Avatar: La via dell’acqua

Avatar: La via dell’acqua ***

Tredici anni fa l’intrepido ex marine Jake Sully, attraverso la tecnologia del programma avatar, sperimentata dalla Dott.ssa Grace Augustine sul pianeta Pandora, aveva sventato i piani colonizzatori della società RDA, spalleggiata contractor privati e mercenari.

La RDA mirava ad estrarre l’unobtainium, un minerale capace di alleviare gli enormi problemi energetici della Terra del 2154. Per farlo erano disposti a stravolgere l’ecosistema di Pandora e in particolare quello del popolo Na’vi degli Omaticaya, abbattendo il loro sacro Albero delle Anime.

L’amore tra Jake e la principessa Neytiri sarebbe stata la scintilla capace di salvare il pianeta dalla prepotenza dei colonizzatori.

Sono passati molti anni da allora, ma gli umani non si sono rassegnati e tentano una nuova invasione, utilizzando gli avatar per ingannare i Na’vi e mettersi sulle tracce di Jake, considerato lo stratega della resistenza.

Solo che l’ex marine e Neytiri hanno ormai formato una famiglia, hanno avuto tre figli, Neteyam, il primogenito con la testa sulle spalle, l’irrequieto Lo’ak e la piccola Tuk, adottando anche Kiki, la figlia della Dott.ssa Grace, deceduta nel primo capitolo, e l’umano l’umano Spider, un orfano terrestre rimasto su Pandora. 

Quando attraverso un nuovo programma di clonazione, la memoria del colonnello Miles Quaritch e di altri soldati deceduti a Pandora viene innestata nel corpo di un Na’vi, il manipolo si mette sulle tracce del protagonista, costringendo Jake e la sua famiglia alla fuga, nel tentativo di salvare gli Omaticaya.

Abbandonato il mondo delle foreste Jake Neytiri e i loro figli cercano riparo in un arcipelago abitato dai Metkayina, un popolo che vive sulla barriera corallina e che nell’acqua ha il suo habitat naturale: il loro leader Tonowari e sua moglie Ronal decidono di ospitarli tra di loro.

Ma la convivenza si rivela complicata, la diffidenza verso i figli venuti dalla foresta, spinge i ragazzi a mettersi nei guai…

Il secondo capitolo della saga immaginata da James Cameron, scritto questa volta con l’ausilio di Rick Jaffa e Amanda Silver, responsabili del revival del Pianeta delle scimmie, si può leggere attraverso le stesse coordinate usate per il capostipite.

Ad  una linea narrativa semplice, essenziale, piuttosto risaputa, questa volta capace di ruotare attorno alle minacce all’unità della famiglia di Jake e Neytiri, fa da contraltare una magniloquenza visiva ancora una volta fuori dall’ordinario.

Se il ritorno a Pandora all’inizio lascia qualche dubbio, con un uso non del tutto pertinente del realismo aumentato dalla tecnologia di ripresa a 48 fps, unita alla visione stereoscopica, non appena ci trasferiamo nel mondo della barriera il film raggiunge vette di meraviglia e trasporto inarrivabili.

La capacità di Cameron nel creare universi narrativi coerenti, attraverso la costruzione di un immaginario visivo del tutto originale è davvero un unicum nel panorama della Hollywood contemporanea.

Nessuno ha la forza – anche quella politica, economica, persuasiva – per raggiungere i risultati che questo dittico di Avatar ha ottenuto negli ultimi tre lustri.

Non certo la Marvel, che si caratterizza ormai sempre più spesso per la sciatteria nella creazione dei suoi universi, per il pressapochismo nella cura iconografica dei suoi blockbuster, l’ottusità con cui (non) sono coreografate le sue scene d’azione e di massa.

Immergersi nell’arcipelago dei Metkayina è invece un’esperienza totalizzante, che rapisce lo sguardo e illumina la fantasia: la cura che Cameron presta nel mostrare il nuovo ecosistema marino è stupefacente, persino a scapito della stessa fabula, che sembra quasi fermarsi nella contemplazione della bellezza: che è la nostra di spettatori ed è quella dei protagonisti del film, a contatto con una realtà completamente diversa, rispetto a quella che conoscevano. 

E anche quando il film riprende le sue tracce più narrative, con l’attacco di Miles Quaritch e dei pescatori di frodo, il primo alla ricerca di Jake, i secondi di una ghiandola che ferma l’invecchiamento che solo gli enormi cetacei tulkun possiedono, La via dell’acqua allestisce un nuovo spettacolo distruttivo che sembra unire l’affondamento del suo Titanic all’ebrezza della caccia allo Squalo del capolavoro di Spielberg.

Cameron sa perfettamente cosa funziona ancora, sa come dirigere scene di massa in acqua, conosce la sua storia e quella del cinema, ha un senso innato per lo spettacolo e quando i suoi personaggi superano la dimensione un po’ risaputa dell’unità della famiglia, il film prende vita e si accende.

Gli attori, nascosti pressochè interamente nei corpi Na’vi, sono irriconoscibili e di loro si può dire poco, tranne forse per Sigourney Weaver che interpreta il ruolo di un’adolescente in modo decisamente convincente. Come detto, la parte narrativa è piuttosto ordinaria, immediatamente intelleggibile: per un verso lascia agli spettatori la libertà di seguire il film come un flusso d’immagini senza curarsi troppo di quello che accade ai personaggi, dall’altro è indubbiamente un po’ limitante rispetto al coinvolgimento emotivo, che spesso latita.

L’obiettivo di Cameron ci pare però diverso e più ambizioso, spingendo la frontiera del visibile ancora un passo oltre, sperimentando le possibilità del mezzo cinematografico là dove nessuno ha oggi la possibilità di esplorarle.

Avatar: La via dell’acqua è un film che va assaporato perdendosi nel flusso inesausto di immagini e meraviglie, col rischio che svaniscano un minuto dopo che le luci in sala si sono riaccese.

In termini di mitopoiesi è evidente che Avatar non sarà mai come Star Wars, ma forse non è quello che Cameron si prefiggeva: ora che il suo racconto è ricominciato possiamo dirlo chiaramente.

Lo spettacolo di Avatar è più effimero, un hic et nunc che riempie gli occhi e sedimenta negli spazi misteriosi della fantasia.

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