Elena

Elena di A.Zvyagintsev ****

Presentato a Cannes nella sezione Un certain regard nel 2011 e mai uscito in Italia, il terzo film di Andrey Zvyagintsev, già Leone d’Oro per Il ritorno, è uno dei pochi capolavori di questi anni. Elena è un racconto nerissimo, darwiniano, senza scampo.

Cupo e claustrofobico, il film russo lascia senza fiato, creando una tensione spasmodica, che non si scioglie nemmeno nel finale apocalittico.

Elena, infermiera di umili origini, si è risposata in tarda età con Vladimir, ricco uomo d’affari, ormai in pensione. Convivono in una casa modernamente arredata, nella quale le differenze di classe e di ceto sembrano essersi attenutate, ma restano forti quelle caratteriali. Vladimir è metodico e glaciale, Elena più affabile e dolce, si prende cura di ogni cosa, assistendo il marito con devozione. La stessa che rivolge al figlio, Sergey, nato da un precedente matrimonio, che vive in uno squallido palazzo della periferia, con una moglie e due figli: senza lavoro e senza volontà di cercarne uno, si affida interamente alla generosità della madre, che gli porta i soldi della pensione e va a fare la spesa.

Suo nipote, Sasha, è altrettanto apatico e passa le sue giornate giocando con la playstation e frequentando la banda di teppisti del quartiere: i suoi voti scolastici sono pessimi e gli precluderebbero l’accesso al college, a meno che Vladimir non si offra di pagare la costosa retta privata.

Elena cerca di intercedere in favore del nipote, ma il marito sembra essere piuttosto riluttante. Nel suo mondo individualista, ciascuno deve assumersi le proprie responsabilità, che comprendono anche quelle educative: Sasha, per lui, non è che un estraneo.

Improvvisamente però una mattina Vladimir ha un attacco di cuore e viene ricoverato in ospedale. Quando si risveglia, Elena è al suo fianco, come sempre. Le chiede di contattare la figlia, con cui ha un pessimo rapporto: Tatyana vive nella noia dorata dei soldi del padre e lo disprezza profondamente.

Grazie all’insistenza di Elena, padre e figlia sembrano riavvicinarsi, proprio nella stanza d’ospedale e proprio a partire da uno sguardo cinico e disincantato sul mondo, comune ad entrambi.

Quando il malato torna a casa, ancora convalescente, comunica alla moglie che si è deciso a fare testamento, lasciando tutte le sue proprietà a Tatyana. Non solo, ma ha deciso di non assecondare le richieste di Elena per la costosa retta di Sasha, che dovrà quindi cavarsela da solo.

La decisione di Vladimir avrà conseguenze inarrestabili.

Zvyagintsev mette in scena la Russia di oggi, come un mondo senza solidarietà, senza legami che non siano quelli primitivi del sangue, in cui ogni uomo è da solo ed è disposto a tutto pur di sopravvivere. La famiglia è completamente dilaniata: paravento per giovani inetti o per maturi estranei, che vivono in stanze separate.

Nessuno si salva nella parabola di Elena: non la protagonista, che gli eventi costringono a dissimulare il più atroce dei delitti, nè il marito Vladimir, sordo a qualsiasi generosità, non la figlia Tatyana, opportunista bohemienne, grazie ai soldi paterni, e certamente non Sergey e Sasha, idioti assoluti, che forse sprecheranno l’opportunità, che il destino gli ha regalato.

Non c’è più castigo nel delitto di Zvyagintsev. Il senso di colpa, se non quello della giustizia, finiscono seppelliti dall’homo homini lupus hobbesiano, la sola forma di promozione sociale ancora possibile. Il crimine diventa allora strumento di sopravvivenza e di affermazione: nelle stanze ovattate dei ricchi non scorre il sangue, non servono armi, basta un manuale di farmacia.

Ed allora l’unica cosa che conta davvero è il denaro: quello accumulato non si sa bene come da Vladimir, buttato via da Tatyana, ambito da Elena e Sergey, necessario a Sasha, per mascherare la sua inettitudine.

L’umanità non ha più cittadinanza, l’avidità si è appropriata di tutto.

Due immagini restano scolpite: l’incontro dall’avvocato di famiglia di Tatyana e Elena, due placidi avvoltoi, e la nuova famiglia, che prende possesso dell’appartamento di Vladimir.

Il sangue si gela nelle vene. Imperdibile.

 

Un pensiero riguardo “Elena”

  1. Concordo anche le virgole della recensione perchè Elena è uno dei film più belli che io abbia recentemente visto. Dopo “il ritorno” ho dovuto penare non poco per recuperare la versione sottotitolata in inglese e ri-sottotitolarla in italiano complice la consueta assenza di distribuzione in Italia di pellicole di qualità. Stessa sorte toccata ad Izgnanie e probabile sorte che toccherà a Leviathan. Film bellissimo che ti accompagna per giorni, che ho trovato “moralmente violento” e tecnicamente perfetto complice l’impeccabile fotografia (come sempre) di Krichman. Grande cinema.

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