Cannes 2021. France

France *

Una giornalista star della tv francese, France De Meurs, al massimo della sua popolarità social, investe il figlio di una coppia di immigrati marocchini che stava andando al lavoro in motorino.

Il senso di colpa la spinge a lasciare il suo programma, a farsi curare in una prestigiosa clinica in mezzo alle alpi.

Qui un altro giornalista, in cerca di uno scoop, si fa passare per paziente, corteggia France e poi fa uscire il pezzo su una rivista femminile.

In piena confusione, France ritorna in tv, ma il suo reportage dal nordafrica, su una barca di migranti, va in onda inavvertitamente con i commenti cinici della sua assistente.

Il nuovo calo di popolarità viene accompagnato da un altro tragico incidente, che coinvolge il figlio e il marito.

Si stenta a credere che Bruno Dumont abbia potuto mettere il suo nome su un film sciagurato come questo France.

Il nome della protagonista invita ad immaginare un racconto metaforico del suo Paese, che l’inizio presidenziale rafforza ancora di più.

Sì, ma per dirci cosa, esattamente? E come, peraltro?

Che la Francia e l’informazione che la racconta sono una farsa cialtrona, in cui tutto è sceneggiato, messo in scena, montato ad uso e consumo dello spettatore più credulone?

Che non c’è più nulla di autentico, di reale, di non manipolabile e manipolato?

Che la politica si muove sulle stesse coordinate etiche, in caccia di voti come di spettatori?

E che anche nei rapporti interpersonali si vive la stessa freddezza, lo stesso opportunismo, lo stesso cinismo?

Dovevamo attendere Dumont per scoprirlo…

Se l’incipit con la conferenza stampa di Macron in cui brilla la nuova star dell’infotainment è anche divertito e divertente e promette un film satirico, leggero e tranchant sulla società dello spettacolo, poi il lavoro scritto dallo stesso Dumont diventa un incubo di banalità, che si fa autoparodia, dilungandosi per due ore e quindici minuti fino a schiantare di noia anche le migliori intenzioni.

La Seydoux fa quello che può ed è tantissimo, ma il suo personaggio non è mai credibile, non ha alcuno spessore, non è capace di dire nulla nè sul suo lavoro, nè sul mondo all’interno di cui si muove.

Il film accumula svolte narrative infelici, telefonate, mentre monta l’incredulità rispetto ad un lavoro che si sfilaccia fino a diventare insignificante.

Se Dumont voleva realizzare una parodia del giornalismo televisivo d’accatto, in cerca di consenso facile, ci è riuscito malissimo.

Il tono del film non consente neppure di immaginarlo come una farsa, perchè Dumont sembra invece prendersi molto sul serio.

Vanno del tutto sprecati il talento comico di Juliane Köhler e la presenza di un impalpabile di Benjamin Biolay.

La scrittura drammatica è a dir poco superficiale con personaggi abbozzati, mal definiti, lanciati sulla scena senza aver nulla da dire, altri invece fin troppo scritti.

Il racconto è macchinoso, inverosimile, sciatto oltre ogni limite sopportabile, per un film che aspiri alla Palma d’Oro.

Dal punto di vista della composizione visiva, Dumont accantona ogni raffinatezza, in favore di uno stile piatto, televisivo, in cui la ricchezza della produzione non maschera il nulla su cui è costruito il suo film. Spinge gli attori ad una recitazione sempre sopra le righe, mostra ogni artificio al lavoro, esagera inserendo infine personaggi che sembrano usciti dal suo Quinquin, trascinando il suo film verso una deriva stucchevole, che nel suo impeto polemico travolge anche il cinema, falso e vuoto a sua volta, come quel mondo che vorrebbe raccontare.

Disastroso.

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