Fargo 4: l’America è la storia di un crimine

Fargo 4 ***

Nel Libro della Genesi, dopo aver raccolto la legna per il fuoco, Isacco chiede al padre: “Dov’è l’agnello per l’olocausto?” Ed ecco la risposta di Abramo: “Dio provvederà un agnello per l’olocausto, figlio mio”. Søren Kierkegaard in Timore e Tremore commenta la reticenza di Abramo, che sa del sacrificio, come un non dire falsità alcuna, “poiché in forza dell’assurdo è sempre possibile che Dio faccia qualcosa di completamente diverso”. Nella quarta stagione di Fargo, ultimo capitolo della serie ispirata al celebre film dei fratelli Coen, le bande in competizione per il controllo dei traffici illegali nella Kansas City degli anni Cinquanta vergano alleanze cedendo un figlio ai rivali. Ogni gang cresce in grembo la progenie del nemico: nel primo Novecento sono gli ebrei e gli irlandesi a scambiarsi i pargoli, qualche anno dopo gli irlandesi e gli italiani, infine nell’immediato secondo dopoguerra gli italiani e gli afroamericani. La vicendevole tutela dagli appetiti altrui, suggellata in un coreografico rito iniziatico, di passaggio, è un patto fragile. Il tradimento del proprio sangue è un’eventualità tutt’altro che remota. L’uccisione del padre non è, qui, una metafora freudiana. In questa America, così grottesca da sembrare vera, Isacco può immolare Abramo.

Fargo 4 è attraversato da un sottotesto continuo, esplicitato in monologhi e ragionamenti raffinati, in alcuni casi ridondanti e tuttavia mai banali nel contenuto, intellettualmente paradossali e affascinanti, intinti nell’inchiostro della buona letteratura. Il processo di filiazione tra cinema (fratelli Coen) e serialità (Noah Hawley) non si è esaurito e la scrittura ravviva qui la scommessa di partenza: mantenere scoperta, nuda, la matrice filmica originaria per farne germogliare una nuova testualità, aperta al futuro. Un futuro che sappiamo essersi già svolto. In questa quarta stagione, invisa a molti “puristi”, l’incipit che introduce il gioco è invariato: è stato necessario cambiare i nomi dei sopravvissuti, mentre il resto, per rispetto delle vittime, viene raccontato in piena aderenza ai fatti. Fargo 4 pone le fondamenta ad un regno di finzione. Si va nel profondo, ci si allontana da una zona di comfort anche geografica, per addentrarsi in un territorio dove l’epica incontra la postmodernità. Fargo 4 assimila archetipi provenienti dal più vasto ecosistema coeniano, da Barton Fink a Non è un paese per vecchi.

Uccidere, nel Minnesota delle precedenti stagioni come nel nuovo scenario del Missouri, è spesso l’unica plausibile mossa preventiva per non essere uccisi. La casualità trionfa sull’arroganza. Non è tanto Dio a scegliere la prossima vittima, quanto un Caos primordiale innescato dalla violenza degli uomini (e anche delle donne, attenzione!) “Quando i nostri piedi toccarono il suolo americano eravamo già criminali”, afferma in apertura del primo episodio la giovane, intelligente Ethelrida Pearl Smutny, frutto di un “incrocio interrazziale”, padre bianco e madre nera, aspirante dottoressa di Storia. In Fargo 4 proprio la Storia è centrale. Doctor Senator, consigliere della gang afroamericana dei Cannon, ricorda il suo impiego a Norimberga durante l’epocale Processo intentato dai vincitori, gli Alleati, ai vinti, i vertici del Nazismo, ovvero interrogare Hermann Göring in qualità di avvocato. Per ammettere, poi, che la sua presenza era stata richiesta dal suo colonnello solo per mettere a disagio il vice di Hitler, in quanto “negro”. Tre le fila della famiglia rivale, i Fadda, il brutale Gaetano appena giunto in America dalla Sardegna magnifica i suoi trascorsi squadristi. Cos’è stato il Fascismo, sembra volerci dire Hawley, se non una legalizzazione dell’omicidio? E cos’è il razzismo, se non l’effetto della macchina capitalista?

Ammazzare è business”. La morte è il banco che incassa tutte le puntate. Un caposaldo teorico di Fargo 4: criminalità, spirito imprenditoriale e politica convergono e, in definitiva, si confondono. “Non sto combattendo solo qualche italiano, sto combattendo 400 anni di Storia, sto combattendo una mentalità”. Il boss Loy Cannon sogna di sfondare nel mercato grazie all’invenzione di una tesserina di plastica che, ne è convinto, rivoluzionerà il modo di fare acquisti della classe media. L’idea della carta di credito gli viene scippata da qualcuno con la carnagione, ovviamente, lattea. Le armi sono la prosecuzione degli affari con altri mezzi. “Puoi uccidere prima lui, così io guardo?”

Oraetta Mayflower è un’infermiera che incidentalmente porta un cognome pesante (la nave Mayflower trasportò i padri pellegrini da Plymouth fino alle coste del Massachusetts, quattrocento anni fa, appunto…) Oraetta allevia le sofferenze dei malati con l’ausilio di provvidenziali iniezioni. Azioni motivate dalla misericordia? No. Oretta sottrae ai malcapitati ori ed anelli. Macabro rituale, ennesimo cortocircuito di stampo coeniano: non facevano qualcosa di simile anche i boia nazisti con gli ebrei? “Non siamo criminali, ma fuorilegge. Il criminale può diventare onesto. Il fuorilegge invece resta libero”. Thurman Smutny, il padre di Etherilda, ha un’agenzia di pompe funebri nei sotterranei di casa. Circolarità della morte, del denaro, della fortuna. Thurman deve ripagare un debito ai Cannon. E lo farà con i soldi degli stessi Cannon.

Quante Fargo troviamo in Fargo, quanti temi, quante angolature, quante prospettive? C’è il vivido ricordo della guerra, come già accennato, presente anche nella psiche tormentata di Odis Weff, il poliziotto corrotto che recita la cantilena dei “dieci piccoli indiani” per esorcizzare le sue paure. C’è la rivalità interna ai clan, la ferocia contro il metodo, l’irruenza acefala del corpulento Gaetano versus il carisma flemmatico dello smilzo Josto, e il vecchio opposto al nuovo, la tromba jazz preferita da Lemuel, figlio “snaturato” di Loy, al suono secco delle pallottole. C’è la fedeltà dell’uomo d’onore al mandato ricevuto, una scelta compiuta dal ribelle Patrick Rabbi Milligan, ex ragazzo sottoposto a travaso di identità, fermo nella decisione rischiosissima di proteggere ad ogni costo la vita del piccolo Satchel. C’è la classica evasione dal carcere, che nel prisma impazzito di Fargo 4 assume le caratteristiche di una caccia senza quartiere a due spietate pistolere da parte di Dick Deafy Wickware, uno sceriffo mormone goloso di carote e dall’udito selettivo. C’è la nota dominante del razzismo e il contrappunto del riscatto, ad esempio nell’irresistibile piglio assertivo di Ethelrida, nel suo duellare con Oraetta, nel suo usare strumentalmente le informazioni per salvare la famiglia dal disastro finanziario. C’è perfino un tocco di sovrannaturale…

Fargo è però, principalmente, nella volontà stessa degli autori, un “romanzo di formazione”. La torsione del racconto risalta nel finale, quando, in virtù di un balzo temporale, vediamo ri-comparire il personaggio di Mike Milligan, già protagonista della seconda stagione. Mike è Satchel, abbandonato a se stesso sulle strade del Kansas dopo la fine tragica e surreale di Rabbi Milligan (“se non mi rivedi o sono morto o sono in galera”, avvertimento lapidario che forse non contemplava l’essere risucchiati da un tornado…)

Business, family, country: questa è l’America, bellezza. Un’America con i suoi caino e abele pronti a sbanarsi per la supremazia, i suoi giuda in gessato blu, i suoi lazzari risorti. “Io sono italiano e il nostro Gesù lo hanno dovuto inchiodare alla croce, altrimenti lui scendeva e uccideva fino all’ultimo figlio di puttana di Gerusalemme”. Un’America di immigrati, di morti di fame, di millantatori, di deviati, di drop out. Un’America superbamente immortalata, nello splendido nono episodio quasi interamente virato in bianco e nero, in una fotografia degna delle geometrie di Andreas Feininger. Ai lati della lingua di asfalto, una strada sovrastata da grandi nuvole, spuntano cippi (Kansas Historian Marker) in memoria di Clyde Tombaugh, lo scopritore di Plutone, e inevitabili pompe di benzina alla Edward Hopper. Inquietanti cartelloni pubblicitari dalla scritta incompleta, The Future Is… interrogano gli automobilisti. Ed è qui che l’America spaccata, eternamente lacerata in due, spaventata dai fantasmi del comunismo, si materializza in un albergo diviso tra Est e Ovest, tra chi sostiene il senatore McCarthy e chi preferisce il generale Eisenhower.

L’umanità di Fargo è contesa dal caso e dall’equivoco. L’umorismo è, al solito, caustico. La scelta stilistica e strutturale di frazionare talvolta lo schermo in strisce orizzontali, verticali, o ancora in quadri, rientra nella semantica della serie, in quel tentativo reiterato di ricondurre la pluralità dei filoni narrativi a un’unità impossibile, instabile, un’unità minacciata da sovrapposizioni e giustapposizioni, esposta a contraddizioni e paradossi. Il racconto non scorre, si stratifica.

Fargo è un’attitudine, un tono, un’impostazione, un riflesso della matrice di partenza, chiaramente il film, un lavoro di approssimazione creativa, una riscrittura continuamente rianimata da nuove iniezioni di senso, o di non senso. L’innesto del tema della guerra sul fronte europeo nella storia americana, o meglio, in questo universo storico parallelo, che non è distopia, ma una consapevole falsificazione / imitazione del vero, implica un collegamento tra la follia dei personaggi e le radici di sangue del Novecento. Ne consegue un’intensificazione dei dialoghi e dei monologhi, nella direzione di una possibile spiegazione di sé, in particolare dei propri disagi, agli altri. Odis Weff motiva le sue nevrosi con i traumatici trascorsi da sminatore nell’esercito. Un luogotenente di Josto rivela a Satchel la gioventù di stenti in Italia, la battaglia di Montecassino, la successiva prigionia, l’approdo fortunoso nella terra dell’abbondanza. Dell’apprendistato da assassino di Gaetano si è detto. L’Europa, però, entra nelle case anche grazie ai dischi di Juliette Greco. Nell’ufficio di Loy è appesa la riproduzione di un quadro di Henry Regnault del 1870, Esecuzione senza processo sotto i Re Mori di Granada, la cui copia originale è esposta al Musée d’Orsay. Ethelrida si autoeduca attraverso lo studio e l’uso della lingua francese.

Il cast di Fargo 4 è una babele, per provenienza geografica e differenti background dei professionisti coinvolti. Abbiamo Chris Rock, star della stand-up comedy, Andrew Bird, celebre cantautore della scena indie, Jason Schwartzman, volto ricorrente nella filmografia di Wes Anderson, Jessie Buckley, cantante e attrice irlandese già apprezzata in Chernobyl, Ben Whishaw, visto di recente nel pregevole Little Joe di Jessica Hausner, la bravissima E’myri Crutchfield, un talento emergente da tenere d’occhio, e un piccolo plotone di attori italiani che, a parte le esperienze nel cinema, vantano presenze anche di peso nella serialità di casa nostra: Salvatore Esposito (Gomorra), Gaetano Bruno (La porta rossa), Francesco Acquaroli (Suburra) e Tommaso Ragno (Il miracolo).

Con il suo eccesso di gangsterismo e l’assenza di mostri umani memorabili, Fargo 4 si discosta dai capitoli che l’hanno preceduta. Il discorso, molto attuale, sull’identità afroamericana e sul risorgere dell’odio razziale negli Stati Uniti è affetto da un surplus di didascalismo. “L’America è la storia di un crimine… A questo Paese piace l’uomo che prende ciò che vuole, a meno che non assomigli a voi”. Voi, nelle parole di Josto, sono i neri. Non è facile riportare all’Uno la matassa degli intrecci narrativi di Fargo. Ciascun personaggio meriterebbe di essere al centro dei riflettori e alcuni pezzi di racconto decollano a fatica. La quarta stagione risulta ambiziosa nel suo tentativo di allargare il sostrato mitologico di Fargo. È una sfida al possibile scivolamento nell’autoreferenzialità di tutta la serie. Là fuori, c’è la nazione reale.

Titolo originale: Fargo – Season 4
Numero degli episodi: 11
Durata ad episodio: tra 40 e 60 minuti l’uno
Distribuzione: Sky Atlantic
Programmata in Italia: dal 27 settembre al 29 novembre 2020
Genere: Black Comedy, Crime, Drama

Consigliato a chi: bussa sempre prima di aprire una porta, ha scritto una lettera anonima per denunciare un’ingiustizia, si tiene lontano dai bambini che giocano in strada.

Sconsigliato a chi: trema quando spolvera una statuina di ceramica, ha fatto indigestione dopo aver mangiato una torta, ha nascosto i soldi in una parete e non li ritrova più.

Visioni e letture parallele:

– Tutta la saga di Fargo, dal film alle stagioni precedenti della serie;

– A proposito di radici insanguinate, l’intervista, risalente al 1927, a un sopravvissuto della nave negriera Clotilda: Zora Neale Hurston, Barracoon. L’ultimo schiavo, 66thand29 editore, 2019

– Un classico della fotografia “sul luogo del delitto”: Weegee di Weegee, Un’autobiografia, Contrasto, 2011

Una lezione da ricordare: “Come si dice? Pesce grande, stagno piccolo. Ma noi siamo il mare. Lo vedo quello che pensi. Potresti uccidere me, come quelli che hai ucciso prima di me. Ma sarebbe un errore. Perché quando vedi me, non vedi l’uomo che sta dietro di me. E l’uomo dietro a quell’uomo. E tutti gli uomini che vengono dopo. Per sempre”. (Ebal Violante, emissario dei padrini della mafia newyorchese, a Loy Cannon, pesce grande nello stagno piccolo di Kansas City).

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