Don’t Worry Darling

Don’t Worry Darling **

Il secondo film da regista dell’attrice Olivia Wilde dopo l’intelligente commedia adolescenziale Booksmart – La rivincita delle sfigate, è un altro film femminile e femminista, un thriller che usa elementi di fantascienza distopica, per costruire una realtà idealizzata che si rivela una prigione reazionaria, da cui è quasi impossibile uscire.

Siamo nell’America degli anni ’50, i dischi dell’Atlantic e i martini danno il ritmo ad una festa tra colleghi. Gli uomini lavorano tutti al Victory Project, le mogli li attendono a casa, in una piccola comunità ideale chiusa, in mezzo al deserto.

Il visionario che ha creato la Victory è il carismatico e misterioso Frank.

Quando il marito Jack, assieme ai colleghi, si reca regolarmente al lavoro ogni mattina, in una spider argento, Alice assieme alle altre mogli va alle lezioni danza tenute dalla moglie di Frank, Shelley, pulisce la loro casa unifamiliare, si occupa della cena, diligentemente.

In questo quadro idilliaco che sembra uscito da una pubblicità retrograda del peggior conservatorismo sessista, qualcosa sembra incrinare la serenità di Alice. Margareth, la moglie di un altro impiegato sembra comportarsi in modo sempre più strano, fino a tagliarsi la gola, prima di buttarsi dal tetto della sua villetta.

Nel frattempo flash e aberrazioni dello spazio turbano le certezza della protagonista che comincia a farsi nuove domande. Quando vede un aereo precipitare nel deserto, si spinge lì dove a nessuna donna è consentito di andare.

Improvvisamente si ritrova sul suo letto, nella sua casa. Tutto sembra essere tornato alla normalità, ma non è davvero così. E poi quale normalità promuove la Victory? E a cosa lavorano i mariti durante il giorno?

Il film della Wilde, originato da una sceneggiatura della Black List 2019 firmata da Carey e Shane Van Dyke e riscritto dalla fidata Katie Silberman, vorrebbe essere una metafora del potere distruttivo e castrante della famiglia patriarcale anni ’50, idealizzata da uomini che, in fondo, odiano le donne e desiderano solo la loro ossequiosa sottomissione.

E’ difficile parlare del film senza rivelare l’inganno che cela per larga parte della sua durata e che pure si manifesta molto presto nel lungometraggio e appare anche nel materiale pubblicitario.

C’è del marcio alla Victory. Ma quello che non è subito evidente è che molti ne sono consapevoli e ne condividono le responsabilità.

Lo smascheramento di questo gioco, in cui qualcuno è protagonista e qualcun altro partecipante inconsapevole, si accompagna ad un messaggio chiarissimo: ogni donna ha diritto alla propria autodeterminazione, a scegliere la propria carriera e che tipo di relazione familiare costruire con il/la proprio/a partner.

Le intenzioni sono certamente condivisibili, ma quando passiamo dal piano delle idee a quello del cinema, il film della Wilde purtroppo sbanda paurosamente. Se non ci fosse Florence Pugh con il suo talento e la sua credibilità, Don’t Worry Darling si smonterebbe come panna montata in un microonde. Anche perchè la sceneggiatura mette sulle sue spalle il peso di tutto il film, di cui è protagonista dal primo attimo sino all’ultimo.

In un film che vorrebbe farsi carico di un messaggio universale, la singolarità delle scelte di scrittura appare del tutto sbagliata.
Il film parla soprattutto del desiderio e di quello che siamo disposti a sacrificare per esaudirlo. Peccato che quel desiderio si manifesti privo di una qualsiasi carica erotica. Le tanto pubblicizzate scene tra i due protagonisti sembrano uscite da un film di Doris Day, minando qualsiasi discorso significativo sulla sessualità, oggetto di una rimozione sempre più evidente nel cinema americano.

Quello che resta forse allora è la capacità mitopoietica che quel cinema ancora riesce ad avere, consacrando a diva Florence Pugh, grazie anche a un racconto che vuole mettere in scena ansie contemporanee e ad uno stile patinato, perfetto per un reel di instagram.

La Wilde (o la Warner?) vorrebbe fare lo stesso con Harry Styles, la cui presenza è stata oggetto di pubblicità esagerata e inutile gossip, ma rimane invece francamente impalpabile.

Appare sprecato Chris Pine, con un ruolo da villain che si rivela invece una scatola vuota. Olivia Wilde, KiKi Layne e Gemma Chan, nei ruoli delle altre mogli, si limitano a quelle poche battute che il copione gli riserva, senza lasciare grande traccia.

Il film diventa allora il grande incubo di Alice, a cui la Pugh dona determinazione e dubbio, nonostante il film la costringa a inseguire l’esile filo di una storia pasticciata, poco rigorosa, debitrice di troppi film e troppe storie, per funzionare davvero.

La produzione di Don’t Worry Darling ha dovuto sopportare interruzioni per COVID, cambio di uno dei personaggi principali, liason extraconiugali durante le riprese, cattiva pubblicità e polemiche che l’hanno accompagnato sino alla prima veneziana. Tuttavia tutti i suoi problemi sono a monte, in una scrittura che modificando il copione originale l’ha forse adattato a forza ad intenzioni che non aveva, e in una regia piuttosto confusa, che al più sembra viaggiare col pilota automatico, accumulando effetti ed effettacci da b-movie, senza una sola idea di cinema, con cui raccontare l’universo concentrazionario di Victory, che non sia il solito richiamo burtoniano ai colori pastello delle villette con giardino e alla simmetria dei sobborghi nati nel nulla.

Sprecato.

2 pensieri riguardo “Don’t Worry Darling”

  1. non avevo ancora capito bene di cosa parlasse il film
    leggendo il vostro riassunto della sinossi mi è balenato un titolo che conosco molto bene: La donna perfetta; ci sono ulteriori similitudini?

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