L’arte di vincere – Moneyball

L’arte di vincere – Moneyball ***

C’è una scena chiave, verso la fine del nuovo film di Bennett Miller (Capote), che sembra riassumere perfettamente lo spirito del racconto: il giovane assistente chiama il protagonista, Billy Beane – general manager della squadra di baseball degli Oackland A’s – nella sala video, per mostrargli un filmato.

Un giocatore in battuta, sovrappeso ed impacciato, colpise la palla e si invola, senza neppure controllare dove sia finita. Inciampa sulla prima base e goffamente si rotola per terra per cercare di conquistarla. Improvvisamente i suoi compagni gli fanno notare che la battuta si era rivelata un clamoroso fuori campo. Invece di affannarsi per la prima base avrebbe potuto passeggiare comodamente conquistando tutte le basi.

E’ una metafora che spiega molto bene uno dei passaggi decisivi della carriera di Billy Beane. Un general manager che ha rivoluzionando l’approccio al baseball, senza neppure rendersene conto pienamente.

Siamo nella stagione 2002 e la piccola squadra di Oackland perde i suoi tre giocatori migliori: non ha la forza economica per trattenerli in squadra.

La proprietà non vuole sentire ragioni e invita il GM a seguire lo spirito della società: cercare talenti e giovani ancora non affermati, che siano compatibili con il budget a disposizione.

Billy cerca di strappare qualche giocatore alla concorrenza di Cleveland e lì conosce un assistente che sembra avere l’ultima parola sulle scelte del menagement. E’ un giovane laureato di Yale, Peter Brand, che applica al baseball le teorie matematiche e statistiche di Bill James.

Beane, alle prese con il gruppo di vecchi scout degli Oackland, impone il giovane Peter, seguendo le sue valutazioni in cerca di giocatori che possano massimizzare la resa sportiva della squadra, a prescindere dai report sportivi e dal valore di mercato.

Lo scontro non sarà solo con i consiglieri anziani ma anche con il coach, Art Howe, poco propenso a seguire sul campo le teorie della giovane coppia.

Dopo un inizio di stagione fallimentare, Billy Beane sarà obbligato ad imporre le sue scelte, escludendo dalla squadra la giovane stella e cambiando l’approccio umano con i suoi giocatori.

Al racconto di una stagione piena di sorprese che non vi riveleremo, naturalmente, Miller alterna flashback della carriera da giocatore di Billy, che da giovane e promettente prospetto si rivelerà assai avara di soddisfazioni. Costretto a scegliere tra l’accesso alla prestigiosa università di Stanford e la carriera sportiva, rimpiangerà forse la scelta del campo.

L’errore compiuto dagli scout su di lui, porterà Billy a diffidare delle valutazioni dei suoi collaboratori, affidandosi alle complesse statistiche teorizzate dal suo nuovo assistente.

Moneyball è uno straordinario film sullo sport, ma a cui l’etichetta di genere sta stretta. E’ esso stesso una metafora dell’ossessione tutta americana per vincenti e perdenti.

Tratto da una storia vera, il film di Bennett Miller è capace di mantenere la promessa di uno spettacolo intelligente e popolare allo stesso tempo: è quella che quasi tutte le major, negli ultimi anni, hanno costantemente tradito, in favore di una spettacolarità fracassona e infantile.

Una nazione fondata sul mito della seconda opportunità deve fare i conti continuamente con i suoi fallimenti, la sua inadeguatezza, il rischio di perdere tutto, proprio quando le cose sembrano mettersi per il verso giusto.

Billy Beane ha visto il lato oscuro di quel sogno di gloria, che lo sport professionistico americano perpetua in continuazione. Ha creduto in quel sogno e si è ritrovato a vivere una vita di sconfitte e delusioni. Ha buttato via la sua gioventù e le possibilità di una grande università. Ora si ritrova general manager di una squadra promettente, ma la forza degli Yankees e di altre grandi franchige non gli consentono quel salto di qualità che vorrebbe.

E allora si rimette in gioco completamente, rischiando tutto, persino gli affetti di una famiglia divisa.

Si sente forte, nei dialoghi e nella struttura potente ed epica, la mano straordinaria di Aaron Sorkin, lo sceneggiatore di The Social Network, che proprio durante le riprese del film di Fincher, è stato coinvolto nella riscrittura del copione di Moneyball.

C’è tutta la crudeltà dell’America nei suoi dialoghi pungenti e nelle sue vittorie effimere. E’ un paese di sconfitti quello che descerive Sorkin. Che racconti la politica, la fondazione di Facebook o lo sport professionistico, i suoi personaggi sono malinconici e solitari. Mettono in gioco se stessi, ma sembrano condannati dalla stessa audacia della loro visione.

Brad Pitt è ancora una volta eccellente, nel ruolo di Billy Beane. Il suo modo di recitare sotto le righe, lasciandosi scivolare il personaggio sulle spalle è perfetto per Billy Beane e gli regala una forza tutta interiore. Nelle rughe d’espressione e nello sguardo aperto, rassegnato si sente tutto il peso del suo passato.

Jonah Hill è sorprendente e indovinato, nel primo ruolo serio della sua carriera. Philip Seymour Hoffman si ritaglia la piccola parte dell’allenatore scorbutico, in un film che non lascia molto spazio ai caratteristi, per concentrarsi sulla coppia di protagonisti.

Dopo il bell’esordio di Capote, Miller si è ritrovato a dirigere, quasi per caso, questo progetto pensato da Soderbergh e passato per due sceneggiatori, prima di trovare in Aaron Sorkin il suo vero padre.

Negli Stati Uniti ha avuto un successo limitato, come tutti quei film che mettono in discussione dalle fondamenta lo spirito americano, mostrandone le crepe più profonde.

I distributori italiani hanno scelto per Moneyball, il titolo più semplice “L’arte di vincere”. Come al solito non hanno capito nulla: qui non si tratta di vincere sul campo, quanto di comprendere l’amarezza di un sistema che produce frustrazioni ed insicurezze, anche in chi ha giocato la sua sfida più grande.

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