Nolan.
L’Ulisse di Nolan è in fondo una sorta di fratello ideale di Oppenheimer. Entrambi con la loro intelligenza, il loro intuito, la loro arguzia hanno costruito l’arma decisiva per la vittoria. Entrambi hanno visto tuttavia quanto feroci e brutali siano state le conseguenze di quella vittoria. Il senso di colpa e il peso delle responsabilità sembrano quasi spingerli a rinnegare le loro stesse creature.
È probabilmente questa la riflessione più interessante proposta dal film. Ancora una volta nel cinema di Nolan il protagonista è un reduce, un sopravvissuto, costretto a confrontarsi con il peso delle proprie responsabilità: lo erano già Leonard Shelby di Memento e il Cavaliere oscuro, Joseph Cooper di Interstellar e persino Dom Cobb di Inception, tutti personaggi che condividono l’esperienza del ritorno, dopo aver attraversato esperienze che li hanno trasformati irrimediabilmente.
E allora lo stesso viaggio che Ulisse intraprende prima di tornare a Itaca non è “per seguir virtute e canoscenza“, ma una sorta di lunga espiazione per il dolore, la morte e la distruzione che il suo ingegno ha provocato. Lo capiamo meglio solo prima del finale, quando l’incipit con il cavallo sulla spiaggia diventa il racconto infuocato della caduta di Troia. Anche la sconfitta di Antinoo e dei Proci non è che uno strumento per cercare un nuovo esilio, che suona come l’unica soluzione possibile per l’eroe.
Inutile soffermarsi invece sulla scelta di girare tutto il film con enormi cineprese in pellicola IMAX, perché la pubblicistica sul tema è diventata parte integrante della enorme campagna di lancio del film.
Se invece avete dubbi su quale formato di proiezione scegliere – posto che in Italia non tutti sono accessibili – potete farvi un’idea qui.
Le riprese in questo formato ingombrante hanno tuttavia reso particolarmente lineare la messa in scena, enfatizzando il lavoro di montaggio e una grammatica visiva priva di grandi invenzioni, piuttosto ordinaria a dire il vero, capace di accentuare – nella grandiosità del quadro ripreso – il senso incombente della natura, alla ricerca di una spettacolarità classica, solenne.
Lo stesso obiettivo sembra coltivato – sia pure con mezzi molto diversi – da Ludwig Göransson, il giovane compositore svedese della colonna sonora che anche questa volta lascia senza parole, per la ricerca dei suoni e degli strumenti. Il suo score sonoro senza linee melodiche immediatamente riconoscibili, asseconda invece l’ansia dei protagonisti, costretti ad affrontare prove sempre più complesse.
Anche il montaggio di Jennifer Lame riflette la frammentazione della memoria del protagonista. Nella prima parte i continui salti temporali producono una narrazione volutamente discontinua; solo nell’ultima ora il racconto ritrova una progressione più lineare, quasi che il recupero della memoria da parte di Ulisse restituisca ordine anche alla costruzione del film.
L’interpretazione di Matt Damon è misurata, tutta giocata sull’usura progressiva del personaggio. Il suo Ulisse conserva la forza fisica dell’eroe guerriero, ma lascia emergere soprattutto la fatica, il dubbio, il peso accumulato negli anni.
Tom Holland è un Telemaco imbelle e dimenticabile, Anne Hathaway ha la gravitas giusta per Penelope, mentre Pattinson nel ruolo di Antinoo è un villain da piccolo cabotaggio. Zendaya è la dea Atena, in una serie di apparizioni al protagonista.
Ma i tanti nomi coinvolti – tra cui forse spicca John Leguizamo nel ruolo del cieco Eumeo – hanno pochi o pochissimi momenti per brillare, in un film che resta soprattutto corale ed episodico.
La fotografia di Hoyte van Hoytema restituisce con grande efficacia questa dimensione primordiale, privilegiando il rapporto tra i corpi e una natura immensa, indifferente alle vicende umane.
Le polemiche sorte prima dell’uscita sull’utilizzo di attori afroamericani o non binari in particolari ruoli nel film si perdono nel nulla, com’era ampiamente prevedibile, tuttavia l’accento che il film pone più volte sulla sacralità della legge dell’ospitalità, sull’obbligo di rifocillare, lavare e offrire doni allo straniero, per non infrangere la legge di Zeus e subire la sua terribile ira divina suona come un monito estremamente attuale e politico.
Alla fine ciò che rimane impresso è proprio questa immagine di Ulisse.
L’uomo che desidera soltanto tornare a casa scopre che nessun ritorno può cancellare ciò che è accaduto. Itaca smette così di rappresentare un approdo geografico e diventa uno stato dell’anima, forse irraggiungibile. Nolan trova qui una chiave di lettura personale e sorprendentemente coerente con tutto il suo cinema: il viaggio più lungo non attraversa il mare, ma la coscienza di chi continua a interrogarsi sul prezzo delle proprie scelte.

