Jersey Boys

Jersey Boys 5

Jersey Boys **

Forse ci sarebbe voluto il Martin Scorsese dei bei tempi, per restituire alla storia di Frankie Valli e dei Four Seasons il senso di un percorso.

Il californiano Clint Eastwood, che ha sempre avuto un rapporto speciale con la musica, sin da Honkytonk Man e Bird, non sembra aver assimilato fino in fondo il ritmo selvaggio del New Jersey a cavallo tra gli anni ’50 ed i ’60.

Il suo film, tratto dal lavoro teatrale di Marshall Brickman e Rick Erice, riscritto per lo schermo dall’esperto John Logan, è davvero una parabola troppo ordinaria di redenzione, successo e caduta, nel mondo della musica.

In ogni film biografico che si rispetti, quello che conta davvero è la storia che si racconta. E la storia di Frankie Valli e Tommy De Vito, il motore creativo dei Four Seasons, non è granchè.

Tutto già visto, già sentito. Persino le loro canzoni sono il simbolo di un rock’n’roll degli albori, sdolcinato ed esile, che oggi ha davvero poco da comunicare. La rivoluzione dei Beatles, dei Rolling Stones e di Dylan era ancora di là da venire…

Non bisogna confondere però il classicismo della messa in scena eastwoodiana ed il professionismo da vecchia Hollywood che la ispira, con un film semplicemente modesto come Jersey Boys, pieno di stereotipi italoamericani e di melassa da sogno americano.

Se poi dovessimo scegliere di dedicare un film ad un musicista del New Jersey non avremmo dubbi: molto più forte risuona la voce bassa e potente del “Boss” Bruce Springsteen, rispetto a quella sottile e angelica di Frankie Valli.

Strano che un raffinatissimo musicista jazz come Eastwood si sia innamorato della musica fiacca dei Four Seasons, della voce in falsetto di Valli e delle coreografie orchestrate per un pubblico di adolescenti senza età.

Il film comincia con i protagonisti ragazzi nel New Jersey degli anni ’50: il chitarrista Tommy De Vito è esperto in piccoli furti, ricettazione, reati minori. Alterna la vita di strada alla musica, cercando di godersi i soldi facili ed il benessere spensierato di un’America ancora innocente.

Una sera, mentre cerca di rubare una cassaforte, mette nei guai l’amico Francis, che ha solo 16 anni e se la cava senza accuse.

Tommy invece finisce in galera, ma solo per sei mesi: è buon amico del boss Gyp De Carlo e quando quest’ultimo scopre la voce angelica di Francis Castelluccio, li spinge a mettere in piedi un quartetto per dare una svolta alle loro vite.

Il bassista sarà Nicky, il fratello di Tommy. Gli altri sono dei semplici session men, almeno sino a quando nel gruppo entra un compositore e pianista estraneo al quartiere, Bob Gaudio, che Joe Pesci – sì, proprio “quel” Joe Pesci – presenta a De Vito.

A New York i quattro firmano un contratto discografico con Bob Crewe, ma dovranno attendere un anno per incidere i loro pezzi.

Con Sherry e 4 hit da classifica riusciranno ad imporsi, ma le dinamiche interne al gruppo lo porteranno ad esplodere: i due più talentuosi, Frankie  e Bob stringeranno un patto speciale, ma sarà il comportamento sconsiderato di Tommy a rovinare tutto.

A quel punto Francis, che tutti ormai chiamano Frankie Valli sarà costretto a caricarsi sulle spalle l’eredità artistica del gruppo svendendo sera dopo sera la sua musica, pur di appianare l’enorme debito che Tommy ha accumulato con la Mafia di New York.

Tragedie personali e infelicità professionali non riusciranno a spezzare l’animo generoso del piccolo Frankie, sino al trionfo, in finale di partita, di Can’t take my eyes off you del 1967, diventato da allora una evergreen senza tempo.

Il film di Eastwood è un musical trattenuto, senza numeri musicali se non sui titoli di coda.

E’ pieno della musica dei quattro ragazzi del New Jersey, ed almeno nella prima parte, ha il tono leggero e divertito di una ricostruzione d’ambiente.

Poi però il film diventa più prevedibile: la storia di Frankie Valli e del suo gruppo non è diversa da quella di molti altri altri. Le personalità coinvolte sembrano assai modeste, la loro musica è solo un filo nostalgico rivolto verso il passato.

Forse nella cultura musicale americana possono aver avuto una certa importanza, ma ad uno spettatore di oggi il film suona piuttosto convenzionale.

Anche la scelta di quattro protagonisti pressochè sconosciuti, alcuni presi direttamente dalle compagnie che negli ultimi 8 anni hanno messo in scena il musical,  non è stata particolarmente felice.

Sempre perfetta invece la fotografia desaturata di Tom Stern.

Come spesso è accaduto negli ultimi dieci anni, ci si chiede perchè Easwood, che a 84 anni potrebbe davvero fare più o meno ciò che vuole, abbia scelto questo film e questi personaggi.

Si cerca allora di rintracciare qualche elemento che colleghi Jersey Boys alla lunghissima carriera dell’icona della Warner Bros, ma  davvero in questo caso sarebbe un’impresa tutto sommato sterile.

Il film va gustato forse nella sua linearità, nella sua evidenza e nei suoi particolari curiosi: i dialoghi diretti tra i 4 musicisti ed il pubblico in sala, l’apparizione del giovane Eastwood in una tv che trasmette Rawhide, la luce negli occhi del sempre sontuoso Christopher Walken, il momento in cui uno dei protagonisti dice a Joe Pesci che ha una faccia buffa, Kirk Douglas de L’asso nella manica che ispira uno dei grandi successi del gruppo.

Frammenti di un cinema che fu, giochi cinefili, spigolature dal New Jersey.

Tutto qui, purtroppo.

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