Venezia, Roma, Torino: è la politica a organizzare i festival del cinema?

In questi primi giorni dell’anno, le polemiche attorno alle nomine alla Mostra di Venezia sono state al centro del dibattito culturale e politico.

La scelta di Baratta di non confermare Marco Mueller e di affidare la rassegna più antica del mondo al bravo ed esperto Alberto Barbera, ha scatenato una sorta di guerra tutta politica e tutta romana sul festival della Capitale.

Da un lato Polverini e Alemanno (presidente della regione Lazio e Sindaco di Roma, PDL), che vorrebbero portare Mueller a Roma, rinnovando la rassegna in evidente crisi di identità e idee. Dall’altro Bettini e Zingaretti (ex presidente della Festa e presidente della Provincia, PD), che si oppongono al cambio di guardia, sostenendo l’attuale presidente Gian Luigi Rondi e Piera Detassis, che hanno curato le ultime rassegne.

Il paradosso è che Mueller, sponsorizzato dal PDL, è un formidabile organizzatore di Festival e un uomo non certo riconducibile alla destra. Mentre Rondi è l’emblema della vecchia democrazia cristiana andreottiana.

Il tutto sembra essersi bloccato: Rondi è in carica sino a giugno e non pare intenzionato a nominare Mueller nel corso del suo mandato. D’altro canto attendere giugno per scegliere il nuovo direttore, metterebbe in serie difficoltà una rassegna già provata da una formula e da una collocazione, che non hanno ragion d’essere e che ostacolano due realtà storiche e formidabili come Venezia e Torino.

A nostro avviso non si può pensare al Festival di Roma, se non ripartendo da una collocazione e da una formula completamente diversa.

Il gioco delle parti conduce a strane alleanze, sullo sfondo delle quali ci sono le prossime elezioni municipali.

A nessuno interessa davvero se la Mostra ed il Festival di Roma possano essere veicoli di cultura e di promozione del nostro paese. La diatriba è molto più provinciale e non passa per la politica culturale, ma per bassi interessi di casta.

Lo stesso era avvenuto cinque anni fa a Torino, con l’arrivo di Moretti e le diatribe della vecchia gestione di Rondolino con il Comune.

Nelle classifiche che abbiamo pubblicato nell’ultimo mese e nelle scelte di riviste specializzate, sindacati ed associazioni di giornalisti e critici, è evidente, ancora una volta, come il cinema di qualità sia quello che proviene dai grandi festival europei.

Melancholia, The Artist, The tree of life, Drive, Il ragazzo con la bicicletta, Midnight in Paris, Take Shelter sono tutti figli del Festival di Cannes; Faust, Shame, La talpa, Le idi di marzo, Carnage invece arrivano da Venezia. Lo straordinario Una separazione ha trionfato a Berlino.

Ed allora mentre il ruolo delle rassegne si fa sempre più indispensabile, in un panorama distributivo impoverito da una politica di multiplex dove si punta più che altro a vendere popcorn, e dove si spingono gli spettatori a subire e non a riflettere sui film che si proiettano, ecco che in Italia le scelte culturali si fondano su litigi e incomprensioni oppure su giochi di potere che nulla hanno a che fare con il futuro della più importante industria culturale del paese.

Le qualità delle persone coinvolte non è in discussione. Quello che ci rattrista è il pensiero che Barbera o Mueller, Detassis o Amelio e Martini siano al loro posto non perchè hanno effettivamente lavorato bene, ma perchè qualcuno ha pensato di puntare su di loro per un bieco interesse politico o personale.

Sarebbe ora di prendere spunto dai cugini francesi, che in quanto a cultura ed a tutela e valorizzazione del loro patrimonio hanno molto da insegnarci: Gilles Jacob, scelto nel 1977 per guidare Cannes è ancora al suo posto. Dal 2001 è diventato presidente e dal 2004 ha lasciato l’onere della selezione a Thierry Fremaux, formidabile e inamovibile delegato generale.

Come abbiamo più volte sostenuto chi guida un festival ha bisogno di continuità, di certezze, di poter lavorare in profondità, creando alleanze e consenso internazionale.

Ed allora come risponde Cannes alle polemiche italiane? Confermando direttore e presidente per un nuovo triennio, fino al 2014, con più poteri esecutivi al super dinamico Fremaux.

Ma questo, in Italia, a chi interessa?

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