Servant: nella terza stagione la paranoia è la cicatrice più profonda

Servant – terza stagione ***

Nella terza stagione di Servant il mosaico di casa Turner si è ricomposto. Il piccolo Jericho è tornato tra le braccia della madre Dorothy. La tata Leanne non è più oppressa dai parenti strambi del Wisconsin. Sean opera in cucina ed è proiettato verso opportunità professionali interessanti. Julian si è disintossicato. Dopo le traversie dei mesi passati tutto sembra indicare una riconquistata serenità domestica.

La verità è diversa. Anche nella terza stagione affiorano, fin da subito, segni inquietanti (e segni, se pensiamo che dietro la macchina da presa dei primi due episodi c’è M. Night Shyamalan, è un termine quanto mai appropriato). Cornicioni si sbriciolano senza motivo. Decine di falene vanno a morire contro la finestra della camera di Leanne. Sean è aggredito in spiaggia da un gabbiano rabbioso. Mentre i Turner sono al mare, un uomo senza volto vestito di nero si intrufola in casa. Il ladro, o presunto tale, si impossessa di molta refurtiva, incluso il pugnale, carico di significati simbolici, che la tata custodiva sotto il cuscino. In Servant, al solito, il disagio incombe come l’inesorabile contrappasso di una colpa troppo grande.

Il tema della paura del mondo esterno è posto con evidenza. Gli autori hanno inteso giocare, più che nel passato, su contrasti, linee d’ombra e attraversamenti di confine, facendo sponda, poco importa se volontariamente o meno, con le paure collettive accumulatesi e ingigantitesi nel biennio di lotta alla pandemia. Leanne, attanagliata ad una fobia paranoica che la costringe a vivere tra le mura domestiche per evitare eventuali contatti con il suo clan di antica appartenenza, si conferma un personaggio complicato e disturbante. Il suo disagio dialoga con il desiderio di ignoto e con le ansie di futuro tipiche di un’adolescente.

Il clima di assedio è onnipresente, il malessere penetra ovunque. “Non possiamo fidarci degli sconosciuti”, dice Dorothy, a giustificazione dei seimila dollari spesi per il sofisticato e pervasivo sistema di sorveglianza interno. Il clown, Stephen King docet, è il catalizzatore standard delle peggiori psicosi horror, qui incarnate nella figura dell’animatore della festicciola organizzata dai Turner per far socializzare Jericho con i suoi coetanei (“Volevo solo che avesse degli amici”, ammette la madre). Mister Sorrisino, con ogni probabilità, è innocuo. Decisamente più pungenti, e forse non a caso l’episodio in questione è intitolato “alveare”, sono le parole di una mamma, che innescano in Dorothy strani ricordi. Cos’era accaduto nell’estate precedente?

In quel caldissimo mese di agosto, ricordiamolo brevemente, mentre Sean era impegnato in California nelle registrazioni di un programma televisivo in stile Master Chef, Jericho era morto, volato giù dalla finestra per un triste incidente o, più probabilmente, lanciato dalla stessa Dorothy, incapace di sorreggere il peso della maternità. L’influente padre di Dorothy (e Sean) aveva fatto in modo di insabbiare tutto. Per consentirle di elaborare il trauma, i familiari della donna avevano optato per una scelta terapeutica ambigua: sostituire il neonato con una reborn doll, una inquietante bambola dalle fattezze identiche a quelle del povero Jericho. Poi, con l’arrivo della diciottenne Leanne dal Wisconsin (la servant, appunto), il miracolo: il bambino era tornato in vita. Prodigio, truffa, ricatto o un banale scambio?

Nella terza stagione il legame simbiotico tra Jericho e Leanne (“Senza di me gli può accadere di tutto”) è confermato da alcuni avvenimenti. Nel settimo episodio, la tata è spinta da Dorothy, con una motivazione pretestuosa, a seguire un corso di “semiotica della danza” lontano da Philadelphia. Leanne è ferma sulla soglia, in attesa di salire in auto, mentre fuori cade una pioggia torrenziale, che ricorda molto la serata del suo arrivo dai Turner, quando l’impensabile accade di nuovo.

Un altro tema rimarcato è il contrasto di status. I Turner sono una famiglia benestante, soprattutto in virtù della ricchezza ereditata da Dorothy. La coppia, ovviamente insieme alla tata e a Jericho, vive in una dimora vecchia di 175 anni nello storico quartiere di Spruce Hill. È un’isola felice composta da appartamenti in stile vittoriano, strade pulite e ospitali parchi urbani. In una di queste aree verdi, dove Leanne è solita portare a passeggio il bambino, iniziano a comparire bizzarri personaggi destinati a crescere di numero (“senzatetto o hipster, chi può dirlo?”, sentenzia Julian). La satira sociale, che in Servant non manca mai, è impietosa.

Sean, che si è messo alle spalle una vita randagia (“la cucina mi ha salvato”), simpatizza per i giovani homeless spuntati dal nulla e diventa, parola di Dorothy, un perfetto “angelo del quartiere”. Afflitto dai sensi di colpa, lo chef, sotto lo sguardo atterrito della moglie, distribuisce loro panini preparati con lievito madre e pizza al taglio farcita con battuta di lardo, mostarda di uva e cipolle… L’homeless, presenza, a dire il vero, un po’ troppo caricaturale, rappresenta l’estraneo per eccellenza. A questi scarti della società, sporchi, sgraziati, non è consentito l’accesso alla luminosa festa di quartiere Spring on Spruce (“Qui può restare solo chi ha pagato”). La retorica progressista mainstream non li digerisce, a differenza degli artisti che realizzano murales in città per difendere la causa dei diritti civili, prontamente intervistati da Dorothy. Proprio ai senzatetto spetta un ruolo di primo piano nella terza stagione. “Nessuno ha mai visto quello che loro vedono in me”, dice Leanne.

La paranoia di Leanne si rivela giustificata. Qualcuno vuole farle del male, non più gli “zii” zotici emersi da un’America veterotestamentaria, bensì persone non meglio identificate che cospirano nell’ombra. Sono gli homeless a difenderla da una misteriosa aggressione (“Sappiamo cosa hai fatto, sappiamo cosa sei”). La tata scopre di avere qualcosa in comune con i senzatetto, di essere per loro un punto di riferimento, un simbolo di emancipazione, di affrancamento da antiche catene, un magnetico elemento di attrazione in virtù di un carisma che non immaginava di avere. Soprattutto, Leanne affila le sue armi nascoste e riproduce la realtà che la circonda, disegnando (anticipando?) gli eventi su un taccuino. Il suo apprendistato nel regno del fantastico coincide con il sorgere di una inedita consapevolezza di sé.

Nella terza stagione Leanne si libera, si trasforma, sperimenta piaceri semplici e banali da ragazza qualunque, impara a sorridere e a divertirsi. Il suo corpo, conquistato dalla musica dei vinili trovati in soffitta, danza sulle note di vecchie canzoni di Vivian Dale (una cantante soul morta prematuramente, commenta Dorothy e, aggiungiamo noi, una cantante inventata). La sua relazione “clandestina” con Julian prosegue e Leanne usa la sua sessualità per cambiare i rapporti di forza a proprio favore. La tata ha in pugno il fratello di Dorothy e lo dimostra in più occasioni, emblematica la scena del latte nell’ottavo episodio. Leanne è il centro nevralgico di Servant. “Una manipolatrice”, la definisce Dorothy, che sogna di rinchiuderla in una clinica psichiatrica.

I coniugi Turner, intanto, attraversano una strana fase. Sean si avvicina alla religione. “Ho scelto gli unitariani universalisti, la Chiesa più progressista”, prova a discolparsi Sean, quando la moglie lo accusa di averle taciuto la sua improvvisa conversione (ho scelto, neanche si trattasse di un menù!). Così, il sesto episodio ci regala uno degli inviti a cena più memorabili della serialità televisiva. La pastora Nancy si presenta dai Turner sfoggiando una maglietta arcobaleno che sintetizza il credo democratico nello slogan “I stand up for equality, human rights, healthcare and education”. Nancy toppa nella selezione del vino, perché, come sappiamo, Sean ha una cantina traboccante di bottiglie costosissime e mai si abbasserebbe a bere robaccia. Eppure il peggio deve ancora venire. E non per il pesce servito a tavola, che Nancy, vegana, non può mangiare, né per il capello nel piatto. Il suo guaio consiste nel sedersi di fronte a Leanne, che sa leggere nella coscienza.

Se Sean cerca risposte nella religione, Dorothy si getta a capofitto nel lavoro (la distrazione pascaliana, da manuale). Anche per lei nulla va per il verso giusto. Il direttore non trova di meglio che inviarla alla gara delle sosia di Marilyn Monroe o alla parata degli animali domestici. L’intraprendente collega Isabel le soffia i servizi migliori e inizia ad indagare sul suo conto, piazzandosi alle costole di Leanne per avere conferme sui suoi sospetti. Il rapporto con Sean, poi, non è all’insegna della gioia coniugale. Nessuno ascolta Dorothy, nemmeno il fratello. I consigli “sentimentali” dati a Julian non sono accolti con favore. O forse una persona che la capisce, c’è: Leanne.

La decisione di installare telecamere in tutte le stanze, anziché sedare le paure, contribuisce ad esasperarle. La bella casa dei Turner intrappola le persone, basterebbe sbirciare tra le intercapedini dei muri per accorgersene. I liquami nerastri che scorrono sotto le fondamenta, il brulicare di insetti e di larve, le crepe impossibili da ricucire, sono i sintomi di un disfacimento in atto, di una decomposizione. L’opposizione tra la superficie ingannevole delle cose e la loro terribile sostanza è un’altra evidenza simbolica, probabilmente la principale. Tra i segni disseminati in Servant (un vero rompicapo), troviamo infatti la maschera, il trucco. Da tigre, nel caso di Leanne, una celebre allegoria dell’esperienza, con le annesse verità sul cinismo e la crudeltà degli adulti, come ci ha tramandato William Blake nei suoi Canti.

La fotografia contribuisce alla costruzione del clima domestico di strisciante follia. Il colore preferito è il rosso in molte sue tonalità, rossi i capelli di Dorothy, rossa le vestaglie, le tende, le pareti di mattoni del patio, rosso il tavolo della cucina. Rosso, ça va sans dire, è il sangue sui vestiti di Leanne di ritorno dalla festicciola di quartiere, rosse le coppe riempite di vino d’annata nell’episodio finale.

E poi, lo sanno anche i cuochi: basta poco perché, attorno ai fornelli, si scateni un caos infernale.

Senza nulla togliere alla bravura di Toby Kebbel e Rupert Grint, rispettivamente Sean e Julian, la terza stagione di Servant vive principalmente del duello al femminile tra Lauren Ambrose e Nell Tiger Free. La prima somatizza i dolori di una donna prossima al triste risveglio, perché la verità bussa alla porta (“è come se l’universo stesse cercando di farmi soffrire”). L’attrice ventitreenne inglese interpreta invece una Leanne in mutazione, in crescita, ormai alle soglie dell’età adulta, gelosa e protettiva, fragile e spietata, perfida e autorevole, sempre più indistricabilmente legata al destino dei coniugi Turner (“L’unica cosa che mi sta a cuore è questa famiglia”).

La seconda stagione, deludente soprattutto in termini di qualità della scrittura e di tenuta della sceneggiatura, aveva rappresentato una brusca inversione di marcia rispetto a un ottimo inizio. Molta curiosità montava attorno alla resa dei dieci nuovi episodi della serie. La paralisi creativa, nel complesso, può dirsi superata. Nonostante qualche forzatura nel testo, un intreccio non alieno da barocchismi e personaggi a latere dimenticabili, Servant resta un prodotto intrigante. La serie sa ancora costruire situazioni perturbanti. Oltre la soglia del proibito, sotto la ferita aperta nell’ordine del reale, l’incognito è sempre in agguato.

Quanto può ferirci l’illusione di una vita perfetta? Forse ha ragione Leanne, quando pronuncia nei confronti di Julian una frase meravigliosa, irresistibile come un tranello: “non avere paura di stare bene”.

Titolo originale: Servant – Season 3
Numero di episodi: 10
Durata: 30 minuti l’uno
Distribuzione: Apple TV
Uscita: 21 gennaio 2022 (un episodio a settimana)
Genere: Thriller, Horror psicologico

Consigliato a chi: diffida dei test del DNA, indossa le salopette, sa dove comprare le migliori ciambelle del quartiere.

Sconsigliato a chi: da bambino scalava i mobili, ha una cicatrice sulla schiena, vorrebbe sfilarsi l’anello dal dito.

Letture e visioni parallele:

  • Un doppio graphic novel che più gotico non si può: Alberto Laiseca – Nicolas Arispe, La madre e la morte / Alberto Chimal – Nicolas Arispe, La perdita (Logos edizioni, 2016)

  • Un cortometraggio sulle contraddizioni dell’amore: Mal de mère – Mal di Madre, di Lolita Rivé (su Arte.TV)

Un oggetto: il planner.

Una parola: mamma.

Un brindisi: ai nuovi inizi.

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