Licorice Pizza

Licorice Pizza ***

Una notte d’estate del 1973. Due ragazzi distesi su un materasso ad acqua trasparente. Le loro mani si sfiorano nell’ombra. Poi lei, sfinita dalle emozioni di una serata memorabile e surreale, si addormenta. E lui si ferma, rinuncia.

Il nuovo film di Paul Thomas Anderson, il nono di una carriera cominciata 25 anni fa, è una sorta di ritorno a casa, un nuovo inizio, che ci riporta alla San Fernando Valley del 1973, uno spazio e un un tempo che rappresentano evidentemente una madeleine proustiana per il regista californiano.

Solo che questa volta, contrariamente a quanto accade in Magnolia, Boogie Nights o Ubriaco d’amore, i film che questo Licorice Pizza richiama in modo più evidente, non c’è frenesia, non ci sono nevrosi, non c’è nessuna epica del racconto grande, strutturato, corale, elettrico.

Qui c’è solo il ritmo placido dei ricordi, la rievocazione episodica di un momento, attraverso i volti, le parole, la musica.

Seguendo il filo della memoria, la sua e quella di Gary Goetzman, attore bambino, poi produttore di Jonathan Demme e partner di Tom Hanks da Philadelphia in avanti, Anderson costruisce un racconto ellittico, un tranche de gateaux, come diceva Hitchcock, ovvero l’immagine di un tempo perduto, senza le parti noiose.

Il film si apre davanti a uno specchio dove il protagonista, il quindicenne attore prodigio Gary Valentine, si prepara per la foto dell’annuario della sua high school.

Nella luce chiara del mattino conosce l’assistente del fotografo, Alana, più grande di lui di dieci anni. La invita a uscire la sera stessa, se ne innamora all’istante o forse si innamora dell’idea di essere innamorato di una ragazza come Alana, che prima si ritrae, resiste, poi lo raggiunge al Tail o’the Clock, un ristorante famoso in cui Gary si muove come se fosse a casa, grazie al fatto che la madre si occupa delle P.R. per il locale.

Alana lo accompagna a New York per uno show televisivo, comincia a capire come funziona il mondo dello spettacolo in cui Gary ha l’esperienza di un attore consumato e, quando il ragazzino decide di aprire un’attività per vendere letti ad acqua, decide di dargli una mano.

A rovinare tutto arriva la crisi petrolifera che blocca le auto in lunghe file per il rifornimento e mette a repentaglio il loro business fondato sulla plastica.

Nel frattempo Alana cerca il debutto in un film con il famoso attore Jack Holden, che parla solo con le battute dei suoi personaggi e poi, dopo un’avventura tragicomica a casa del parrucchiere poi produttore Jon Peters, fidanzato a quel tempo con Barbra Streisand, si offre volontaria per la campagna a sindaco del giovane consigliere Joel Wachs. Anche qui scoprirà che l’onestà pubblica nasconde compromessi e menzogne private.

Alla fine dopo essersi rincorsi per tutto il film, Alana e Gary si ritroveranno ancora una volta, davanti ad un cinema che proietta Live and Let Die.

Paul Thomas Anderson sembra voler rileggere, con la saggezza e la semplicità di una maturità acquisita, il tempo della sua adolescenza e l’adolescenza del suo cinema.

Senza tuttavia nessun compiacimento nostalgico o nessuna scorciatoia di scrittura, lasciando che invece questa piccola storia d’amore, fatta di incontri, contatti, attrazioni e repulsioni, si muova con il suo ritmo compassato, lasciando alla naturalezza miracolosa degli interpreti tutto il peso di una narrazione debole, errante, che si nutre di personaggi, parole, musica, cinema, televisione, ristoranti, motociclette, gloria passata e sfide nuove.

Lontanissimo da tutto il suo cinema della maturità, quello che comincia con Il petroliere, Licorice Pizza lascia cadere ogni orpello, anche ogni ambizione al racconto grande, stratificato, d’epoca, preferendo soffermarsi sui dettagli, sugli sguardi, su due protagonisti meravigliosamente centrati, affiancati da una serie di epifanie, che sembrano uscire proprio dai ricordi esagerati di un quindicenne.

Questo non vuol dire che non ci siano qui molti dei temi che hanno attraversato i suoi film precedenti, soprattutto quelli della prima fase della sua carriera: dall’assenza dei padri, all’accettazione della fragilità dei sentimenti, dalla generosità di buttarsi in imprese destinate al fallimento, al mondo dello spettacolo visto attraverso gli occhi dei più piccoli.

C’è soprattutto, come in C’era una volta a… Hollywood, la ricostruzione di un mondo perduto, quella Los Angeles brulicante, calda e luminosa anche nelle sue notti, vissuta tra locali alla moda, star decadute, martini cocktail, audizioni fortunose, aneddoti surreali.

Come accaduto quest’anno a Spielberg e Sorrentino, sia pure in modi molto diversi, anche Anderson cerca nel passato della sua giovinezza, nelle radici della propria ispirazione, la scintilla che torni ad illuminare il suo cinema, forse per scongiurare un’impasse creativa o forse solo per mettere in un angolo quella realtà deludente, che viviamo tutti, facendoci sognare per un paio d’ore con un film in cui si corre sempre, si respira forte, si vive leggeri e innamorati.

Licorice Pizza è un film fatto di momenti, scene, episodi, legati tra di loro dal filo esile del ricordo. Indimenticabile la telefonata muta tra Alana e Gary, uno dei momenti più magici e sorprendenti del suo cinema, che sembra quasi racchiudere dentro di sè tutto il senso di un film in cui apparentemente non accade nulla.

Non meno efficaci il colloquio con l’agente degli attori bambini e la scena dello show televisivo, che racconta Lucille Ball in una manciata di minuti, molto meglio di quanto non faccia Being the Ricardos in un film intero.

Anderson regala a Sean Penn, Tom Waits e Bradley Cooper tre piccole parti in cui brillare, nei ruoli di William Holden, del regista Mark Robson e del produttore e donnaiolo Jon Peters, ma Licorice Pizza non è il loro film. La loro presenza serve solo ad evocare un mondo perduto, forse rimpianto.

Cooper Hoffman è semplicemente incantevole nel ruolo di Gary, la sua spontaneità, la sua determinazione, la sua generosità sono contagiose e indovinate. Anderson gli regala un personaggio fuori scala, un ragazzino qualunque, rossiccio e pieno di brufoli, che invece nasconde talenti e conoscenze, che nessuno potrebbe aspettarsi. E’ sempre al limite del miscasting e quando lo vediamo all’inizio facciamo la stessa fatica di Alana a credere ai suoi talenti: I’m a showman” dice in una delle prime scene, “It’s my calling”.

Ma forse è proprio per questo che Anderson l’ha scelto.

Meno convincente invece Alana Haim, che pure gareggia in naturalezza con Hoffman, ma il cui ruolo rimane più ordinario e prevedibile, sostanzialmente sospeso e irrisolto, sia nella sua reticenza verso un sentimento così chiaramente espresso sia nella sua ansia di buttarsi in ogni cosa, con quell’entusiasmo momentaneo di chi non fondo non ne vuole davvero nessuna.

Entrambi gli attori sono contemporaneamente encomiabili e sorprendenti come debuttanti.

Nella colonna sonora si alternano Sonny & Cher, i Doors, Paul McCartney e David Bowie, assai più centrali dello score fin troppo discreto di Jonny Greenwood.

Il film è girato in pellicola 35mm e in formato panoramico, anche questa volta come ne Il filo nascosto, senza direttore della fotografia: una scelta che difficilmente appare comprensibile e che regala più di qualche sbavatura, soprattutto nelle scene notturne.

Anderson ci mette poi una tenerezza nuova, che sta a mezza strada tra Cameron Crowe, John Hughes e Richard Linklater, ma che guarda anche al Come eravamo di Pollack e al cinema di Robert Altman, riferimento imprescindibile dei suoi inizi, costruendo un film sempre all’altezza dei suoi personaggi, questa volta senza dolore e senza sconfitte, che si chiude serenamente con un bacio.

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