Innocenti bugie

Innocenti bugie **1/2

Solo dieci anni fa, questo Knight and Day – tradotto con uno scialbo Innocenti bugie, in italiano – sarebbe stato un blockbuster estivo di primissimo livello: un action spionistico, unito ad una commedia romantica, con una sceneggiatura di ferro, due divi sulla cresta dell’onda, una regia invisibile ed un montaggio serratissimo, che nasconde dietro ingegnose ellissi narrative un budget non stratosferico.

Il film racconta la storia dell’incontro fortuito, in aereoporto, tra Roy Miller e June Heavens: lui agente della CIA, accusato di aver trafugato un preziosissimo dispositivo capace di fornire energia perpetua – lo Zephyr – lei, simpatica single, esperta di motori e auto d’epoca, che lo aiuta involontariamente a superare i controlli di sicurezza, prima di imbarcarsi su un volo da Wichita a Boston.

Tra i due nasce una romantica simpatia: lei infatti crede che i loro ripetuti incontri/scontri in aeroporto siano frutto del caso, mentre lui è impegnato a (non) corteggiarla, mentre si difende da un collega della CIA, Fitzgerald, che fa il doppio gioco e lo vuole incastrare, rivendendo lo Zephyr ad un trafficante spagnolo, Antonio.

Il volo si rivela turbolento sia dal punto di vista sentimentale, sia sul versante action: Roy è costretto a fare fuori l’intero equipaggio, composto da uomini di Fitzgerald, proprio mentre June è chiusa nel bagno, ignara della carneficina.

Dopo aver riportato a terra l’aereo con un atterraggio di emergenza, Roy mette in guardia June dagli uomini della CIA e la riporta a casa.

L’azione si sposta a Boston: durante i preparativi del matrimonio della sorella, June viene rapita dagli uomini dell’Agenzia, che credono sia anche lei coinvolta nel furto del marchingegno.

Contemporaneamente Roy deve tenere a bada il giovanissimo inventore dello Zephyr, Simon Feck, dagli assalti degli uomini di Fitzgerald e dai possibili compratori spagnoli.

Il tutto in un tripudio di inseguimenti, battute salaci, voli aerei, trasferte sui treni austriaci, nelle isole Azzorre ed a Siviglia, durante la corsa dei tori di San Firmino.

Il film è uno spasso, nella gloriosa tradizione giallo-rosa, che ha i suoi antenati nelle screwball di Lubitch e Hawks ed in Sciarada.

Nonostante la pletora di sceneggiatori (7-8 almeno), che hanno messo mano al copione di Patrick O’Neill, aggiungendo elementi brillanti ad una storia orginariamente seria, scritta per Gene Hackman (!) e intitolata All New Enemies, non manca nulla a Innocenti bugie per essere un hit di successo, compreso un finale perfettamente calibrato sulle attese degli spettatori e sul rovesciamento dei clichè dei due personaggi principali.

Il problema di Innocenti bugie, paradossalmente, è che è stato prodotto con dieci anni di ritardo: la legge crudele dello star system hollywoodiano lo ha condannato all’irrilevanza ed al recupero di qualche nostalgico, semmai.

Ci fossero stati Brad Pitt e Angelina Jolie o Leonardo Di Caprio avrebbe funzionato a meraviglia

O magari Will Smith e Charlize Theron o George Clooney e Julia Roberts.

Manca il glamour a Innocenti bugie: se Cameron Diaz è ancora un’attrice brillante di un certo peso ed istintivamete simpatica, Tom Cruise ha dilapidato rapidamente, con la separazione dalla Kidman, il nuovo matrimonio, le iperboli scientologiche e le scenate da Oprah, il capitale di credibilità e coolness, accumulato in vent’anni di onorata carriera.

Lo vedi sorridere, sparare, andare in moto e guidare un aereo, ma non c’è più quel misto di eccitazione ed emulazione, che sapeva creare sin dai tempi di Risky Business.

Il principale problema di Innocenti bugie è proprio lui, in fondo: il più perfetto star vehicle hollywoodiano si inceppa se la star è in un momento di appannamento.

Certo anche la Fox non ha aiutato: la prima locandina del film era composta solo dalle sagome bianche dei due protagonisti.

Quale studio promuoverebbe un blockbuster con due divi come Cruise e la Diaz, nascondendone volti e corpi?

Poi fortunatamente si sono resi conto dell’errore e l’hanno sostituita: troppo tardi…

Il corpo-cinema che Cruise aveva costruito con tanta sapienza e generosità, alternando adrenalina e commedie  a scelte d’autore (Stone, Kubrick, Anderson, Mann, Spielberg) qui è esposto senza tregua, ma sembra aver perso la capacità di emozionare, di spingere all’identificazione lo spettatore comune.

Questo fa di Innocenti bugie una sorta di reperto archeologico di un volto che fu. E un film straordinariamente ed involontariamente autoriflessivo.

Forse più che imbarcarsi in un nuovo quarto episodio di Mission: Impossible in giro per il mondo, Cruise farebbe bene a ricostruirsi un po’ di credibilità in produzioni indipendenti, in ruoli da comprimario magari, senza inseguire un’idea di cinema, che qui sembra non adattarsi più alle sue corde.

Detto questo, Innocenti bugie funziona a meraviglia.  E ve lo consigliamo caldamente.

Indovinatissima anche la colonna sonora, che si appoggia alle musiche dei Gotan Project.

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