I ragazzi stanno bene

I ragazzi stanno bene **1/2

Se dovessimo dar retta alla stampa americana ed al successo raccolto da questa commedia familiare dolceamara, fin dal suo debutto al Sundance ed Festival di Berlino dello scorso febbraio, ci dovremmo trovare di fronte ad un piccolo gioiello di scrittura anticonformista e raffinata recitazione.

In realtà I ragazzi stanno bene, nel raccontare i delicati equilibri di una famiglia solo apparentemente originale – nella quale non ci sono padri, ma due donne che hanno scelto la fecondazione artificiale dallo stesso donatore – rimane un po’ in superficie e sembra adagiarsi sulle premesse inconsuete, per rifilarci un tradizionale monito moralistico sull’unità familiare, minacciata dall’esterno.

Siamo ancora ad Adamo ed Eva con il serpente, anche se qui i ruoli sono un po’ diversi: ci sono due Eva e Adamo gioca il ruolo del seduttore…

Il film racconta di Joni e Laser, due adolescenti californiani, che sono alla ricerca del proprio padre biologico. Le madri li hanno avuti da un unico donatore, con una fecondazione eterologa. Joni riesce a risalire a Paul, attraverso la cartella della clinica, che si era occupata della procedura.

I due ragazzi hanno un primo incontro con lui, all’insaputa delle madri: Paul gestisce un ristorante ed ha delle coltivazioni biologiche, dove produce ortaggi e frutta, che usa nella sua cucina.

E’ un quarantenne spiantato, senza rapporti sentimentali stabili, che piano piano finisce per entrare nel menage familiare dei ragazzi, quando questi sono costretti a presentarlo alle madri Jules e Nic.

Jules è un medico, troppo preso dal lavoro a dai pazienti. Nic invece, dopo gli studi di architettura ha abbandonato le ambizioni di carriera per crescere i due ragazzi.

Paul si offre di dare un lavoro a Nic, che sta cominciando una nuova attività come progettista di giardini.

Complici i lavori, la vicinanza e un rapporto forse deteriorato tra Nic e Jules – tra Paul e la donna nasce una relazione molto fisica.

La vera forza del film di Lisa Chodolenko è nella prova superlativa dei suoi attori.

Ma più che la legnosa Annette Bening, lanciata verso l’Oscar, sono Julianne Moore e Mark Ruffalo a trascinare il film con un’interpretazione di rara sensibilità e senza alcun vezzo, scegliendo il realismo più rigoroso ed un understatement perfettamente adeguato. 

Ruffalo è straordinario nel dipingere Paul come un quarantenne confuso e vitalistico, impulsivo e infantile, un hippy fuori tempo massimo, sempre con la testa tra le nuvole.

Mentre Julianne Moore conferma ancora una volta – non che se ce ne fosse bisogno – che è la più eclettica e dotata della sua generazione.

Qui passa dall’afasia di una moglie trascurata e alternativa, allo slancio di una passione proibita, quindi al ruolo della separata in casa ed infine a quello di chi cerca di rimettere a posto i pezzi di una relazione andata in frantumi, anche attraverso il sacrificio personale.

Se avessimo un premio Oscar da assegnare lo daremmo volentieri a Julianne, probabilmente ancora snobbata da un’Acadamy, che appare cieca e sorda…

Bravissima anche Mia Wasikowska, già Alice per Burton, qui alle prese con un ruolo ugualmente complesso.

Il film mostra una certa debolezza strutturale, risolvendo in un finale conciliatorio, le pulsioni dei protagonisti: non sembra esserci nulla di nuovo sotto il sole, a parte il fatto che le due protagoniste del film siano lesbiche.

Ma basta questo, oggi, perchè si possa dire che I ragazzi stanno bene è una commedia originale?

9 pensieri riguardo “I ragazzi stanno bene”

  1. Mi ha fatto piacere leggere nella recensione quello che avevo constatato dopo la visione del film: il mio commento era stato – in quell’occasione – “cambiando l’ordine dei fattori il prodotto non cambia”.
    In effetti, a parte qualche trovata situazionale, la commedia si risolve in un’ottima interpretazione degli attori ma lascia il retrogusto ambiguo di un finale moralistico. Insomma, il terzo rimane incomodo anche in caso di famiglia “alternativa”, come se fosse l’istituzione in sè ad imporre certi cliché e convenzioni.

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