Il cavallo di Torino

Il cavallo di Torino ***

Chi lotta contro i mostri deve fare attenzione a non diventare lui stesso un mostro. E se tu riguarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te.

Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male, 1886

All’uscita dalla sua abitazione di Torino, il 3 gennaio 1889, il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche vide un vetturino frustare il suo cavallo ostinato, che rifiuta di muoversi. Nietzsche rimase impressionato dalla violenza dell’uomo. Secondo la leggenda si precipitò a fermare il vetturino e singhiozzando abbracciò il cavallo. Quando fece nella sua abitazione si sedette su una sedia stremato, dichiarando di aver perso il senno. Passerà in effetti gli ultimi undici anni della sua vita in uno stato di completa frustrazione fisica e mentale, perdendo l’uso delle gambe, della memoria, poi della parola, accudito dalla madre e dalla sorella, fino alla morte, avvenuta a Weimar il 25 agosto 1900,

L’ultimo film di Bela Tarr comincia da proprio da Nietzsche e si apre su vetturino, che cerca di trascinare il cavallo e il suo carretto verso casa, in una landa desolata spazzata da un vento incessante e crudele.

Il vetturino vive assieme alla figlia, che si prende cura di lui, lo veste al mattino, va a prendere l’acqua dal pozzo, cucina le patate, lo assiste con il cavallo.

Le giornate trascorrono sempre uguali, in un silenzio rotto solo dai rumori impetuosi della natura e da una colonna sonora inquietante ed ipnotica, che scorre senza sosta e sempre uguale a se stessa, nel corso di tutto il film.

Bela Tarr racconta solo sei giorni nella vita del vetturino e della figlia. Sei giorni di progressiva regressione al nulla. Anche la durezza dell’eterno ritorno dell’identico si perde, via via, in un cupio dissolvi, che finisce per avvolgere nel silenzio e nel buio i due protagonisti.

Il loro isolamento è rotto solo due volte: quando un vicino si reca da loro per la vodka e gli racconta che la città vicina è stata spazzata e corrotta dal vento e quando un gruppo di zingari si avvicina alla loro casa, per abbeverarsi al pozzo. Vorrebbero portar via la giovane figlia del vetturino, ma quest’ultimo li scaccia violentemente. Alla ragazza regalano un libro. Una sorta di anti-Bibbia, piena di suggestioni e riferimenti a Nietzsche scritta dallo sceneggiatore del film, László Krasznahorkai, collaboratore di tarr da lunghissimo tempo. Nel frattempo il cavallo ha smesso di nutrirsi e di bere, il pozzo si è svuotato e persino la luce si è fatta più fioca: le lampade non si accendono più e il fuoco ha smesso di ardere.

E’ una sorta creazione à rebours quella di Bela Tarr, che nell’ultimo film della sua luminosa carriera, sembra fare i conti con se stesso, con il suo stile e con la disillusione di chi ha sognato di cambiare il mondo e ora vede solo avvicinarsi le tenebre.

Nel potente e contrastato bianco e nero de Il cavallo di Torino, Tarr si muove con lentezza ieratica e solenne. L’uomo ha perso la sua strada, ha lasciato agli stolti e ai criminali la distruzione del suo mondo. Dio è morto. O forse, più semplicemente, ha deciso di mettere fine alla sua creazione. Il vento soffia incessante, il paesaggio si è fatto scarno, la luce ha smesso di brillare, il fuoco non serve più a nulla.

E’ l’Apocalisse della civiltà e della coscienza, quella messa in scena dal regista ungherese, la fine di un percorso personale, cominciato con i suoi primi film a colori e a camera a spalla, in un paese ancora sotto la Cortina di Ferro, e via via sedimentatosi in un bianco e nero fatto di soli piani sequenza, con un montaggio minimo, dialoghi essenziali e un impianto quasi teatrale, con i personaggi chiamati a muoversi all’interno del quadro.

Qui la rarefazione del suo stile è come se ne formasse un distillato, che sfiora sempre la maniera di sè, ma che la parabola finale arricchisce di senso e profonda inquietudine.

Il cavallo di Torino è un film che vive in uno spazio senza tempo, forse fuori dal tempo, in cui tutto sembra ritornare in una routine tragica e dolorosa, fino a che ogni scintilla di vita e di umanità, di arte e di bellezza si fa più fioca.

Nei miei primi film sono partito dalla mia sensibilità sociale e volevo cambiare il mondo. Poi ho dovuto capire che i problemi sono più complicati. Ora posso solo dire che è molto pesante e non so cosa succederà, ma vedo qualcosa di molto vicino. La fine. Prima di girarlo sapevo sarebbe stato il mio ultimo film.

Bela Tarr, 2011

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