Sulla scena del delitto: il killer di Times Square

Sulla scena del delitto: il killer di Times Square  ***1/2

Sul finire degli anni ’70 il quartiere di Times Square era uno degli epicentri dei desideri sessuali della città di New York: peep show, librerie specializzate, locali per scambisti, cinema porno e naturalmente un’ampia offerta di prostituzione lungo le vie che possiamo comprendere tra la 42nd e l’Eight Avenue. Un panorama molto diverso dalla rutilante piazza odierna, dove i locali di tendenza si alternano a teatri che di anno in anno aggiornano i propri record di spettatori, grazie a musical per famiglie come The Lion King o Mary Poppins.  Per anni Times Square è stata tutt’altro che uno dei luoghi turistici più rinomati della città: era una zona molto pericolosa, un luogo di attrazione per predatori di tutti i tipi, soprattutto per uomini in cerca di esperienze sessuali estreme.

Uno di questi era Richard Cottingham, passato agli annali come ‘The Torso Killer’ per aver tagliato la mani e la testa delle sua vittime: un modo per non renderle riconoscibili, praticato con meticolosità e sangue freddo, tra l’indifferenza di un quartiere dove tutto sembrava lecito e dove le retate della polizia avevano altri obiettivi rispetto ai maschi bianchi, sposati, in cerca di qualche avventura extraconiugale. Del resto la qualità principale di un serial killer è quella di sapersi nascondere nella massa, contando sul fatto di apparire come uno dei tanti. Ne era ben consapevole Cottingham che, racconta un suo ex collega del periodo, di fronte alle prime notizie dei terribili omicidi del Torso Killer, invece di esprimere shock alla domanda diffusa su chi avesse potuto fare una cosa del genere, aveva risposto serafico: “chiunque potrebbe farlo”.

Fin dalle prime inquadrature appare chiaro come la protagonista della vicenda sia proprio Times Square: le ricostruzioni realizzata da Joe Berlinger e dal suo team sono meticolose e filologicamente accurate. In un calibrato alternarsi di linee temporali tra l’oggi e l’allora, assistiamo alla delineazione di un mondo, racchiuso tra alti palazzi e vie brulicanti di persone, che viene ricostruito da diversi punti di vista. Sentiamo il racconto di alcuni lavoratori e lavoratrici del sesso che erano attivi in quegli anni, intervengono detective che hanno indagato sul caso e profiler, storici, politici, giornalisti, psicologi, parenti delle vittime.

Un quadro completo che non perde mai la sua compattezza e il suo ritmo: il rischio era quello di uno spezzatino insapore e invece le diverse testimonianze sono alternate con essenzialità. Ciascuno fornisce il suo contributo, spesso ricco di umanità, come nel caso della figlia di una delle vittime, senza però scadere nel sentimentalismo. E’ proprio l’attenzione alle vittime, alle loro storie, ai loro diritti negati dalla società, prima ancora che da coloro che traevano benefici economici dal commercio del sesso, a rappresentare un filo rosso che collega i tre episodi della miniserie. Il terzo assume a tratti un tono lirico nel riproporre, senza retorica, il ricordo delle lavoratrici del sesso trucidate nell’indifferenza generale. Indifferenza che peraltro sarebbe continuata se negli anni ’80 l’HIV, più efficace della delinquenza o dei movimenti femministi, non avesse trasformato il mercato del sesso in una bomba sanitaria pronta a esplodere in maniera incontrollata. Le donne di strada erano spesso sfruttate, senza avere né documenti né assicurazione sanitaria e per lo più preferivano tacere sulle percosse e le violenze che subivano dai clienti. Denunciare gli abusi subiti alla polizia voleva dire anche mettersi nei guai, dato che la prostituzione negli USA era (ed è) un reato. C’erano insomma le condizioni perfette per un predatore come Cottingham, che lavorava in una società informatica nei pressi di Times Square: gli bastava manomettere l’orario di ingresso al lavoro e scendere nelle strade del quartiere per iniziare la sua caccia.

A oggi sono stati attribuiti a Cottingham 11 delitti, ma le sue vittime sono state probabilmente di numero maggiore. Lui stesso allude al fatto di averne uccise a settimane alterne per diversi anni: un numero complessivo che, mal contato, arriverebbe a circa 100 vittime, per lo più catturate tra il New Jersey e New York City: i due poli, privato e lavorativo della sua vita. Il profiler ci ricorda a più riprese che solitamente i serial killer iniziano vicino a casa per poi spostarsi, seguendo uno schema prefissato. Cottingham adescava le ragazze, le drogava e le portava in un motel o a New York o nel New Jersey: qui le torturava, le derubava e il più delle volte le uccideva barbaramente. Tra esse anche donne giovanissime e madri di famiglia, sparite nel nulla e solo a distanza di parecchi anni collegate al killer.

Joe Berlinger confeziona un prodotto di qualità, da grande esperto del genere docuserie qual è, avendo al suo attivo prodotti come Conversation with a Killer: The Ted Bundy Tapes  e Crime scene: The Vanishing at the Cecil Hotel. Le sue docuserie sono rigorose, costruite utilizzando una molteplicità di fonti e soprattutto sempre attente all’aspetto sociale: se Bundy era un affresco dell’America che scopriva tutti i limiti del controllo/potere del maschio bianco sulla società e Cecil Hotel un racconto che descriveva un quartiere tra i più poveri e disperati di Los Angeles, in questa serie la sua attenzione è tutta per New York e per il mercato del sesso. Le sue qualità emergono non solo nella scrittura, compatta e senza fronzoli, ma anche a livello estetico, con un mix di immagini di repertorio e interviste in grado di trasmettere alla spettatore un’esperienza immersiva senza dubbio molto affascinante e di livello tecnico superiore alla media delle numerose produzioni di questo filone.

A riguardo è giusto rilevare come Netflix abbia fatto delle serie true crime un tratto distintivo del suo catalogo, aggiungendo numerosi prodotti nell’ultimo periodo, come: Monster Inside: The 24 Faces of Billy Milligan, RH Project, The Puppet Master: Hunting the Ultimate Comman e The Raincoat Killer: Chasing A Predator In Korea, quest’ultima interessante perché una docuserie true crime coreana, anche se il format resta invariato: tre episodi, alternarsi di testimonianze e ricostruzioni fiction, attenzione all’ambiente sociale. Tra i maggiori successi del filone il Ted Bundy di Berlinger: la docuserie nel 2019 ha suscitato grande interesse per la possibilità di ascoltare per la prima volta audio originali del celebre serial killer. Fu una specie di scoop di grande richiamo mediatico: anche in questa serie assistiamo a qualcosa di emozionante e cioè la comparsa sullo schermo, negli ultimi 20 minuti del terzo episodio, di un imbolsito e barbuto Richard Cottingham che ammette i propri delitti e racconta la propria esperienza in prima persona. Un colpo di scena che non crea enfasi sulla figura del killer, tutt’altro … aggiunge piuttosto sconforto allo spettatore, per la leggerezza con cui quest’uomo parla del numero impressionante di omicidi che ha perpetrato nell’indifferenza generale.

Titolo originale: Crime Scene: The Times Square Killer
Durata media episodio: 49 minuti
Numero degli episodi: 3
Distribuzione streaming: Netflix
Genere: Documentary, Crime, History.

Consigliato: a quanti cercano una docuserie compatta che alterna in modo efficace diversi punti di vista e testimonianze per ricostruire non solo la vicenda di un serial killer, ma un ambiente sociale e culturale storicamente determinato.

Sconsigliato: a quanti cercano un prodotto innovativo che esca da quello che ormai è diventato un format di genere. Come detto, la realizzazione è ottima, ma non aggiunge niente, a livello formale, a quanto già visto in questi anni e che lo stesso Berlinger ha contribuito in maniera determinante a istituzionallizare.

Visioni parallele: tra le molte storie che si intrecciano tra la 42nd strada e l’8 Avenue c’è anche quella di Marty Hodas, che di fatto diede il via all’industrializzazione del sesso con l’apertura del primo peep show nell’area di Times Square. La sua storia, di business prima di tutto, viene raccontata dalla figlia, ma per chi volesse una versione meno documentaristica e più fiction della sua esperienza e, in generale, del mondo del sesso nella NY degli anni ’70, è imperdibile The Deuce, (2017-2019).

Un’immagine: c’è una frase che pesa come un macigno non solo sul destino di centinaia di lavoratrici sessuali, ma anche sulla coscienza di una nazione e sul movimento femminista, da tempo interessato alla rivendicazione dei diritti di altre categorie di donne. Sul finire del terzo episodio infatti la Dr.essa Melinda Chateauvert, autrice di ricerche accademiche sulla prostituzione, racconta che “negli anni ’70 e ’80 tantissimi corpi ritrovati di lavoratrici sessuali venivano indicati come “NUC” cioè ‘nessun umano coinvolto’. In altre parole, avevano così poco rispetto e status nella società che non valeva la pena di perseguire il crimine commesso contro di loro. La polizia non avrebbe cercato il colpevole”.

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