Boiling Point

Boiling Point **1/2

Accade tutto in una notte nel nuovo film di Philip Barantini, ispirato ad un precedente corto dell’autore, girato appena prima della pandemia e bruscamente interrotto dal COVID, a metà lavorazione.

Il film è costruito su un unico piano sequenza, con la camera a mano che insegue i personaggi negli spazi del nuovo ristorante dello chef Andy Jones, dalla sala alle cucine, dai bagni agli uffici, dal retro alla strada.

Erano previsti otto diversi ciak, ridotti poi a quattro.

Il successo di culto ottenuto in Inghilterra, dove ha conquistato quattro candidature ai BAFTA, ha spinto la BBC a realizzare una serie che continuerà la storia dello chef Andy e degli altri personaggi di Boiling Point.

Il film di Barantini è un ritratto lontano dal glamour e dall’idealizzazione romantica del ruolo, in una storia che vuole essere soprattutto immersiva e realistica.

Incontriamo lo chef Andy per strada, a pochi metri dal suo locale, in ritardo  per il servizio serale.

La sua brigata è già al lavoro ma c’è in corso un’ispezione dell’ufficio d’igiene che per un paio di banali disattenzioni costa al ristorante un doppio downgrade. 

Quella sera verrà a cena Alastair Skye, una star della cucina, da cui Andy ha lavorato in passato. Con lui a sorpresa si presenta una feroce critica gastronomica.

Nel frattempo lo staff di Andy se la deve vedere con l’overbooking delle prenotazioni, con un famiglia di cafoni arricchiti, con un gruppo di influencer che chiede di poter mangiare piatti fuori menù e con una coppia che ha prenotato per celebrare una proposta di matrimonio.

Le tensioni all’interno della cucina e tra la chef Carly e la responsabile di sala Beth, i ritardi del lavapiatti Jack e i problemi con la lingua della stagista francese Camille, rendono il servizio di Andy una sorta di inesorabile via crucis.

Il film di Barantini si affida al ritmo e all’affiatamento degli interpreti, costretti come i loro personaggi a un tour de force, scandito dai tempi delle ordinazioni.

Andy sembra cercare di aggiustare ogni cosa, scusandosi anche per errori altrui, riportando tranquillità in un ambiente lavorativo sempre sul punto di esplodere.

Il suo atteggiamento remissivo non nasconde il tentativo vano di continuare a fare il suo lavoro nonostante il microcosmo del suo locale stia letteralmente cadendo a pezzi.

I debiti accumulati, l’insoddisfazione dei suoi colleghi, le invidie tra sala e cucina, le disattenzioni di chi ha ruoli più marginali, la superficialità di chi rischia di mettere a repentaglio il lavoro degli altri si scontrano continuamente, fino al casus belli, che fa precipitare la serata e forse la vita stessa di Andy, arrivato ad un punto di non ritorno, personale e professionale.

Stephen Graham, caratterista formidabile, capace di costruirsi una solida carriera navigando tra i Pirati dei Caraibi, i film d’autore di Mann, Ritchie, Scorsese, Alfredson e un pugno di serie culto come Peaky Blinders, Boardwalk Empire, This is England e Band of Brothers, trova qui – per una volta – un ruolo da protagonista.

L’attore inglese trascina il film emotivamente, lasciando emergere, una battuta alla volta, tutte le crepe che minano la sua vita fragile. 

Dietro la corazza del ruolo e la responsabilità di guidare la brigata, emerge un animo tormentato, incapace di tenere a bada i suoi demoni.

La sua discesa precipitosa nel caos e nel dolore lascia inquieti, il suo continuo movimento non evita di far crescere una sensazione di claustrofobia e anche se la sceneggiatura talvolta esagera nel mettere in fila una serie di circostanze tutte troppo esemplari e scritte, Graham ha il dono di renderle sempre credibili.

In Italia dal 10 novembre grazie alla nuova Arthouse Film che fa capo ai bolognesi di I Wonder Pictures.

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