La spia – A most wanted man

La spia

La spia – A most wanted man ***

Terzo film per l’olandese Anton Corbijn: una vita nei video musicali, poi il debutto al cinema con il folgorante di Control, quindi il debole The American con Clooney ed ora La spia – A most wanted man, presentato al Sundance e poi Berlino e tratto da uno degli ultimi romanzi di John Le Carré, Yssa il buono.

Il titolo italiano promette intrighi, azione, doppio gioco, con un sapore di Guerra Fredda, ma in realtà il film di Corbijn è il ritratto di un lungimirante agente dell’antiterrorismo tedesco, Günther Bachmann, stretto tra le esigenze di produrre risultati immediati e la pazienza di sapere attendere che l’esca attragga i pesci più grossi.

La polizia guidata dal ruvido collega Mohr e il Ministero dell’Interno vogliono facce nuove da poter esibire, mentre gli americani sono pronti a sfruttare ogni traccia, ma non esplicitano mai le proprie intenzioni ed anche per loro vale la superficialità bushiana della mission accomplished.

E’ una partita complessa quella che gioca Bachmann, aiutato da una squadra di fedelissimi, che seguono le sue mosse da scacchista.

Tutto comincia quando un presunto terrorista, Yssa Karpov, raggiunge Amburgo, dopo essere fuggito dalla Russia, attraverso la Turchia.

Qui vuole incassare le somme che il padre, ai vertici dell’establishment militare russo, ha accumulato su un conto cifrato presso una banca privata.

Per farlo chiede aiuto ad un’avvocato che si occupa di diritti civili, Annabel Richter, la quale finirà coinvolta, assieme al banchiere Tommy Brue nel piano escogitato da Bachmann, per incastrare un filantropo musulmano, Faisal Abdullah, che dietro le sue attività benefiche, nasconde probabilmente una rete di finanziamenti per Al Qaida.

Bachmann non si fida di nessuno tranne che dei suoi uomini, usa tutta la sua esperienza per costringere tutti a giocare un ruolo nella sua operazione.

Ma il suo obiettivo è ben più ambizioso di Faisal Abdullah…

Il film di Corbijn è uno scontro tutto verbale, in cui bugie e silenzi contano anche più delle parole. Bachmann tesse una tela capace di estendersi molto al di là dei protagonisti esposti.

A most wanted man si apre con un’epigrafe che ricorda che proprio ad Amburgo Mohammed Atta mise a punto i piani per l’11 settembre, ma le rivalità ed il mancato coordinamento delle intelligences internazionali fu decisiva per consentire ad Al Qaida di perfezionare gli attacchi, indisturbata.

Quello che Le Carré e Corbijn vogliono dirci è che in oltre dieci anni, nulla è davvero cambiato. Anzi, le gelosie e le scelte miopi di allora sono ancora le stesse: cade qualche testa, ma coloro che reggono i fili rimangono nell’ombra, così come le connessioni economiche e le coperture politiche del terrorismo islamico.

Il film è l’ultimo da protagonista per Philip Seymour Hoffman.

Ancora una volta la sua prova è magistrale. Günther Bachmann è un antieroe disilluso e ossessionato dal suo lavoro. Beve whiskey in continuazione, si accende una sigaretta dopo l’altra, nel tentativo di tenere a bada i suoi demoni. La sua vita non ha affetti e distrazioni apparenti.

La sua amarezza, il suo senso tragico della sconfitta lo avvicinano ai grandi personaggi del cinema americano degli anni ’70. Hoffman gli regala la sua fisicità sgraziata e gli ultimi bagliori del suo talento sconfinato.

La sua uscita di scena è memorabile. Improvvisa e folgorante come l’epilogo della sua carriera: anche solo per questo, La spia – A most wanted man è un film che non si può mancare.

 Philip seymour Hoffman

 

 

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