All the Beauty and the Bloodshed

All the Beauty and the Bloodshed **1/2

Il nuovo documentario di Laura Poitras, premio Oscar Citizenfour nel 2015, ha un’anima divisa in due.

Nel raccontare il coinvolgimento della fotografa Nan Goldin nella battaglia civile contro la famiglia Sackler, la Purdue Pharma e la piaga dell’ossicodone, la documentarista di Boston sceglie di andare a fondo e mostrarci le molte vite della sua protagonista.

Innanzitutto l’infanzia passata tra Silver Spring nel Maryland e Lexington in Massachusets, tra l’inadeguatezza dei genitori e i problemi della sorella Barbara, bruscamente interrotti dal suicidio, quando Nan aveva solo undici anni.

Quindi la fuga da casa all’età di quattordici anni, i problemi di droga, l’incontro con la fotografia, la comunità omosessuale e il trasferimento in quella New York brutta sporca e cattiva della Bowery, che abbiamo imparato a conoscere nella serie The Deuce.

Nel suo capolavoro Ballad of Sexual Dependency (700 immagini raccolte dal 1979 al 1986), la Goldin immortala i suoi amici, le loro serate trasgressive, le drag queen, l’eroina e il sesso più esplicito, un demi monde marginale e creativo, fatto di bar, loft, appartamenti, feste scatenate, che era possibile solo in quel crogiolo di unicità rappresentato dalla New York pre-Giuliani.

E’ in quelle immagini rubate all’intimità dei suoi soggetti che il film della Poitras trova la sua misura e la sua urgenza.

Molto meno interessante invece la parte che racconta l’attivismo della Goldin e le manifestazioni nei musei newyorkesi, che hanno beneficiato della munificenza dei Sackler, intitolandogli sale e collezioni, senza comprendere la natura perversa del loro contributo alla collettività.

La Poitras poi non riesce davvero a mostrare il rapporto malsano che intercorre tra il mondo dell’arte contemporanea e il grande capitale, che sotto agli enormi finanziamenti alle istituzioni culturali nasconde solo la propria cattiva coscienza e perpetua il proprio potere. Non c’è alcuno spirito filantropico o umanista nell’accumulare fortune inimmaginabili, sfruttando senza alcuno scrupolo il dolore delle persone.

Quello che il documentario racconta invece è che lì dove i tribunali non riescono ad arrivare, la pressione dell’opinione pubblica può invece avere maggior successo, come mostra il lavoro della Goldin e della sua associazione PAIN.

Il film è purtroppo squilibrato nell’accostare la dimensione del ricordo e del rimpianto familiare, quella della libertà fuori da ogni confine della Goldin artista e infine quella dell’attivismo civile.

All the Beauty and the Bloodshed, che riprende le parole riportate su un referto medico della sorella Barbara, funziona davvero solo quando evocata l’originalità della Goldin fotografa, mentre il resto scolora pian piano nell’irrilevanza e viene inghiottito nel rumore di fondo di un documentario che non brilla neppure nella messa in scena e nella costruzione drammatica, molto ordinario nell’utilizzo dei materiali di repertorio, nelle nuove interviste e nella documentazione dell’attività dell’associazione PAIN.

Resta infatti molto forte il dubbio che siano le immagini scattate della protagonista a dare valore testimoniale e culturale al film, piuttosto che quelle create e  montate dalla Poitras per l’occasione.

Non è poco, ma non è neppure quello che ci attendevamo.

Leone d’oro alla Mostra di Venezia 2022.

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