Benvenuti al Sud

Benvenuti al Sud **

Il film di Luca Miniero, per una volta senza Paolo Genovese, coautore di tutte le sue opere precedenti, è il remake del francese Giù al Nord di Dany Boon, campione d’incassi oltralpe un paio di stagioni fa.

Il regista – affermatosi nei primi anni 2000, con i premiatissimi cortometraggi Piccole cose di valore non quantificabile e Incantesimo Napoletano, che anticipava i temi di questo Benvenuti al Sud – si era un po’ perso dopo l’esordio, con un paio di lungometraggi trascurabili, prodotti da Anna Falchi e Fulvio Lucisano.

Qui ritorna alla leggerezza spensierata degli inizi, con una commedia che fa il verso ai pregiudizi nord-sud ed alle rispettive rigidità.

La sceneggiatura, trasporta la storia da Pas de Calais alla Castellabate cilentana, ed è firmata da Massimo Gaudioso, tra gli autori del prezioso Gomorra.

Il film raccolta del direttore delle poste Alberto, che vive nella nebbiosa Usmate e sogna un trasferimento a Milano, con la moglie leghista ed un figlio piccolo ed iperprotetto.

Quando la sua domanda viene respinta, perchè un collega disabile lo precede nella graduatoria, si finge lui stesso minorato, salvo poi tradirsi stupidamente al primo controllo di un ispettore.

L’onta per aver cercato di ingannare la direzione, è un trasferimento per due anni al sud, nella ignota Castellabate, vicino Napoli.

Gli stereotipi la fanno da padrone in questa gustosa favola della tolleranza: Alberto crede di arrivare in una terra afflitta dalla criminalità e da un caldo asfissiante, dove spazzatura e lassismo vanno a braccetto.

Il primo approccio è difficile e sospettoso, ma poi i colleghi di lavoro Mattia Volpe, Maria e i due Constabile lo introdurranno alle prelibatezze del luogo, al dialetto locale ed ai ritmi diversi del piccolo borgo cilentano, dove il caffè non si può rifiutare e se ti offrono un succo di frutta si tratta o di nocino o di limoncello, rigorosamente fatti in casa…

Allo smantellamento dei reciproci pregiudizi si accompagnano due sottotrame sentimentali che legano Alberto e Mattia all’oggetto dei loro desideri sentimentali: la moglie Silvia e la bellissima Maria.

I momenti divertenti si susseguono con buon ritmo ed una volta entrati dentro il regno incantanto di Castellabate se ne esce malvolentieri, proprio come la battuta che Mattia ricorda ad Alberto: quando un forestiero arriva al sud, piange due volte, quando arriva e quando parte.

Sembra di essere tornati alle atmosfere dei film di Luciano De Crescenzo, che nei primi anni ottanta metteva a confronto gli stereotipi nord-sud con la stessa ironia e senza troppe ambizioni realistiche.

Che il film sia un remake di un successo francese, trasposto quasi alla lettera – con i dovuti adeguamenti – è cosa che non scandalizza più di tanto, ma chiarisce il livello dei nostri sceneggiatori, una volta capaci di insegnare al mondo come dosare gli elementi perfetti della commedia, oggi invece semplici adattatori di ricette inventate altrove.

Certo qualche zampata più caustica ci sarebbe stata bene, in una storia eccessivamente zuccherosa, che abdica a qualsiasi pretesa sociologica e nella quale la forza dei caratteristi si impone sui pur bravi Bisio e Siani, che scontano una comicità un po’ troppo cabarettistica: Angela Finocchiaro è come sempre formidabile, così come Giacomo Rizzo e gli altri abitanti del piccolo paese.

Per una serata spensierata.

Sconsigliato ai leghisti, naturalmente.

P.S. La “zizzona di Battipaglia” però rimane nel cuore…

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