Black Beach

Black Beach **1/2

Il secondo film di Esteban Crespo, scritto con David Moreno e acquistato da Netflix, per la distribuzione internazionale, fuori dalla Spagna, è un solido thriller politico, ambientato in un’isola africana, sulle cui risorse troppi hanno messo gli occhi.

Il protagonista è Carlos Fuster: un’esperienza sull’isola con una ONG molti anni prima, figlio di una funzionaria delle Nazioni Unite, ora è un ambizioso e brutale negoziatore, per conto di una grande compagnia petrolifera americana.

La moglie è incinta del loro primo figlio, mancano 24 giorni al parto, ma per guadagnarsi l’agognato trasferimento a New York, deve accettare di tornare in Africa, per liberare un ingegnere della compagnia, preso in ostaggio da un presunto gruppo terroristico, guidato da Calixto Batete, un uomo che aveva conosciuto molto bene, nella sua esperienza precedente, e che di certo non sembrava un estremista.

L’operazione va fatta velocemente e senza troppo rumore, perchè il Paese è in trattative con le Nazioni Unite e il suo riconoscimento consentirà alla società, per cui Carlos lavora, di sfruttare l’enorme giacimento petroliero locale.

Controllato dai militari locali e dal figlio del presidente Ndong, Carlos ritrova Ale, che lavorava con lui nella ONG e che è rimasta sull’isola: la fa assumere come sua autista, convinto che possa dargli una mano, ad immergersi nuovamente nella realtà locale.

Tuttava più Carlos si avvicina a Calixto, seguendo le tracce dell’ingegnere rapito, più comprende che le informazioni che ha ricevuto dalla sua società, dal governo e dai militari locali sono state gravemente manipolate e l’incarico nasconde finalità molto diverse.

E così il film di Crespo si trasforma in un’avventura contro il tempo, in cui tradimenti, vendette, inseguimenti, ricatti, menzogne e verità nascoste finiscono per travolgere il protagonista, fino a mettere in dubbio tutta la sua vita.

Black Beach abbandona così gli interni di design europei delle case da sogno e delle corporation, dove si muove Carlos, per costringerlo negli esterni caldissimi, assolati e nella confusione pericolosa dell’isola.

Anche il film assume un altro passo, virando verso il thriller politico, con venature decisamente d’azione, che Crespo gestisce con mano salda e senza mai perdere di vista l’amarezza del disegno complessivo, all’interno del quale, nonostante gli sforzi di Carlos, ogni cosa sembra essere regolata da forze e interessi più grandi della sua volontà.

Black Beach – che è il nome della prigione disumana dove Carlos ritrova Ada, la moglie di Calixto, con cui aveva avuto una relazione molti anni prima – accelera e corre veloce, assecondando l’affannoso tentativo del protagonista di emendare ai suoi errori, presenti e passati.

Tuttavia ogni passo compiuto lascia sul campo nuove vittime e nuovi rimpianti.

L’evoluzione psicologica di Carlos è condotta con una scelta dei tempi perfettamente plausibile, in cui il suo ruolo professionale finisce travolto dalla sua storia personale. E proprio quando tutto sembra perduto e il tradimento brucia di più, perchè viene da chi per ruolo e funzione sembrava rappresentare quei valori e quel rigore, che Carlos recupera lungo la storia, il film ci regala un finale aperto, sia pure assai poco conciliante, che ribalta le aspettative ancora una volta.

In quello sguardo assorto di Carlos, che guarda il piccolo Calixto giocare nella vasca da bagno, in una casa assai meno di rappresentanza rispetto a quella che abbiamo intravisto all’inizio del film, c’è tutto il tormento e l’amarezza di chi sa di essersi giocato tutto.

Così come Adù, anche Black Beach è un film spagnolo che prova a riflettere sul senso di colpa e sulle responsabilità dell’occidente verso il continente africano, sia pure da un punto di vista e con strumenti narrativi completamente diversi.

Là dove c’era l’idea dell’Europa come terra promessa, per chi in Africa non ci può più stare e dell’Africa come purgatorio per coloro che dal Vecchio continente sono costretti alla fuga, qui c’è più direttamente il tema dello sfruttamento delle risorse naturali, della corruzione politica e della violenza etnica, che l’Occidente tollera e autorizza implicitamente per mantenere ancora quel gioco che la fine del colonialismo avrebbe dovuto smantellare oltre mezzo secolo fa e che ora coinvolge anche la Cina.

Particolarmente indovinata l’interpretazione di Raul Arevalo (Dolor Y Gloria, Ballata dell’odio e dell’amore, Gli amanti passeggeri, Il mio capolavoro), rivelato da La isla minima e capace di trasformarsi radicalmente ogni volta che lo ritroviamo sullo schermo, con una grande capacità di scomparire dietro al suo personaggio. Qui nel ruolo di Carlos riesce ad essere credibile in ogni momento del film, che poggia molto della sua forza, sulla credibilità del suo personaggio.

Una bella scoperta.

E tu, cosa ne pensi?

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.