Winter’s Bone

Un gelido inverno – Winter’s Bone ***

Il film di Debra Granik era uscito plurivincitore dall’ultimo Sundance Festival, grazie ad un racconto secco, senza orpelli nè coloriture della vita di Ree una ragazza del Missouri, di diciassette anni.

E’ dovuta crescere in fretta, Ree: il padre, Jessup Dolly, spacciatore, per conto del temutissimo boss locale Thump Milton, è sparito da molto tempo, la madre è malata e non parla più e i suoi fratellini sono troppo piccoli per badare a se stessi. Tocca a lei reggere il peso di una famiglia devastata, che si ancora all’unico bene che possiede: una piccola casa nei boschi dell’Ozark, dove tutto sembra in qualche modo poter andare avanti.

Almeno sino al giorno in cui, lo sceriffo avvisa Ree che il padre è fuori dal carcere su cauzione e che se non si presenterà all’udienza, i garanti si prenderanno la casa e tutte le loro proprietà.

Inizia così per Ree una dolorosa ricerca del padre: chiederà aiuto ai vicini, alle amiche, alle amanti del padre ed allo zio Teardrop, anche lui legato all’invisibile boss locale.

Finirà per bussare anche alla porta di Thump Milton, ricevendo solo un minaccioso avvertimento dalle sue donne.

Intanto arriva il giorno dell’udienza ed il padre non si presenta, viene ritrovato il suo furgone, ma di lui nessuna traccia. Dopo aver rischiato la vita ed aver mostrato di essere capace di lottare sino in fondo, per salvare il piccolo mondo che sembra crollarle addosso, Ree finirà per scontrarsi contro il muro di omertà e sangue che lega Milton ai suoi uomini ed alle sue donne.

Il film della Granik ha la potenza e la solidità del racconto rurale e veristico: i volti e le facce dei suoi protagonisti trasudano verità, squallore e morte. Le ambientazioni non fanno che aumentare il senso di chiusura, che Ree si trova a dover fronteggiare: è un mondo di sopravvissuti, quello che descrive Winter’s bone. Un’umanità danneggiata e offesa, che vive nel sospetto e nella paura. 

Nella desolata campagna del Missouri, tutto sembra essere soffocato da una povertà morale più forte di quella economica e da violenza tanto più pervasiva, quanto sottile, addirittura invisibile, purchè ci si limiti a guardare solo nel proprio cortile.  Ma appena si cerca di alzare lo sguardo, ecco che si finisce per incrociare quello di Milton, padre padrone incontrastato, davanti a cui ci si può solo inchinare.

Nella potente sceneggiatura scritta dalla Granik e da Anne Rosellini a partire dal romanzo di Daniel Woodrell, il silenzio e l’omertà non riguardano solo le attività illecite, ma si fanno patrimonio diffuso di un intera comunità, nella quale neppure i vincoli di sangue contano più nulla di fronte ad uno spirito di sopravvivenza brutale. E’ un branco di lupi, quello che descrive la Granik, dove non c’è spazio per i traditori e le spie, e nel quale le donne sono ancora più spietate e violente dei loro placidi mariti.

La protagonista di questa dolorosa odissea è interpretata da Jennifer Lawrence, con una forza senza pari. La giovanissima attrice si dona anima e corpo al suo personaggio, con un naturalismo da attrice consumata.

In scena dal primo all’ultimo istante, trascina il film con un’intensità travolgente, che dona a Ree il carattere di un’eroina memorabile e vivida, senza bisogno di costumi e superpoteri.

L’avevamo notata a Venezia 2008, quando si era aggiudicata con pieno merito il Premio Mastroianni per The Burning Plain di Arriaga. Anche qui conferma la sua straordinaria bravura, in un film che si inserisce nella scia del migliore cinema indipendente americano, limitandone al minimo i difetti e sfruttandone al massimo le risorse narrative e la libertà di sguardo.

 Come ha scritto Roger Ebert: A story like this could become mired in despair, but Ree’s hope and courage lock us in. How did she get to be the way she is? We are born optimistic, although life can be a great discouragement. In every bad situation, there are usually a few good people. 1

Piccola nota a margine: mai visto un film nel quale il nome del regista arriva solo nei titoli di coda, molto dopo quello di attori e produzione.

 1. Roger Ebert, Winter’s Bone, Chicago Sun-Times, 16.6.2010

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