Landscapers: cronaca di un delitto troppo falso per non essere vero

Landscapers ***

Ci sono molti modi per mettere in discussione il true crime, un genere affiorato con assoluta evidenza nel mare magnum della serialità televisiva. In Only Murders in the Building, per esempio, Steve Martin e soci si muovono nel solco di un’intelligente parodia. L’omicidio di un vicino di casa, il fatto in sé, è l’elemento utilizzato per imbastire un divertente gioco di scatole cinesi. In Landscapers, invece, gli autori fanno del true crime un pretesto per riflettere su temi profondi, prossimi alla radicalità filosofica, destabilizzando l’attenzione e le aspettative dello spettatore medio. Landscapers presenta caratteri di originalità che non possono passare inosservati. La miniserie, frutto del duo creativo formato da Ed Sinclair, scrittore, e Will Sharpe, regista, è sperimentale e trasgressiva. Landscapers va oltre l’esercizio di stile.

Una telefonata sotto la pioggia innesca la giostra meccanica di Landscapers. Douglas Hylton, un avvocato d’ufficio dal passato difficile, si assume l’onere di difendere una certa Susan Edwards, all’apparenza un’anonima e pacifica donna di mezza età. La miniserie si basa su un evento di cronaca nera che ebbe ampia risonanza sui media inglesi. Nel 2013 la polizia britannica arrestò Susan, un ex bibliotecaria, e suo marito Christopher, un contabile disoccupato, per duplice omicidio e occultamento di cadavere, reati commessi nel 1998 e che probabilmente non sarebbero mai stati scoperti se l’uomo non li avesse confessati per telefono alla sua anziana matrigna, Tabitha. Le vittime furono presto identificate: si trattava di Patricia e Wylliam Wicherley, gli anziani genitori di Susan.

All’epoca della rivelazione del duplice omicidio, la coppia conduceva un’esistenza appartata e precaria in Francia, dove si era rifugiata da circa un anno. Nelle prime sequenze di Landscapers vediamo Chris inciampare nell’ennesimo colloquio di lavoro fallimentare, mentre Susan passa le giornate setacciando negozietti di antiquariato alla ricerca di manifesti originali di vecchi film con grandi attori hollywoodiani, la sua grande e divorante passione. Un costoso hobby, coltivato nonostante le finanze familiari siano ormai agli sgoccioli.

Quando mostra a Chris la locandina di Les Train Sifflera Trois Fois, ovvero Mezzogiorno di Fuoco, il leggendario film di Fred Zinnemann del 1952 con Gary Cooper e Grace Kelly, Susan non ha il coraggio di svelare il reale prezzo d’acquisto, oggetto di lunga contrattazione con il venditore (successivamente, durante l’interrogatorio di Chris, la detective Emma Lancing definirà “robaccia” tutti quei cimeli amorevolmente raccolti da Susan). Il marito accetta le menzogne della consorte, in nome di una ingannevole stabilità, da preservare a tutti i costi. Ipocrisia? Per gli antichi greci, ricordiamolo, ypokritès designava l’attore. Gli Edwards recitano su un’immaginaria linea di confine, tra ideale e reale, laddove la verità si inabissa.

“Fragilità” è il termine usato da Chris, anche davanti agli inquirenti, per denotare la personalità di Susan. Una donna terrorizzata dal mondo. “Cosa cambia tra qui e un altro posto, nella mia testa?”, si chiede Susan in galera. La grande protagonista di Landscapers, in positivo e in negativo, è proprio la mente umana. Contro l’orrore esterno ci si corazza dentro, erigendo universi discreti, bolle in cui convivere con la sola persona in grado di accettare il nostro dolore senza, tuttavia, approdare a una catarsi, a una consapevolezza, a una soluzione: è il presupposto di molti inferni privati. In Landscapers non vi è cura, ma solo illusione della cura. E quel terribile fatto di sangue, accaduto nel lontano 1998, sta sullo sfondo, sepolto sotto una coltre di silenzi e di tabù, alla stregua di un evento mitico.

Finché, come anticipato, Chris chiama Tabitha (da una cabina telefonica) e il muro di omertà crolla. È una scena chiave. La telefonata accade, come se l’invisibile mano di un invisibile sceneggiatore spingesse Chris verso la desueta cornetta. L’uomo si comporta da protagonista. Senso di colpa? Rimorso? Riconosciuta impossibilità di andare avanti con un peso simile sulla coscienza? Le parole del contabile non lasciano trapelare nulla, a parte un oscuro, e per molti versi indecifrabile, moto di dolcissima pietà nei confronti della “fragile” moglie. “Lui cerca sempre di salvare le persone, sfortunatamente non ci riesce mai”, dirà Tabitha a un investigatore.

La telefonata è un detonatore di eventi. Da qui in poi entrano in scena i poliziotti inglesi, Emma, Tony e Paul, avvisati dalla matrigna con un’e-mail candida e disarmante. I coniugi Edwards, contattati dai detective per rispondere alle domande sul caso, accettano di tornare in patria senza colpo ferire, a condizione che il governo britannico paghi loro il biglietto del treno… Durante il viaggio, Chris e Susan, con gli ultimi spiccioli racimolati in fondo alle tasche, comprano qualcosa da mangiare e si scambiano le ultime, timide effusioni prima di affrontare la giustizia.

Chi sono, in definitiva, gli Edwards? Due mostri alla “Rosa e Olindo”? Una coppia in fuga da un passato inaccettabile? Due coniugi incastrati nell’alienante routine di una messinscena difficilmente smascherabile? Un esempio di amore tenero e incondizionato? Landscapers non ci restituisce certezze. Susan lamenta le sofferenze di un’infanzia estremamente infelice e rivela al marito di aver subito reiterati abusi sessuali dal padre. Eppure, le indagini vanno in una direzione diversa, scoperchiando le presunte motivazioni economiche alla base del gesto. Chris si accolla la responsabilità della sepoltura dei corpi, ma non quella di aver sparato ai suoceri. Tuttavia, la ricostruzione dei fatti è lacunosa e, a tratti, perfino ridicola.

L’alienazione ha un suo fascino discreto. Le indagini accendono un faro sullo sconcertante affiatamento di coppia degli Edwards, una complicità che rasenta l’assurdo nel suo esporsi, ingenuamente, a facili e prevedibili confutazioni. È verosimile che Susan, recatasi dai genitori in autobus senza Chris, abbia ammazzato solo la madre, con la stessa pistola usata da quest’ultima per assassinare, pochi minuti prima del suo arrivo, il padre? È mai possibile credere che Chris, tornato una settimana dopo con Susan nella casa dei Wycherley (nel Nottinghamshire, circa duecento chilometri a nord di Londra), abbia sentito l’odore dei corpi in decomposizione dei suoceri ancora distesi, ormai cadaveri, al piano di sopra, mentre mangiava placidamente fish and chips seduto sul divano e, di conseguenza, si sia deciso a scavare una buca in giardino con una pala? E cosa dire della dichiarazione di Chris in merito alla sua vecchia pistola, di cui si sarebbe liberato anni prima del delitto, curiosamente del medesimo calibro di quella utilizzata sul luogo del crimine?

Domande del genere si sublimano nel dubbio suggerito dai titoli di testa della miniserie: questa, di Landscapers, è una storia vera, o soltanto una storia?

Il pregio di Landscapers sta in due fattori perfettamente combinati: l’eccezionale performance dei due attori principali e la cifra stilistica generale. Olivia Colman (premio Oscar come miglior attrice con La favorita di Yorgos Lanthimos e vincitrice di un Emmy per The Crown) e David Thewlis (l’indimenticabile V. M. Varga nella terza stagione di Fargo, solo per ricordare una delle sue recenti interpretazioni) danno vita a un binomio magnifico. Particolare importante: gli Edwards, condannati a 25 anni di prigione, continuano ad invocare la propria innocenza. Chris e Susan, due extraterrestri reciprocamente legati da codici comunicativi esclusivi, potrebbero essere fotografati da una frase, indirizzata dal marito alla moglie in una lettera, quando entrambi sono già in custodia: “tu sei la persona che ha reso il mondo reale per me”. I bossoli che Susan dichiara di aver raccolto subito dopo lo sparo non sono mai esistiti, perché quel modello di pistola non rilascia bossoli. La storia raccontata non è vera però rimane pur sempre una storia.

Negli spenti colori di un tardo Novecento crepuscolare, in un classico bianco e nero fuori dal tempo, tra le quinte di scenari suburbani quasi lynchiani e, ancora, nella finzione western, tra pistoleri e sceriffi dalle fattezze familiari: Landscapers mischia le carte e ci mostra Chris e Susan in varie fogge, ambiti, contesti, due ombre risucchiate in universi di fantasia euforici e malati. La visione de L’ultimo metrò di François Truffaut, il film visto dai due al primo appuntamento, diventa un canone sul quale commutare e far convergere ogni esperienza successiva, il varco aperto tra il sé sofferente e una dimensione parallela, dove il male vissuto, o anche solo immaginato, è trasfigurato in sceneggiatura epica, in eterno palinsesto di racconti autoreferenziali. Nell’infinito scorrere (un cattivo infinito, direbbe Hegel) di una pellicola cinematografica virtuale, gli Edwards si illudono di riscattare se stessi dalla brutalità dell’esistente. Le lettere ricevute da Gerard Depardieu, falsificate dalla donna per compiacere il consorte, addolorato dalla morte dell’adorato fratello, un escamotage, un fake, una patetica mistificazione, rientrano nella grammatica condivisa dai due, ne sono l’emblema. Simulare equivale a vivere. Mentire significa amare. E nell’amore la menzogna scompare.

Frequente è l’oscillazione della profondità di campo, anche nella stessa scena, a segnalare l’impossibilità di mettere a fuoco simultaneamente i vari punti di vista. Lo sfondo e i dettagli a margine dell’inquadratura svaniscono e sfuggono nell’indistinto. La finzione è programmaticamente esibita, una scelta che ricorda quanto visto nel remake di Scene da un matrimonio di Hagai Levi. Il dispositivo metacinematografico, in alcuni passaggi in dialogo perfino con la videoarte, è ostentato in più occasioni. I set si aprono, vediamo i tecnici e gli operatori (con tanto di mascherina sul volto, considerata l’epoca delle riprese), i protagonisti appaiono per ciò che sono, ovvero maschere, figuranti, simulacri di una storia accaduta altrove, una rete di eventi che solo qui diviene racconto. Splendida la sequenza cardine del terzo episodio, quando Chris e Susan sono trasportati, dalla sala degli interrogatori, sul luogo del duplice delitto, un salto spazio-temporale reso possibile, quindi reale, autentico, dal potere della narrazione. I tre poliziotti ricostruiscono i fatti, alla presenza degli imputati, direttamente nella camera da letto dei malcapitati coniugi Wycherley.

Kate O’Flynn, Daniel Rigby e Samuel Anderson formano un trio brioso e stralunato. Sono gli attori che interpretano la squadra di detective incaricata di risolvere il caso. Determinati, eppure strambi. Nelle relazioni umane e professionali i tre imboccano i binari di una comicità leggera e vagamente surreale (pacchiana l’esultanza del detective Tony Collier, dietro il vetro dell’interrogatorio, quando ritiene di aver incastrato Chris). Kate, alias Emma, ha un segreto. In famiglia non va tutto bene.

“Sono spezzata, nessuno può ferirmi ormai”, dice Susan, in lacrime, al magistrato che l’incalza spietatamente. Con la rottura della quarta parete il danno è compiuto. Gli ingranaggi escono dalle orbite. Gli organi interni sono esposti al pubblico ludibrio. La grammatica oscura è decifrata. Il mondo è come un palcoscenico, diceva Oscar Wilde. Tutto è artificio. Forse anche il pianto di Susan. Troppo falso per non essere vero.

Titolo originale: Landscapers. Un crimine quasi perfetto
Numero di episodi e durata: 4 per 190 minuti complessivi
Distribuzione: Sky / Now
Programmata in Italia: 14 e 21 gennaio 2022
Genere: Black Comedy, Drama

Consigliato a chi: se infastidito risponde con un no comment, sa cos’è un “surprise break”, concorda con chi sostiene che i francesi parlano troppo velocemente.

Sconsigliato a chi: soffre di shopping compulsivo, ha una collezione di profumatori d’ambiente, nasconde lettere compromettenti in mansarda.

Letture e visioni parallele:

Cercare una bussola letteraria nel labirinto del non-senso: Daniel Orozco, Orientamento, Racconti Edizioni, 2021.
Il cinema come depistaggio dello spettatore: Terrorizers di Edward Yang (1986), disponibile sulla piattaforma MUBI.

Una metafora: “Mia madre dice sempre che nelle relazioni uno è giardiniere e l’altro è giardino”.

Un consiglio: non perdete le immagini d’archivio accanto ai titoli di coda.

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