Venezia 2021. The Lost Daughter

The Lost Daughter **

Per il suo debutto dietro la macchina da presa l’attrice Maggie Gyllenhaal si è assicurata i diritti del romanzo La figlia oscura di Elena Ferrante e l’ha adattato per il grande schermo, lasciando a Olivia Colman e Jessie Buckley il doppio ruolo della protagonista, una professoressa di letteratura comparata, che la storia racconta in due momenti della sua vita, a 48 anni e a 28.

Quando conosciamo Leda Caruso è in vacanza da sola, in un’isola greca, in cui tutti sembrano in realtà inglesi o americani, visto che si rivolgono a lei e parlano tra loro quasi solo nella lingua di Shakespeare.

Il custode della casa che ha preso in affitto, Lyle, e il bagnino della spiaggia, Will, la introducono alle dolcezze dell’isola e la mettono in guardia dai chiassosi e cafoni vicini d’ombrellone.

Osservando dal suo lettino la giovane e sensuale Nina nel suo rapporto col marito sempre lontano e con la figlia piccola, Leda sembra ritornare ai suoi ricordi di giovane ricercatrice, costretta a dividersi tra le aspirazioni di carriera e la cura delle due figlie Bianca e Martha.

C’è tuttavia un non detto che oscura la memoria della protagonista, quando ripensa alle sue due bambine.

Di flashback in flashback ricostruiremo un altro momento della sua storia, quando per amore di un professore inglese, lascerà la sua famiglia per tre anni, prima di ritornarci forse spinta da un sentimento materno, che sembra pesare in modo intermittente nella sua vita.

Non solo, ma con una inutile crudeltà, alla spiaggia sottrae di nascosto alla figlia di Nina, la sua bambola preferita, mandando in crisi tutta la famiglia.

Il film della Gyllenhall è il più classico dei film d’attore, tutto piegato sulla scrittura e sulla performance, trasparente nella messa in scena, velleitario e generoso nei suoi intenti, ma piuttosto acerbo.

Tutto ruota attorno a Leda e al peso che le turba l’animo di rimorso e le offusca i ricordi, ma il film non riesce a costruire un personaggio capace di trasmettere sino in fondo il suo tormento tardivo. Leda non è neppure così sgradevole da suggerire un adesione controintuitiva alle sue scelte di vita.

Attraverso l’affiorare tumultuoso dei ricordi Leda sembra volerci mostrare come la distanza tra il ruolo di madre e quello di professionista e studiosa, la spinga a scelte dolorose e provvisorie, apparentemente crudeli nel tentativo di privilegiare una dimensione o l’altra.

L’incapacità di gestire contemporaneamente le necessità della sua famiglia e le opportunità dei suoi studi, manda in crisi il suo equilibrio psicologico, spingendola verso una fuga che non risolve nulla e che infatti resta un rovello irrisolto, ancora venti anni dopo.

Olivia Colman è una Leda matura non sempre convincente, soprattutto perchè la sceneggiatura non l’assiste a dovere, tra svenimenti, spiegazioni, osservazioni e crudeltà. Mentre la presenza di Jessie Buckley, nei panni di Leda da giovane racconta molto meglio il suo furore, i suoi desideri, la sua determinazione.

Dakota Johnson invece appare come un puro strumento narrativo, costruita sul cliché della pupa del gangster, un po’ troppo abusato, per un racconto che vuole invece costruire una riflessione complessa delle sue figure femminili.

Velleitario e irrisolto.

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