Che cosa resterà di questa 68°Mostra di Venezia? Dopo dieci giorni di film, idee, immagini, sguardi, occorre fare un po’ d’ordine cercando di separare le opere effimere e transitorie, da quelle che resteranno.
Il nostro Leone va alla reinvenzione di Faust del russo Sokurov. Un’opera-mondo talmente ricca e profonda da imporsi immediatamente su tutto il resto.
L’emancipazione dalla letteratura e da Goethe ne fa un viaggio al termine dei desideri e delle speranze, verso un mondo nuovo fuori dallo spazio e dal tempo. Un capolavoro assoluto.
Affascinante ed oscuro anche Alps di Lanthimos, con i suoi volontari del dolore, che finiscono per riempire il vuoto dentro di sè, piuttosto che quello dei parenti delle vittime a cui si sostituiscono.
Bellissimo e disperato anche Shame di Steve McQueen, uno dei talenti da tenere d’occhio, che ha consentito a Michael Fassbender d’imporsi come la star del festival con due interpretazioni formidabili e diversissime.
Bravissimi anche i quattro interpreti di Carnage, un ritorno al Polanski dei kammerspiel di Repulsion e Cul de sac, in cui la violenza pian piano si fa strada dietro l’apparenze perbenismo politically correct.
Le spie apertamente omosex di Le Carrè e Alfredson sono una sconfessione di tutto il cinema di James Bond, ma restano nella memoria del festival come l’anziana domestica di A simple life di Ann Hui, forse la migliore attrice in concorso.
Una menzione la meritano anche il cinese a sorpresa che apre uno squarcio infernale sulla Cina di oggi, il bamboccione di Dark Horse di Solondz e Terraferma di Crialese, forse un po’ troppo a senso unico, ma giusto, necessario, riuscito.
Questi sono i nostri preferiti.
Segnaliamo inoltre il lavoro egregio delle Giorante degli Autori che hanno sempre proposto opere interessanti, coivolgenti, di spessore, mentre Orizzonti rimane, per collocazione e confusione dei formati, il vero buco nero della Mostra.

