Petite Maman

Petite Maman ***

Dopo il complesso e stratificato Ritratto della giovane in fiamme, diviso tra passione e desiderio, questa volta Céline Sciamma sceglie la semplicità essenziale dei sentimenti di una bambina, Nelly.

La vediamo all’inizio in una casa di riposo. Sua nonna è appena venuta a mancare. Saluta le altre ospiti, le aiuta nelle parole crociate. Nel frattempo la madre Marion, libera la stanza della nonna e porta Nelly nella casa in mezzo al bosco, in cui è cresciuta e che ora va liberata per essere venduta.

Qui Marion ritrova i ricordi della sua infanzia. Dorme con Nelly, nel suo letto di bambina e la mattina seguente sparisce, lasciando la figlia da sola col padre.

Solo che Nelly, giocando nel bosco si imbatte in un’altra bambina, che sta costruendo una capanna coi rami degli alberi. Il suo nome è proprio Marion…

In un cortocircuito che solo la fantasia riesce a spiegare, madre e figlia si ritrovano entrambe bambine, ciascuna a vivere nel proprio tempo, nello stesso bosco e nella stessa casa d’infanzia.

Il film della Sciamma è un ritratto in punta di penna e ad altezza di bambina, che vive dei ragionamenti incompleti di quell’età, delle sue preoccupazioni, delle sue ansie ingiustificate, ma anche della sua spensieratezza.

Brevissimo, appena 72 minuti, essenziale, impressionista diremmo per come lascia che i personaggi e l’ambiente manifestino i loro sentimenti, con una sensibilità rara e un equilibrio narrativo encomiabile.

La Sciamma scioglie la profondità delle questioni che pone, nell’immediatezza di un racconto d’infanzia che sussurra le sue risposte, senza mai alzare la voce.

La realtà è scadente, avrebbe detto qualcun altro. Dolorosa e fatta di addii. E allora meglio rifugiarsi nella magia del cinema, del racconto, capace di trasfigurare la vita giocando sull’asse dello spazio e su quello del tempo, suggerendo una verità emozionale più forte di ogni regola narrativa.

E’ in fondo una storia di fantasmi quella della Sciamma, ed esattamente come in A Ghost Story di Lowery è la dimensione della casa a testimoniare una presenza impossibile, ma il suo rigore nella messa in scena, il suo minimalismo, la sua parsimonia persino nelle parole, lasciano lontana ogni deriva melò, così come ogni istanza sovrannaturale.

Emerge soprattutto l’urgenza di dire, di testimoniare attraverso il racconto, l’elaborazione del lutto di una bambina che non ha potuto pronunciare le parole che avrebbe voluto. Solo nell’immaginazione infatti Nelly potrà rimettere a posto ogni cosa, con la madre e con la nonna, in quella casa ormai spoglia, in cui sembra di poter ancora sentire il profumo delle crêpes.

E’ lo spazio della memoria, dell’eredità, di una dimensione familiare autentica, lo stesso che il film della Sciamma condivide con il capolavoro – purtroppo inedito in Italia –  di Olivier Assayas, L’heure d’été.

Da non perdere.

In sala grazie a Teodora. In streaming su Mubi.

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