Histoire(s) du cinéma: addio a Jean-Luc Godard

Se n’è andato a 91 anni Jean-Luc Godard, uno dei padri della Nouvelle Vague, critico e regista, capace di rivoluzionare il cinema negli anni ’60, per poi distanziarsi progressivamente dal suo stesso successo, prima con l’esperienza del collettivo Dziga Vertov, poi con la sperimentazione più radicale, soprattutto attraverso i video delle sue Histoire(s) du cinéma.

Ritiratosi da molti anni a Rolle, in una villa sul Lago Lemano, in Svizzera, Godard se n’è andato serenamente, scegliendo il suicidio assistito nonostante non fosse malato, ma semplicemente esausto della vita.

Tanto centrale e decisivo nel decennio dei ’60, da Fino all’ultimo respiro a Weekend, passando per i film epocali con Anna Karina, per il grande pubblico il suo nome è rimasto ancorato per sempre a quel passato.

Dopo la lunga parentesi ideologica dei ’70, negli anni ’80 con Si salvi chi può (la vita) e con i successivi Passion del 1982, Prénom Carmen del 1983 e Je vous salue, Marie del 1985 era ritornato ad un cinema più esplicitamente narrativo, conquistando il Leone d’Oro nel 1983 a Venezia.

Successivamente i suoi esperimenti sul linguaggio e la parola avevano diradato la sua attività cinematografica. Nell’ultimo decennio Film Socialisme, Adieu au langage e Le livre d’image hanno semplicemente confermato la radicalità delle sue idee sul cinema e delle sue ossessioni sul linguaggio e l’immagine.

Il suo contributo al cinema della modernità è incommensurabile. La libertà formale dei suoi esordi, la decostruzione dei generi, la profondità della sua riflessione filosofica sul cinema restano un patrimonio ancora in gran parte da riscoprire ed esplorare.

Persino gli Oscar si erano accorti di lui, assegnandogli nel 2011 il premio alla carriera, che non aveva ovviamente ritirato.

I suoi personaggi costantemente fuori sincrono col proprio destino, fieramente sconfitti, finanche in modo beffardo, sembrano raccontare anche il suo modo di immaginare il cinema e il mondo da una prospettiva radicale e oppositiva.

I suoi antieroi ribelli si annullano, come spesso è avvenuto anche al suo cinema, destrutturato sino a soccombere al suo desiderio di cambiare tutto, smontare ogni costruzione e ogni parola.

A noi restano negli occhi il tema di Delerue e le immagini della Capri del Disprezzo, con la Bardot e Piccoli, icone irraggiungibili di un desiderio romantico sublimato nel cinema nuovo di quegli anni.

Quando Ferdinand-Belmondo chiede a Samuel Fueller all’inizio de Il bandito delle 11 cosa sia il cinema la sua risposta è emblematica: “Il cinema è come un campo di battaglia: amore, odio, azione, violenza, morte, in una parola emozione”.

 

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