Venezia 2013. Mereghetti sul declino della Mostra e l’industria cinematografica italiana

Venezia 70 poster

Anticipato da un pezzo scritto per il settimanale Sette, Paolo Mereghetti ripropone oggi, in prima pagina sul Corriere della Sera, alcune considerazioni sullo stato dell’industria cinematografica italiana come chiave di lettura per interpretare la prossima Mostra di Venezia che festeggia un po’ in sordina i suoi primi 70 anni.

Pochi hanno osato criticare il cartellone di quest’anno, ma ora che ci si avvicina al debutto, qualche dubbio si fa strada.

Si attendevano altri nomi e altri film, per un’occasione così importante. Ed anche se Barbera nega, a questa Mostra non manca solo il film di Steve McQueen con Fassbender e Pitt, ma anche quelli di Atom Egoyan, Jason Reitman, Daniele Luchetti, Spike Jonze, Denis Villeneuve, Ron Howard, tutti pronti al debutto a Toronto, e forse persino quelli di Spike Lee, Ridley Scott e Lars Von Trier.

Mereghetti offre una chiave di lettura:

Mercoledì la Mostra del cinema apre le sue sale per la settantesima volta. Un record unico al mondo che tutti si augurano possa essere festeggiato con una ricchissima messe di film. Anche se il primato non può nascondere i tanti problemi che rischiano di rendere zoppo il festival del Lido, dal gigantesco buco in memoria di un palazzo in attesa di costruzione alle croniche difficoltà alberghiere, alle vere o supposte rivalità italiane, fino all’atteggiamento non sempre cooperativo che il cinema di casa nostra riserva al suo festival più importante

[…] La concorrenza internazionale sempre più forte (adesso non ci sono più solo Cannes e Berlino, anche Toronto è diventato un competitor, con la logica delle prime mondiali da rubare) ha ottenuto un effetto paradossale: invece di compattare e rafforzare l’orgoglio di casa, ha finito per innescare le geremiadi. Dimostrando così ancora una volta i limiti culturali e industriali del cinema e della politica italiana.

[…] Per i grandi produttori internazionali (e non parlo solo di Hollywood), Venezia come Cannes, Berlino o Toronto sono ormai solo un momento di un più complesso percorso di sfruttamento commerciale. Siccome portare un film medio-grande a un festival costa almeno 500 mila dollari (sono ancora i «verdoni » a tenere banco), un produttore è disposto a spenderli se quell’investimento promette di tornargli in tasca. Con la vendita internazionale o, meglio, con le risorse del botteghino. E che ipotesi di mercato può offrire Venezia? Non quelle delle contrattazioni durante il festival, ma quelle del box office nazionale… L’anno scorso in Italia si sono venduti poco più di 91 milioni di biglietti e quest’anno le prospettive non sembrano molto più rosee: perché un produttore dovrebbe spendere soldi suoi per lanciare un film su un mercato dichiaratamente in crisi? Dobbiamo ricordare che in Francia, con più o meno gli stessi abitanti, i biglietti venduti annualmente sono 200 milioni e anche di più? Ecco perché c’è la corsa verso Cannes. 

Appare chiaro, allora, come mai il peso di un festival vada di pari passo con l’importanza della sua industria e della sua politica nazionale. E le domande che in molti rivolgono alla Mostra del Lido dovrebbero forse rivolgerle all’Agis, all’Anica, ai Cento autori, al Ministero dei beni culturali, a chi cioè dovrebbe preoccuparsi del cinema sotto tutti i suoi aspetti.

[…] Forse il problema, allora, non è il Festival di Venezia e la sua più o meno riuscita selezione, ma tutto il cinema italiano nel suo complesso: la sua volontà di crescere, di darsi una struttura all’altezza delle sfide, di chiedere alla politica di fare il suo dovere e non solo di cedere a questa o quella protesta. Altrimenti si corre il rischio-Pompei: accorgersi che le cose non vanno quando sono ormai diventate macerie.

venezia_2013

Sì, tutto vero, il problema è più ampio della selezione veneziana, che è la punta di un iceberg che non si vede, ma c’è.

Però questo non toglie che gli stessi problemi li ha sempre avuti anche Marco Mueller, che ha diretto la Mostra per otto anni, sempre in competizione con Toronto, sempre col fiato sul collo di Cannes e Roma, sempre con un’industria culturale italiana allo sbando – ma allora fortissimamente legata al duopolio Medusa/Raicinema – con strutture persino più obsolete e insufficienti al Lido.

Riguardo al Festival di Cannes, mai come quest’anno il cartellone era pieno di film che usciranno nelle sale dopo mesi: la Palma d’Oro, La vie d’Adele, rimarrà invisibile anche in patria fino a ottobre, Inside Llewyn Davis dei Coen e Nebraska di Payne debutteranno negli Stati Uniti e nel mondo solo a Natale! Lo stesso vale per The Immigrant di Gray, Venus in Fur di Polanski ed al contrario per Behind the Candelabra di Soderbergh, che le sale le ha proprio evitate, debuttando sulla HBO pochi giorni dopo il passaggio sulla Croisette.

Che traino possono avere questi film dalla presenza a Cannes? Forse solo quello dell’autorevolezza del festival e dei premi vinti. Ma questo non c’entra nulla con la forza del mercato francese…

E allora, lasciatecelo dire, qualcosa in più, da questa Mostra, ce lo aspettavamo…

Speriamo però di essere clamorosamente smentiti, vedendo i film scelti da Barbera e dalla sua squadra di selezionatori.

Ne saremmo felicissimi.

D’altronde le Mostre si giudicano alla fine e non all’inizio, no?

Un pensiero riguardo “Venezia 2013. Mereghetti sul declino della Mostra e l’industria cinematografica italiana”

  1. Certo è che non si aiuta il cinema italiano montando campagne mediatiche per “esigere” l’assegnazione della palma a un film di casa nostra, come spesso si è visto negli ultimi anni. È vero, il cinema italiano è in difficoltà anche per ragioni strutturali e di mercato, e soprattutto per l’assenza di politiche volte a sostenerlo e valorizzarlo. Però guardiamoci in faccia: non sarà colpa anche dello scarso numero di grandi autori presenti oggi nel nostro paese? Oppure vogliamo credere che l’esplosione di cinematografie come quella rumena sia legata unicamente alle politiche di promozione azzeccate dei rispettivi governi?

    Giudicato a priori, il livello della mostra si profila medio-basso; è vero, i giudizi vanno dati alla fine, ma se continua la fuga di autori dal Lido verso Toronto e Cannes rischiamo di rimanere con un pugno di registi medi (o mediocri) e altri ben lontani dal vertice della loro parabola creativa.
    D’altronde i capolavori e i grandi registi bisogna pure meritarseli: l’anno scorso, su “The Master”, molti giornali titolavano “deludente” e si lanciavano in proclami sulla presunta superiorità di “È stato il figlio”. Cose da non credere.

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