Adù

Adù **1/2

Melilla, frontiera spagnola col Marocco: un confine protetto da reti, muri, filo spinato e telecamere ad infrarossi, viene preso d’assalto nella notte da un gruppo di migranti che cercano di scavalcare.

Tatou, rimasto impigliato, precipita a terra assieme ad uno dei tre poliziotti della Guardia Civil, batte la testa e muore.

Si apre un processo per accertare le responsabilità.

Nella riserva di Du Dja in Camerun, Gonzalo, a capo di una ONG che si occupa della protezione degli elefanti, cerca di evitare che il quarto animale venga ucciso dai bracconieri.

Adù e la sorella Ali, assistono per caso all’uccisione dell’animale e sono costretti a fuggire lontano, perchè i cacciatori sono sulle loro tracce.

Nel frattempo in Camerun arriva Sandra, la figlia adolescente di Gonzalo, con un sacco di probelmi di droga e rapporti tormentati con il padre.

Tre storie di ordinaria brutalità.

Tre storie che si intrecceranno su quel confine tra Africa ed Europa, che non è meno inquietante dei muri eretti da Trump, in Messico.

La didascalia finale ci ricorda che nel 2018 quasi 70 milioni di africani si sono mossi per trovare un futuro migliore. La metà erano bambini.

Il secondo film di Salvador Calvo, regista televisivo con una lunghissima esperienza alle spalle, si muove con una certa professionalità nelle tre diverse linee narrative, tuttavia mostrando i limiti del suo trascorso sul piccolo schermo: eccessi melodrammatici, ritmi distesi, regia di puro servizio, pochissima attenzione al contesto paesaggistico e scenografico, una certa ansia nel prendere sempre la strada più semplice e chiara, sottolineando due volte le buone intenzioni del suo progetto.

E’ un film didascalico, questo Adù, in cui i poliziotti sono un po’ colpevoli e un po’ innocenti, con i cattivi trasferiti e i buoni che salvano vite in mare; in cui i padri sono stronzi e superficiali, più interessati ai grandi primati, che ai propri simili, ma poi si riscattano, proprio in extremis, evitando ai figli guai peggiori con la giustizia.

Nel viaggio di Adù, la violenza, la malattia, la morte, restano quasi sempre fuori campo o vengono interrotti: parentesi che riescono ad indignare il giusto, ma senza turbare troppo lo spettatore.

Insomma, Calvo riesce sempre ecumenicamente a dare un colpo al cerchio e uno alla botte, sbagliando spesso la distanza a cui riprendere le sue storie e mescolando, con espedienti narrativi piuttosto datati,  i tre percorsi, senza neppure avere la forza di trarne un filo comune.

Quella benedetta bicicletta che Adù e Ali abbandonano nella riserva in Camerun e che per loro rappresenta un pezzo importante della loro vita e che passa poi alla figlia di Gonzalo, attraversando l’Africa, per poi varcare la frontiera con la Spagna, come un souvenir qualunque, resta solo un feticcio, che il film si trascina, eppure avrebbe potuto essere il simbolo di quel modo paternalista e superficiale con cui guardiamo al continente africano.

Calvo vorrebbe mostrare soprattutto nella contrapposizione del viaggio di Adù e di quello di Gonzalo con la figlia, la miopia dello sguardo occidentale su quella terra assolata e depredata.

Non è un caso che Gonzalo incroci in auto, proprio all’inizio, Adù e la sorella e non ci pensi neppure un istante a fermarsi per aiutarli.

Luis Tosar, il severo e ombroso interprete di Cella 211, I lunedì al sole, Ti do i miei occhi, Miami Vice, qui appare del tutto anonimo e insopportabile, come attivista e come padre.

Ma se il ritratto di Gonzalo si spiega con l’intento narrativo del film, assai meno giustificabile è quello del poliziotto ‘buono’ Mateo, che si conclude con un primo piano compiaciuto, dopo aver salvato Adù in mare, che sembra uscito da uno spot sdolcinato degli anni ’80.

Gli unici a salvarsi sono, giustamente, i tre interpreti più piccoli: Moustapha Oumarou, che riesce sempre a regalare onestà all’odissea di Adù, Adam Nourou nel ruolo di Mossar, su cui la sceneggiatura di Alejandro Hernández riversa tutte le sventure più indicibili e Zayiddiya Dissou, nei panni della sorella Ali, che purtroppo il film fa uscire di scena troppo presto, in quella che rimane forse la scena più inquietante e terribile, quella del viaggio aereo nella stiva di carico.

Adù resta un lavoro che non ha il coraggio di stare fino in fondo accanto a loro tre e si affanna ad inseguire altre storie, meno interessanti, che appesantiscono un racconto a cui avrebbero giovato maggior rigore e linearità.

 Come scriviamo spesso, le buone intenzioni non fanno i buoni film.

Su Netflix.

 

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