District 9

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District 9 ***

L’esordio di Neill Blomkamp,  giovane regista pubblicitario, esperto di effetti speciali, assume già i contorni della leggenda.

Presentato a Peter Jackson dalla produttrice Mary Parent della Universal, venne subito assunto per lavorare alla pre-produzione del film tratto dal video-game Halo.

Dopo quattro mesi di lavoro, come spesso succede a Hollywood, il progetto è stato accantonato e Jackson, forse sentendosi in colpa, forse intuendo le qualità del trentenne di Johannesburg, decise di sviluppare una pellicola per Blomkamp, adattando il primo cortometraggio di quest’ultimo, Alive in Joburg.

Blomkamp si recò immediatamente in Sud Africa con l’attore Sharlto Copley, per girare alcuni screen-test che, assieme allo script ed altre bozze, furono utilizzati per trovare finanziamenti e convincere la Sony a distribuire il film.

Le riprese del film, che ha avuto un budget di soli 30 milioni di dollari, hanno avuto luogo effettivamente a Johannesburg, in Sud Africa, mentre gli effetti speciali sono stati realizzati solo in piccola parte presso la WETA di Jackson in Nuova Zelanda, poichè quest’ultima era impegnata su Avatar di James Cameron.

Ma perchè dilungarsi sui dati della produzione ed i costi ? 

Semplicemente perchè District 9 è il più intelligente tra i blockbuster estivi del 2009 ed è l’ennesima riprova che per raccontare una storia interessante, anche di fantascienza, non sono necessari budget faraonici e tecnici americani: gli assai modesti – e ricchissimi – Terminator Salvation e Transformers 2 non hanno nulla della forza visionaria, della profondità metaforica e delle capacità narrative del film di Blomkamp, che pur mantenendosi all’interno del genere, riesce a travalicarne i limiti, per raccontare una storia universale di razzismo, di xenofobia lacerante e di sopravvivenza.

Il film è un mockumentary classico, un falso documentario sul protagonista, Vikus Van de Merwe, appena nominato a capo di un’unità speciale della  MNU, incaricata dal governo sudafricano di portare a termine lo sgombero del District 9, per trasferire gli alieni, installatisi sulla terra venti anni prima e ghettizzati in quest’area, verso un nuovo campo profughi.

Sopra la città staziona un’enorme astronave, che non riesce più a ripartire per mancanza di energia, costringendo un milione e mezzo di creature a vivere sulla terra in una sorta di gigantesco slum, recintato, sorvegliato da telecamere e dall’MNU, assieme all’esercito.

Gli alieni amano la spazzatura, adorano il cibo per gatti, ma non sembrano molto intelligenti: una gang di nigeriani gestisce la borsa nera del cibo ed impone le legge della violenza nel distretto 9.

Vikus è incaricato di eseguire lo sfratto e di portare tutti gli alieni verso il nuovo distretto 10, lontano dalla città e simile ad una tendopoli.

Ma in una delle sue ispezioni alle baracche aliene, viene contagiato da un fluido nero che lo porterà pian piano a trasformarsi in un alieno: una metamorfosi degna del miglior Cronenberg.

Isolato dalla famiglia, braccato dall’esercito e dall’MNU, Vikus scoprirà la crudeltà degli esperimenti della multinazionale, che vorrebbe sezionarlo ed utilizzarlo come cavia per far funzionare le potentissime armi aliene.

Grazie alla forza della disperazione riesce a scappare alle torture della MNU ed a rifugiarsi nel distretto 9, dove comincerà a comprendere la vita degli altri e ad escogitare un piano, per tentare di salvare se stesso e – forse – anche gli alieni.

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Blomkamp si affida ad un attore, che appare sin dall’inizio l’uomo sbagliato nel posto sbagliato: Sharlto Copley sembra l’ultimo degli idioti raccomandati, completamente inadatto ad un incarico così delicato.

Essere il genero del proprietario dell’MNU evidentemente ha avuto il suo peso, ma l’inettitudine iniziale ed una certa spavalda arroganza, pian piano lasceranno spazio alla disperazione ed allo spirito di sopravvivenza, che trasformeranno Vikus in un fuggitivo inafferrabile e indistruttibile.

E se la fuga all’inizio è il solo modo per cercare una risposta alla mutazione, poi diventerà qualcosa di più profondo e universale.

Il film di Blomkamp, ovviamente utilizza gli alieni come una metafora non solo dell’apartheid sudafricano, ma di ogni segregazione: il pregiudizio, la facile ironia sulle diversità, la violenza cieca e l’incapacità di comprendersi sono elementi comuni alle nostre città moderne.

Che siano gli arabi o i cinesi, i rumeni o i nordafricani, viviamo costantemente nella paura di chi ci appare diverso e sembra minacciare la nostra oziosa tranquillità sociale.

L’abilità di Distric 9 è quella di lasciare però sempre sottotraccia gli aspetti sociali e politici, mantenendo alta la tensione e seguendo la discesa agli inferi del suo protagonista, un uomo ordinario coinvolto in eventi straordinari.

In fondo era la lezione di Hitchcock (…e di Spielberg):  Blomkamp sembra averla compresa alla perfezione.

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