Only Murders in the Building 2: sei invitato anche tu alla festa con l’assassino

Only Murders in the Building 2 **1/2

Al termine della prima stagione di Only Murders in the Building, Mabel, Oliver e Charles, i tre protagonisti del podcast intitolato come la serie (oppure è la serie a essere intitola come il podcast?, l’interrogativo ancora ci perseguita), stanno festeggiando sul tetto dell’Arconia la conclusione del caso “Tim Kono”, l’uomo assassinato dalla fidanzata di Charles, Jan, per insospettabili questioni di gelosia. Mabel, tornata nel suo appartamento per prendere un’altra bottiglia di champagne, scopre il cadavere insanguinato di Bunny, la perfida amministratrice di condominio. Mabel nota le ferite e le ricollega ai suoi ferri da maglia. Qualcuno vuole incastrarla?

La seconda stagione si apre con l’interrogatorio dei nostri irresistibili eroi, interpretati da Steve Martin (Charles), Martin Short (Oliver) e Selena Gomez (Mabel). Nemesi da manuale: sono sospettati di omicidio. La detective Williams, in assenza di prove schiaccianti, rilascia i tre.

Le piste d’indagine alternative, sulle quali, ancora una volta, i nostri amatissimi protagonisti non vedono l’ora di fiondarsi, sono molte, a partire dalla giovane Nina Lin, con la sua malcelata ambizione di prendere il posto di Bunny nella conduzione dell’Arconia. La vittima, lo sanno tutti, poteva vantare un unico amico fidato, ovvero il suo loquace pappagallo verde, Mrs Gambolini. Ed è proprio Mrs Gambolini, alla fine del terzo episodio a pronunciare la fatidica frase, io so chi è stato. Intanto, il loro podcast viene preso a modello, ai limiti del plagio, da Cinda Canning, la regina delle true crime stories d’America. Con Only Murderers in the Building, si noti Murderers al posto di Murder, la cattivissima Cinda vorrebbe smascherare le tendenze sanguinarie di “Bloody” Mabel.

Nei nuovi episodi i personaggi principali sono inseriti in un orizzonte familiare più ampio. Partiamo da Oliver Putnam, regista di Broadway al tramonto. Suo figlio Will, impelagato nell’allestimento di recite scolastiche che si rivelano per lui un ostacolo insormontabile e, quel che è peggio, la prova del suo scarso talento, gli chiede aiuto. Oliver, a modo suo, gli offre il suo aiuto (“Si avvicina l’ora di punta e la galleria sarà stipata come il colon di Orson Welles”, dice Oliver davanti a un esterrefatto cast di bambini). Will scombussola, involontariamente, le poche certezze del padre, complice un test del DNA dai risultati sorprendenti.

Charles, star assoluta della fiction degli anni Settanta Brazzos, nel quarto episodio incontra dopo otto anni sua figlia Lucy, che incarna, anche in termini simpaticamente caricaturali, tutti i cliché appioppati alla generazione Z. “Tra i cinque padri che ho avuto, tu, Charles, sei di gran lunga il mio preferito”. Dobbiamo a Lucy il ritrovamento della vera arma del delitto, un coltello sporco di sangue nascosto, chissà da chi, nella cucina di Charles. Ed è sempre Lucy a mostrare ai tre il reticolo di cunicoli segreti che corrono all’interno dell’Arconia, collegando gli appartamenti. Probabilmente l’assassino lo ha sfruttato per spostare oggetti da una casa all’altra, incluso l’imbarazzante quadro dell’artista Rose Cooper che ritrae il padre di Charles… nudo.

A proposito di artisti, nella seconda stagione si inserisce Alice, interpretata da Cara Delevingne, un personaggio che inizialmente fa un po’ di fatica ad amalgamarsi con le figure già consolidate. La londinese Alice, trasferitasi nella Grande Mela in cerca di gloria e di riconoscimento, aggancia Mabel via social network. Tra le due inizia una relazione che a qualcuno appare sospetta.

Nel quinto episodio Oliver, in occasione di una festa a casa di Mabel, ripropone un vecchio gioco di ruolo in cui eccelleva, Son of Sam (dal soprannome di un famoso serial killer, David Berkovitz, arrestato nel 1977). Chi ha la carta dell’assassino? Oliver è convinto ce l’abbia Alice, ma non è così… anche se sbirciare nella borsetta altrui non sarebbe una cattiva idea. Alice, in ogni caso, è costretta a dire la verità: non viene da una famiglia in vista. È figlia di un idraulico e se ha mentito su di sé è solo per potersi affermare contro i pregiudizi di classe. A suo onore, occorre riconoscere che è l’unica persona, probabilmente al mondo, a ricordarsi della presenza di Charles in un film hard svedese d’essai. Merito di un corso sulle perversioni nel cinema scandinavo, cui ha partecipato…

È il dispositivo stesso di Only Murders in the Building, il suo meccanismo narrativo inconfondibile, a stregarci. Il perfido messaggio è presto comunicato. Niente è come sembra e tutto è suscettibile di essere riflesso, feticcio, simulazione, artificio, duplicazione di duplicazione. I fatti sono smentiti perché inafferrabili, sfuggenti, nemici di ogni rappresentazione, complicati, nel loro statuto, verrebbe da dire perfino ontologico, dallla diffusione capillare della tecnologia. Il podcast, lo strumento prediletto dal trio, avvicina o allontana dall’accertamento dei fatti? Un racconto, universalmente disponibile su una piattaforma, introduce alla verità o la ricrea?

Oliver era un regista. Charles un attore (ripescato per il tragicomico reboot di Brazzos). Mabel è un’eccellente disegnatrice. Jan, bugiarda patologica, prima di finire in galera suonava il fagotto in una prestigiosa orchestra. Alice sposta in alto l’asticella, verso l’elemento artistico e performativo in senso stretto. Non a caso, Alice chiede a Mabel di prendere a martellate la scultura che dovrebbe rappresentare il suo dolore. Il fascino della serie sta in questa sospensione della verità, ben codificata da varie angolature.

La sceneggiatura, attentissima nella cura dei dialoghi e degli incastri narrativi, riesce a conferire  equilibrio e brio ad ogni singola sequenza. I tempi della commedia sono perfetti. Si ride e, con pari frequenza, si sorride. Only Murders in the Building è una gioia per il cervello e, in definitiva, può ambire al titolo di serie più raffinata in circolazione. Ironia e parodia la fanno da padroni, sempre con quel tono alla Woody Allen che potremmo tradurre così: prendiamoci tranquillamente in giro, perché il newyorchese medio, e quindi, per naturale estensione, l’occidentale medio, merita solo di essere decostruito, colpito a freddo nelle sue convinzioni, mode e costumi, soprattutto laddove credere di essere incredibilmente avanti rispetto al resto della popolazione.

Only Murders in the Building non tradisce la lezione del mistery classico. La storia ruota pur sempre attorno a un omicidio enigmatico, inquietante, incomprensibile. Bunny è stata uccisa. Nel terzo episodio ci viene mostrato il suo ultimo giorno di vita. La vediamo riparare ascensori che, non è una novità, si fermano all’improvviso, poi minacciare di fustigazione, interpretando alla lettera una disposizione del 1912, inquilini irrispettosi delle regole condominiali, quindi battibeccare con chi vorrebbe cambiare le politiche di gestione dell’Arconia. L’acidissima zitella (nonché presunta sorellastra di Charles!) non sa ancora che morirà per ignota mano assassina. Eppure, la fine è nell’aria… forse accelerata dalla decisione di ritirare le sue dimissioni da amministratrice. Solo il pappagallo sa. O finge di sapere?

Only Murders in the Building trae linfa vitale dalle performance dei suoi attori, inclusi quelli “secondari”. Le virgolette sono d’obbligo, perché il lavoro del cast è corale e anche le parti cui è assegnato un minutaggio minore sono armonicamente funzionali all’insieme. Amy Schumer, attrice comica vincitrice di un Peabody Award e di due Emmy Award per il suo Inside Amy Schumer interpreta… se stessa, occupando la casella (nonché, nella finzione, la casa) lasciata da Sting nella prima stagione. E certamente “secondaria” non è l’aggettivo più adatto per la monumentale Shirley McLaine, che compare nei nuovi episodi nelle vesti dell’attempata e irriverente madre di Bunny.

Ritornano, poi, altri attori e attrici già conosciute. Amy Ryan è Jan, la fagottista dal veleno facile, costretta, nella seconda stagione, a dialogare con Charles da dietro i vetri della prigione. A proposito, il gesto di “guardare attraverso”, vetri, griglie o separè, è ricorrente. In alternativa, va bene anche origliare. L’Arconia, organismo interconnesso, è una sorta di metafora del mondo contemporaneo? I passages segreti del condominio consentono a Oliver di gettare lo sguardo (e di commuoversi per lui, prima che esploda lo spinoso affaire della paternità) su un affranto Teddy Dimas, interpretato da Nathan Lane. Jackie Hoffman è di nuovo Uma Heller, una residente non esattamente tenera nei modi e nel linguaggio, mentre, tra gli investigatori sguinzagliati sul caso, Michael Rapaport, nei panni del detective Kreps, affianca Da’Vine Joy Randolph, la detective Williams, ancora costretta a frenare le intemperanze del trio degli aficionados del crimine. Infine, non si può non citare Tina Fey, attrice comica famosissima negli Stati Uniti, impegnata nel ruolo di Cinda Canning, squalo dei podcast e fustigatrice di giovani talenti (ne fa le spese la sua assistente, la timida Adina Verson, interpretata da Poppy White).

Perché questa serie è grande nella sua leggerezza? Prendiamo una sequenza. Ottavo episodio, black out su New York City. Howard, gay a malapena dichiarato, innamorato dei suoi pullover e della sua gatta, prende coraggio e decide di bussare alla porta dell’aitante Jonathan, con la scusa di chiedere in prestito due pile per la torcia. Jonathan lo anticipa. Seduti sul divano, confessano le rispettive ambizioni: ognuno vorrebbe fare il mestiere dell’altro, il bibliotecario, Jonathan, il corista in un musical, Howard. Poi, il timidissimo Howard, su insistenza di Jonathan, si alza e inizia a intonare la sua canzone preferita, quella che lo rende riconoscibile tra i corridoi dell’Arconia, The Sound of Silence, in una stupefacente versione jodel. I condomini si accodano. “Ha fatto da spartiacque nella storia del folk rock, non posso non cantarla”, si giustifica Oliver, che nella circostanza potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza dei suoi compari (sono sui passi del presunto killer). È un momento ridicolo e esaltante. Ed è la cifra stilistica della serie, tanto sicura dei propri mezzi da non fare quasi mai il passo più lungo della gamba.

Chi è (o la) criminal mastermind al centro di ogni intrigo? Nel finale, i tre organizzano una “festa con l’assassino” per far cadere in trappola il vero colpevole, non senza l’inevitabile coup de thèâtre. Only Murders in the Building ci rimanda alla terza stagione, anzi, al terzo round, con Mabel, Oliver e Charles pronti a tornare sul ring, probabilmente dalle parti di Broadway. Per qualcuno si prospetta anche un addio alle scene. Steve Martin, che ha dichiarato di non voler girare più film, metterà fine alla sua lunga carriera. O forse anche questo è un depistaggio?

Titolo originale: Only Murders in the Building  – Season 2

Numero di episodi: 10

Durata: 35 minuti l’uno

Distribuzione: Disney+

Uscita: 28 giugno – 23 agosto 2022

Genere: Comedy, Mistery

Consigliato a chi: colleziona canzoni brutte, apprezza il liquore al cocco, ama i film sul pugilato e i giochi di parole.

Sconsigliato a chi: detesta i brillantini, ha un’avversione per l’interno dei pomodori, odia salire le scale a piedi.

Visioni e letture parallele:

  • Non sopporti i tuoi vicini di casa? E se fossero 33mila? Kowloon: la città più densamente popolata al mondo, disponibile sul canale ARTE.
  • Delitti, veleni, sabotaggi, furti, rapimenti e biscotti per cani: Il club del crimine. Racconti di detective al femminile, Piemme, 2021.

Un consiglio: “non essere troppo brava in un lavoro che non vuoi fare” (Cinda Canning).

Un’immagine: il coltello conficcato lassù, dove non ci si aspetterebbe.

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