Gli occhi di Tammy Faye

Gli occhi di Tammy Faye *1/2

Ennesimo programmatico passo falso nella carriera di Jessica Chastain, passata in un decennio dalla grazia eterea di Terry Malick, alle ambiguità della War on Terror di Kathryn Bigelow, dai labirinti spazio temporali di Christopher Nolan al cerone e ai mascheroni di questo orrendo Gli occhi di Tammy Faye, in cui l’attrice – come accade sempre più spesso –  ha anche un ruolo produttivo di primo piano.

E’ del tutto evidente che la Chastain dopo aver accumulato riconoscimenti, credibilità e potere come attrice, nel corso dell’ultimo decennio, abbia deciso di spenderli tutti in progetti tesi a dimostrare la diversità del punto di vista femminile, a mostrare quello che negli Stati Uniti chiamano women empowerment, a mettere in scena donne forti, indipendenti, di successo, sia pure in modi spesso non convenzionali, in tutta una serie di ritratti che sembrano uscire dal manifesto di una nuova agenda femminista del XX secolo.

E così abbiamo avuto il pregevole e secco Miss Sloane, in cui l’attrice interpreta una lobbista delle armi a Washington, Molly’s Game di Sorkin, che la vede nei panni di un’organizzatrice di tavoli clandestini di poker per ricchi e famosi, Woman Walks Ahead in cui presta il suo volto a Catherine Weldon, attivista di fine ottocento per i diritti dei nativi d’America, il ruolo di Bev adulta nel nuovo adattamento di IT, privato di ogni riferimento alla sessualità, lo sciagurato Ava in cui è una killer a contratto, in un capolavoro di mistcasting e infine l’action tutto al femminile 355, prossimo a raggiungere lo schermo, dopo la rievocazione della grande truffa di due telepredicatori evangelici, che è al centro di questo Gli occhi di Tammy Faye.

Diretto da una vecchia volpe della tv come Michael Showalter, attore, comico, produttore e regista fin dall’inizio degli anni ’90, il film è stato scritto da Abe Sylvia a partire dal documentario realizzato nel 2000 da Fenton Bailey e Randy Barbato, su due star delle tv religiose americane, Jim Bakker e la moglie Tammy Faye.

Il lungometraggio si apre con l’eco delle polemiche delle accuse che travolgono i due all’inizio degli anni ’90, al culmine della loro carriera televisiva, cominciata alla metà degli anni ’60.

Tamara Faye era originaria di un piccolo paese del Minnesota e, dopo aver conosciuto Jim Bakker al Bible College di Minneapolis, lo sposa, lascia gli studi e decide di seguirlo in una sorta di road show evangelico, predicando di stato in stato, con un certo successo.

La svolta arriva quando vengono notati da Pat Robertson del Christian Broadcasting Network, che li vuole protagonisti di un programma pomeridiano con dal 1964 e il 1973.

Nel 1974 invece i due fondano il Praise The Lord Club a Charlotte, da dove cominciano a trasmettere un nuovo programma che si espande presto in un vero e proprio netwok, capace di crescere, grazie alle donazioni telefoniche, fino a raggiungere un audience giornaliera di 20 milioni americani.

Solo che Tammy e Jim, fin dall’inizio, condividevano uno strano messaggio cristiano che invitava alla prosperità e all’accumulo di ricchezze.

Prosperità e ricchezze che i due distraevano dalle donazioni ricevute per le loro attività filantropiche.

Perchè decidere di rievocare la storia miserevole di due imbonitori avidi e pasticcioni, che sfruttavano ogni elemento biografico personale, a beneficio del loro show quotidiano? Due predicatori di un sogno americano deviato, finito poi con la galera, che all’apice del successo erano stati lodati e sostenuti dal presidente Reagan?

Cosa c’entra questa storia con l’agenda progressista della Chastain?

C’entra perchè nel ritratto che il film ci consegna di Tammy Faye, quest’ultima è per lo più un’ingenua finita in un matrimonio senza amore, in una truffa più grande di lei, in qualche modo vittima di un contesto conservatore, in cui gli uomini discutono in tavoli separati e le donne si occupano delle famiglie, non pensano ad una carriera.

Inoltre Tammy Faye, pur su una televisione evangelica, aveva abbracciato la comunità LGBT, prim’ancora che si chiamasse così e si era interessata all’HIV/AIDS, suscitando le ire del potente Reverendo Jerry Falwell, capo di quella Moral Majority capace di influenzare dall’estrema destra cristiana, le politiche del partito conservatore.

Il fatto che fosse poi sempre truccata in modo molto appariscente ha fornito lo spunto alla Chastain, a Showalter e ai loro truccatori, per farne una maschera grottesca, esagerata fino al parossismo, confinando il film in una dimensione camp e bizzarra.

La parabola dei due sposini cristiani uniti nei dollari almeno quanto nella parola del Signore è fragile e risaputa e il film non sfrutta mai fino in fondo l’unico elemento effettivamente moderno della loro storia, ovvero la confusione continua tra realtà e rappresentazione, con le telecamere accese 24 ore su 24 su di loro, sulle loro crisi familiari, sulla nascita dei loro figli, sugli scandali, le inchieste e la cattiva pubblicità.

Gli occhi di Tammy Faye si ferma sempre al cerone, alla superficie, alla performance attoriale, non scava mai nelle pieghe, nei motivi, non coglie le tracce davvero inquietanti, preferendo adagiarsi su una dimensione grottesca e moralistica, senza avere molto chiaro neppure il suo punto di caduta.

Se Andrew Garfield è una presenza impalpabile, un villain senza unghie e senza denti, ma anche senza alcuna grandezza, quello che resta, alla fine, è l’ennesimo ruolo sbagliato della Chastain, che sembra voler fare di tutto per dissipare il suo talento cristallino.

Imbarazzante.

In Italia dal 3 febbraio 2022.

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