The Eternal Daughter

The Eternal Daughter **

Il sesto film di Johanna Hogg, dopo il dittico The Souvenir, è un curioso film di fantasmi, familiari e cinematografici, ambientato in un maniero familiare vicino a Liverpool, ora diventato un albergo solitario e immerso nella nebbia.

Nella notte la regista Julia Hart con l’anziana madre e il suo cane Louis raggiungono Moet Faman Hall, su un taxi bianco per trascorrere il tempo necessario a far affiorare i ricordi del passato e a scrivere un nuovo film.

Accolti da una conciérge piuttosto brusca e desiderosa solo di terminare il suo turno, si accomodano in una stanza al primo piano. Rumori, scricchiolii, finestre che sbattono, corridoi e cucine deserte. C’è tutto il campionario di genere.

Compresa una linea telefonica che funziona malissimo se non all’ultimo piano.

Julia non riesce a dormire. La madre ha abitato Moet Faman in passato e pian piano, chiacchierando, sembra ricordare storie e impressioni del passato che la figlia registra sul suo telefonino a sua insaputa.

Un lontano cugino si presenta in albergo, ma viene liquidato, il cane approfitta di una porta improvvisamente aperta e tenta una fuga. Di notte ad una delle finistre del piano terra, Julia sembra intravvedere il fantasma da cui il tassista l’ha messa in guardia.

Le due donne passano le giornate a far colazione e poi cena, provando le quattro portate dello scarno menù. Nel frattempo arriva il giorno del compleanno dell’anziana donna.

Il film della Hogg – che ha studiato alle elementari con la Swinton e l’ha voluta protagonista questa volta nel doppio ruolo di madre e figlia – è una meditazione tutta al femminile sull’indissolubile e anche irrappresentabile legame materno. E sulla distanza tra due generazioni di donne, ciascuna figlia del proprio tempo e delle proprie ansie, ma lontanissime nella capacità di

La regista ha affermato di aver lavorato a lungo, fin dal 2008 alla sceneggiatura di lungometraggio che potesse cogliere, almeno in parte, la complessità del rapporto con l’anziana madre.

Il fallimento di quel progetto è stato solo il preludio a quello odierno, che nella dimensione incantata del vecchio maniero ha trovato la sua forma definitiva.

Solo che il lavoro della Hogg è l’ennesima riflessione autobiografica, in cui il senso di colpa, l’inadeguatezza e la premura la fanno da padrone.

Tuttavia c’è davvero troppo poco cinema nelle paturnie della Hogg, che si affida ad una fuoriclasse come la Swinton, addirittura impegnata in doppio ruolo, a cui affida davvero pochissimi strumenti su cui lavorare.

The Eternal Daughter è un film fatto di nulla, un po’ di bruma, il buio della notte e i rumori molesti, un pizzico di mistero e una riflessione a mezza voce che pian piano emerge dal passato.

I ricordi che la vecchia casa familiare fa riemergere non solo solo felici, ma raccontano anche lutti e dolori, che quella generazione ha spesso tenuto nascosti.

Il film è davvero minimo, trattenuto, composto come ci aspetteremmo da una vecchia zia.

Un passo indietro rispetto al sublime lavoro sul desiderio e l’affermazione di sè di The Souvenir.

Un pensiero riguardo “The Eternal Daughter”

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