La notte degli Oscar: cronaca di un flop televisivo annunciato. E ora?

Nonostante gli sforzi di Will Packer, le tre presentatrici donne, il taglio di 8 categorie dalla diretta, lo schiaffo di Will Smith e una serie piuttosto stucchevole di celebrazioni a film francamente assai poco significativi o fuori anniversario come Chi non salta bianco è? o Pulp Fiction, la Notte degli Oscar è stata la seconda meno vista della storia.

Dopo quella dell’anno scorso, in piena pandemia, che aveva raccolto 10 milioni di spettatori, la metà di quelli che avevano visto trionfare Parasite l’anno prima, quest’anno sono stati recuperati appena 5 milioni di spettatori.

I problemi di una cerimonia di questo tipo sono diversi e derivano anche da una nuova identità che gli Oscar non hanno ancora scelto sino in fondo.

I punti critici dello show televisivo sono sempre gli stessi. Innanzitutto la cerimonia è lunga, ripetitiva, piena di troppe cose diverse: numeri musicali, speech di ringraziamento, stand up comedy, celebrazioni, lacrime e risate.

Quindi arriva alla fine di una serie infinita di premi precedenti che individuano ormai i vincitori con precisione assoluta: pur senza la cerimonia dei Golden Globes, le varie associazioni di categoria – produttori, registi, attori, sceneggiatori, direttori della fotografia – hanno premiato 8 dei 9 vincitori dell’Oscar e l’unico non coincidente (la sceneggiatura di Belfast) non era eleggibile per i premi sindacali.

Inoltre, nonostante i tentativi dell’Academy di aumentare a dismisura il lotto dei candidati al miglior film, per coinvolgere i grandi blockbuster di stagione, i votanti ne hanno sempre approfittato per scegliere invece film più piccoli e indipendenti a cui dare lustro, consapevoli che nominare l’ultimo Bond o l’ennesimo Spider-Man non avrebbe aggiunto nulla al loro successo. E questo evidentemente si scontra con l’interesse della ABC ad avere una competizione tra film che il pubblico ha effettivamente visto e per cui può parteggiare e che non conosce solo per sentito dire.

Infine, più radicalmente, bisogna capire cosa vuole rappresentare l’Academy in questo preciso momento storico.

Negli ultimi dodici anni, solo un regista americano ha vinto l’Oscar, il giovanissimo Damien Chazelle. Gli altri undici vincitori sono francesi, messicani, coreani, neozelandesi, cinesi, taiwanesi. Sempre più spesso nel lotto dei migliori film si fanno spazio opere straniere, da The Artist ad Amour, da Drive My Car a Chiamami col tuo nome, fino a Parasite che ha vinto per davvero, rompendo finalmente il soffitto di cristallo.

Gli Oscar, nati alla fine degli anni ’20 su iniziativa di Louis B. Meyer e di Irving Thalberg, per dare lustro e autorevolezza culturale all’industria dell’intrattenimento di Hollywood, con un’Academy di soli 230 membri e Douglas Fairbanks come primo presidente, sono ora assegnati da un’associazione di quasi 10.000 persone, in cui la diversità, l’inclusività hanno spinto a introdurre moltissimi associati non americani, che hanno un peso sempre più rilevante.

E’ arrivato allora il momento di decidere se abbracciare fino in fondo la dimensione internazionale e farsi espressione dell’eccellenza del cinema mondiale, per quanto possibile, o se rinchiudersi nel microcosmo televisivo controllato dalla ABC, che ospita lo show negli Stati Uniti.

Un microcosmo sempre più piccolo e insofferente allo spirito celebrativo della serata, che vuole uno show pensato per un pubblico di ultracinquantenni, abituati a forme di spettacolo che non funzionano più.

Tutto questo condito dai soliti eccessi di correttezza politica, che fa il paio con la falsa coscienza che assegna i premi con precisione da manuale Cencelli dell’inclusività e che finisce paradossalmente solo per esasperare pattern identitari.

Se poi al primo comico che sbaglia battuta, qualcuno in sala si sente in dovere di alzarsi e menare le mani, allora l’autocensura finirà per mettere la sordina a ogni numero realmente efficace e pungente.

Dopo l’edizione dell’anno scorso, prodotta da Soderbergh, purtroppo questa volta sono tornate le interruzioni brutali ai discorsi di ringraziamento, i tempi contingentati e una regia francamente mummificata, incapace di inquadrare Zendaya per le prime due ore e che a Kristen Stewart ha dedicato uno spazio solo nel momento del premio a cui era candidata, nonostante entrambe fossero sedute in prima fila.

Lo spettacolo, almeno per presentatori e conduzione, dovrebbe abbracciare la contemporaneità, cercare i nuovi talenti, lasciargli spazio anche nell’organizzazione, cercando di coinvolgere in modo nuovo una fetta di pubblico allergica alla tv generalista. Esattamente come è avvenuto al nostro Festival di Sanremo nelle ultime cinque edizioni.

Invece lo spirito della serata è stato assai polveroso e persino irrispettoso: che senso ha infatti riproporre Pacino e De Niro, presenti alla cerimonia di due edizioni fa per The Irishman, portandoli sul palco per una celebrazione de Il padrino talmente mal fatta, che non prevedeva che i due aprissero bocca?

Questi sono i dati d’ascolto del nuovo secolo (fonte CIAK):

2022: 15,4 milioni, CODA
2021: 10,4 milioni, Nomandland
2020: 23,6 milioni, Parasite
2019: 29,6 milioni, Green Book
2018: 26,5 milioni, La Forma dell’Acqua
2017: 32,9 milioni, Moonlight
2016: 34,4 milioni, Spotlight
2015: 37,3 milioni, Birdman
2014: 43,7 milioni, 12 anni schiavo
2013: 40,3 milioni, Argo
2012: 39,3 milioni, The Artist
2011: 37,9 milioni, Il discorso del re

2010: 41,3 milioni, The Hurt Locker

2009: 36,3 milioni, The Millionaire
2008: 32,0 milioni, Non è un paese per vecchi
2007: 40,2 milioni, The Departed
2006: 38,9 milioni, Crash
2005: 42,1 milioni, Million Dollar Baby
2004: 43,5 milioni, Il Signore degli Anelli: Il ritorno del re
2003: 33,0 milioni, Chicago
2002: 41,8 milioni, A Beautiful Mind
2001: 42,9 milioni, Il gladiatore

 

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