Babylon Berlin 4: gangsters, ballo, boxe e violenza nella città a un passo dal nazismo

Babylon Berlin 4 ***

La quarta stagione di Babylon Berlin si apre con i festeggiamenti del Capodanno del 1931. Una notte di San Silvestro molto particolare per le SA (Sturmabteilung) naziste, in odore di ammutinamento. Per dare una lezione di virilità a camerati ritenuti un po’ rammolliti, o forse addirittura per dimostrare a Hitler di essere loro, i berlinesi, gli interpreti più autentici e fieri del verbo nazista, i gruppi paramilitari assaltano le vie della capitale, prendendo di mira gambe, teste e le vetrine degli odiati commercianti “giudei”. Tra le SA spunta un volto noto. Incredibile a dirsi, è proprio lui, l’ispettore Gereon Rath, uomo problematico ma, per quanto ne sapevamo, di sani principi. Charlotte Ritter, la sua collega accorsa nei paraggi per lavoro (un ragazzo è caduto “accidentalmente” dal tetto dei grandi magazzini al termine di un tentativo di rapina), quando lo scorge nello sciame di camicie brune, non crede ai suoi occhi. In realtà, Rath agisce sotto copertura.

La coppia Rath – Ritter, peraltro interessata da sviluppi sentimentali ampiamente previsti, in questa stagione perde un po’ di importanza, a vantaggio di altre trame e sottotrame, che dilatandosi vanno a costituire fiumi narrativi, quasi paralleli al corpo centrale della storia.

La stessa notte dell’assalto, nella villa dei facoltosi Nyssen si svolge una festa particolare. Al cospetto dell’alta società di Berlino, in un contesto ideologicamente orientato verso l’ultranazionalismo, Alfred, l’ambizioso rampollo, annuncia di essersi sposato con Helga, già cognata dell’ispettore Rath. Gil annunci, in verità, sono due. Se il primo scandalizza l’augusta madre, che considera Helga una parvenu indegna di portare un diamante Rothschild blu di inestimabile valore al collo, il secondo è stupefacente. Alfred svela il suo progetto segreto: un razzo forgiato dai suoi ingegneri, destinazione Luna. Tra gli invitati, c’è anche il colonnello Gottfried Wendt, capo della polizia politica e figura molto in vista del movimento nazista. Se la Repubblica di Weimar al suo tramonto è, appunto, una babilonia di istinti e appetiti incontrollabili, destinati a sovrapporsi o a negare se stessi, non può destare troppa meraviglia la liasion tra Wendt, omosessuale, e la giovane Marie – Luise Seegers, figlia di un eminente generale e praticante avvocato dichiaratamente comunista…

Babylon Berlin conferma i suoi toni da neo noir, accentuando la profilazione criminale della città, tanto da farla sembrare una sorta di Chicago (quella di “Scarface” Al Capone, ovviamente) in salsa mitteleuropea. La malavita locale imperversa. I circoli della boxe, roccaforti della delinquenza organizzata, fanno marchi a palate grazie agli incontri truccati. La mattina del primo gennaio, il funzionario comunale responsabile della concessione dei permessi per gli incontri di pugilato è ritrovato morto, e morto in Babylon Berlin è spesso e volentieri sinonimo di assassinato, su una panchina di un parco cittadino. Da qui, comincia un’indagine, costellata di cadaveri, che porterà Rath e la polizia di Berlino ogni giorno più vicina alla sorgente del male.

I gangsters sono il nemico dichiarato dell’ordine, le SA colpiscono indisturbate con la complicità dei tutori della legge, le SS diventano corpi armati a supporto delle azioni di polizia, ma vi sono forze persino più oscure, nella cieca crudeltà che ne informa le intenzioni, che vorrebbero sovvertire lo stato di diritto e, con esso, scardinare i presupposti della morale.

Il successo di Babylon Berlin è dovuto anche alla capacità degli autori, Tom Twyker e Achim von Borries, di costruire una serie perfettamente bilanciata tra verità e finzione (di derivazione letteraria, dai romanzi di Volker Kutscher), in cui l’avvenimento non storicamente accaduto è comunque verosimile, plausibile, un evento che si erge di nuovo sulla soglia del nostro vivere attuale. È l’eterno ritorno del sentimento della paura collettiva. Sì, paura, ma di cosa? Babylon Berlin vive di attese e brusii. Prendiamo l’episodio della cassa recapitata all’ispettore Ruth. Gli squittii (di topi) rinviano a qualcosa che non c’è: un orrore tellurico, ancestrale. Lo spettatore avverte, epidermicamente, l’inquietudine sospesa nell’aria, annunciata nelle parole, addensata nelle ombre.

L’agonia di Weimar è toccata nella sua origine psicologica e, di più, nervosa. L’irrequietezza permanente, insita nelle situazioni, nelle relazioni, perfino nei momenti di svago, segnala l’esplosione di un disastro maggiore e prepara all’imminente trionfo di un potere mai visto. L’energia repressa sgorga nel ballo o infuria nell’azione politica. A volte, la direzione presa dagli eventi, nel segno del piacere o del sangue, pare del tutto casuale. Forze irresistibili sorgono ovunque, l’incubo contamina il sogno.

La serie non rappresenta il fenomeno nazista solo frontalmente. Preferisce, piuttosto, intingere le dita nel brodo di coltura dell’estremismo, esplorare la capillarità carsica della violenza, abituarci al disagio che striscia nella società, giocare con la ferocia maturata nelle strade. La Germania dei primi anni Trenta è la matrice di un thriller mondiale: l’assassinio della democrazia. Tuttavia, la politica, almeno quella in senso stretto, rinvia alla tragica commedia umana, alle vicende dei singoli che si incastrano in un mosaico di totale follia. Protagonista è il verminaio delle passioni. Il luogo naturale di Babylon Berlin non è la superficie terrestre ma il sottosuolo.

Lo spietato giudice Voss è uno dei personaggi più terrificanti mai comparsi in Babylon Berlin. Davanti a lui i diseredati della società, la “feccia”, i “deboli”, i ladruncoli, gli “impuri”. I suoi adoranti allievi misurano il tempo delle sedute. In pochi minuti, Voss liquida gli imputati, meritevoli di punizione e, nel migliore dei casi, correzione. La retta via coincide con l’adesione agli ideali della nuova Germania fascista e ultramilitarizzata, ariana, “pura”, radicalmente antisemita. La sentenza del giudice Voss è sempre di colpevolezza. Ne fanno le spese anche Samuel Katelbach e gli altri giornalisti, di simpatie comuniste, protagonisti dell’inchiesta sul riarmo illegale dell’esercito tedesco, una storia rinveniente dalle precedenti stagioni. Katelbach è condannato con l’accusa di alto tradimento. Al suo fianco, troviamo ancora la vedova di cui è innamorato, anche se non propriamente ricambiato, la coraggiosa Elisabeth Behnke.

L’attività pubblica, per un simpatizzante nazista convinto di dover redimere il suo popolo da ogni debolezza, non è sufficiente. Il giudice oltrepassa la linea d’ombra della legalità per imporre una giustizia sommaria. Con la complicità di sua moglie, direttrice di un riformatorio, Voss dirige un tribunale parallelo. “Al torto segue il diritto, alla barbarie segue l’ordine, alla debolezza segue la forza”. La setta della Mano Bianca è una manifestazione emblematica dell’arrivo, ormai prossimo, del buio assoluto. Charlotte Ritter, sebbene licenziata dalla polizia per aver coperto sua sorella Toni implicata nel furto dei Grandi Magazzini, riesce a risalire ai crimini di Voss. La scena dove lei, con le armi in pugno, tiene a bada i camerati lì riuniti per decidere le sorti di un suo conoscente (il medico legale della polizia), è uno dei momenti clou della stagione. Il terrore si imprime negli occhi dei membri della giuria, ovviamente in guanti bianchi, finchè l’ansia di fuggire, per evitare il carcere, si scontra con l’evidenza di essere trappola. È un classico contrappasso. Ad azione conclusa, la sala resta vuota, deserta, con Voss dolorante a terra alle spalle di Charlotte.

La trappola, o la gabbia, è una metafora ricorrente. Nella gabbia si svolgono i test del dottor Anno Schmidt, che persevera nelle sue sperimentazioni su animali (e l’uomo è il prossimo animale), in nome di un pericoloso superomismo. Obiettivo: indurre la mente a non cedere davanti ai segnali di paura. Anche per la scienza una nuova umanità è oramai alle porte, libera, felice, non condizionata dal passato. L’ispettore Rath, vittima di traumi di guerra, si abbandona a lui, sedotto e catturato da quei metodi poco convenzionali.

Luoghi chiusi, da cui è impossibile scappare. L’anziana signora Nyssen finisce i suoi giorni rinchiusa nella stiva di una nave, sacrificata dalla cinica Helga. Porte serrate, chiavi che girano a vuoto nella serratura. I gangster riuniti nella Fortezza Rossa, la sede della polizia berlinese, per stringere un accordo di pace, vengono sterminati da un uomo creduto morto, assetato di vendetta, sgusciato fuori da un’intercapedine del muro.

Babylon Berlin ci mostra una società tagliata in due da diverse linee di frattura. La crisi economica del 1929 ha spinto i poveri tra le braccia della miseria, mentre, dall’altro lato, la connivenza tra politica e industria ha creato un ristretto gotha di notabili in febbrile attesa della palingenesi nazista. Una barriera insuperabile si innalza tra i ricchi e il resto della popolazione. Toni è il personaggio che ci conduce nei gironi infernali del sottoproletariato berlinese, costretto ad arrabattarsi con mille astuzie e a dedicarsi ai noti espedienti dell’accattonaggio, del furto e della ricettazione.

Gli ambienti della mala sono battuti da zelanti tutori dell’ordine, non sempre al fine di operare arresti. Le tasche dei poliziotti si gonfiano di refurtiva. Il capo di Charlotte approfitta di un’inaspettata offerta per saldare i pregressi debiti contratti con le banche. Il ricatto è un’abitudine diffusa, un’arma che può colpire in ogni momento. L’omicidio, a mali estremi, è un metodo di risoluzione delle controversie utilizzato con leggerezza.

Un’ulteriore divisione è di natura generazionale. Gli adulti non riconoscono più i figli o, nel caso di Gereon e Moritz Rath, i propri nipoti. Moritz, come tanti suoi coetanei, si unisce alla sezione giovanile della SA, alla ricerca di una collocazione politica ed esistenziale nel difficile presente. Il cameratismo, però, rischia di costargli caro. I destini dell’agitato Moritz, abbandonato dalla madre, e di Toni, in rotta con sua sorella Charlotte, si intrecciano.

Promiscuità e ambiguità caratterizzano la vita quotidiana dei protagonisti della serie. La capitale della Repubblica di Weimar è un caos, una babilonia di linguaggi, desideri, oscenità. Nella figura del Colonnello Wendt, volto iconico sia per la durezza dei tratti sia per il caratteristico sfregio sulla guancia sinistra, le stigmate dell’uomo politico tutto ordine e disciplina contrastano con le inclinazioni sessuali, tanto da stridere, e molto, agli occhi degli stessi camerati. Ci si odia nel contesto del proprio stesso partito e nessuno è immune da tradimenti e gelosie. Non vi è ambiente che non sia lacerato da pulsioni contrapposte.

Chissà, forse il ballo può risolvere le contraddizioni e liberare le energie nascoste? Charlotte sogna di vincere la maratona ospitata dal tempio notturno Moka Efti, sulle note della canzone Ein Tag wie Gold ripetute all’infinito, e incassare così un premio di mille marchi. Rimangono le immagini della gara, tra le più vivide della serie, un roteare di corpi allo spasimo, un battesimo di sudore collettivo, un rito orgiastico condiviso. Resta l’idea di emancipazione. È la donna a competere, mentre l’uomo è un accompagnatore, un elemento di contorno, provvisorio e sostituibile. Sempre a proposito di autonomia conquistata contro il predominio maschile, in Babylon Berlin anche le donne possono formare temibili gang urbane…

Il cast principale della quarta stagione è il medesimo delle precedenti. Volker Bruch e Liv Lisa Fries, rispettivamente Gereon Rath e Charlotte Ritter, sono attori ormai indistinguibili dai propri personaggi. Babylon Berlin è un meccanismo ben oliato, una giostra dalla quale è difficile scendere una volta saliti. Alcune digressioni, a tratti eccessive per lo spazio concesso, sono sbavature perdonabili. La serie è un affresco corale dalla vocazione, insieme, immaginifica e popolare. Non mira a rappresentare realisticamente la Storia, ma a trasmetterci un’atmosfera, trascinandoci nell’inconscio di un’epoca. L’appuntamento è con la prossima stagione. C’è un esercito, là fuori, che attende solo le istruzioni di qualcuno per mettersi in marcia.

Titolo: Babylon Berlin – Quarta Stagione
Numero di episodi: 12
Durata: un’ora ciascuno
Distribuzione: Sky Atlantic
Uscita: 8 ottobre – 12 novembre 2022
Genere: Neo noir, drama, thriller

Consigliato a chi: conosce il significato di “ergotronico”, ha fiducia nel potere della tinta dei capelli.

Sconsigliato a chi: non crede siano esistiti i viaggi in dirigibile, non sopporta le perquisizioni corporali.

Visioni e letture parallele:

  • Un documentario sulla città dell’epoca e su uno dei mostri sacri della cultura del Novecento: Berlin, Bertolt Brecht Urban Jungle, disponibile sul canale Arte.
  • Il romanzo di formazione di uno dei più autorevoli storici del Reich: Joachim Fest, Io no. Memorie d’infanzia e gioventù, Garzanti, 2007.

Una frase motivazionale: “Signori, nel nostro lavoro ci sono molti doveri spiacevoli” (Ernst ‘Buddha’ Gennat).

Una lezione filosofica: “Lasciare andare è il nuovo imperativo categorico” (Alfred Nyssen).

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