Un altro giro

Un altro giro ***1/2

La carriera di Thomas Vinterberg, cinquantenne regista danese, firmatario con Von Trier dello storico manifesto Dogma 95, è cominciata con i primi cortometraggi già nel 1990 ed è sempre stata caratterizzata da episodici exploit, straordinariamente felici, in mezzo a troppi film certamente dimenticabili, se non decisamente irritanti: Un altro giro è il suo dodicesimo lungometraggio, inserito nella selezione ufficiale di Cannes 2020 e poi passato in concorso alla Festa di Roma, prima di vincere il BFI Festival di Londra e trionfare con i quattro premi maggiori agli European Film Awards, come miglior film europeo dell’anno.

Il film si apre sulle immagini di una curiosa gara di corsa alcolica, che coinvolge festosamente i giovani studenti di un liceo locale.

La preside è preoccupata degli eccessi dei suoi alunni, ma quattro insegnati quarantenni, Martin, Tommy, Peter e Nikolaj, amici da una vita e chiusi in rapporti familiari e professionali sempre più frustranti, decidono invece di sperimentare la teoria dello psichiatra Finn Skarderud, secondo cui una leggera euforia alcolica, mantenuta costantemente durante la giornata, aiuti a vivere meglio, superando emotività e ansie quotidiane.

E così i quattro amici, decidono di affrontare una sorta di surreale esperimento sociale in tre fasi: nella prima alzeranno il tasso alcolico allo 0,05%, nella seconda decideranno di farlo salire ancora, arrivando alla quantità ideale per ciascuno, fino a massimizzarne gli effetti, nella terza infine si spingeranno sino al limite massimo tollerabile, ubriacandosi di sezerac.

Se all’inizio l’esperimento sembra funzionare, soprattutto per Martin, il professore di storia – che torna ad insegnare con l’entusiasmo e l’inventiva degli inizi, recuperando anche il rapporto con la moglie, in una gita autunnale in canoa, che riaccende il fuoco anche sentimentale tra i due – alla lunga gli effetti collaterali diventano sempre più evidenti.

Già nella seconda fase è solo la reputazione dei quattro e il loro ruolo sociale a salvarli dal sospetto di colleghi, alunni e superiori, mentre la terza si risolve in un disastro annunciato.

Il film di Vinterberg è una commedia generazionale, che coglie perfettamente lo smarrimento dei suoi protagonisti, i tradimenti personali e professionali a cui si sono piegati, le scorciatoie che hanno imboccato, per imbastire una routine, che mostra la corda.

L’esperimento alcolico ovviamente non è la soluzione, ma il carburante che mette in moto un cambiamento, che nasce da una riflessione individuale e collettiva sulla necessità di rompere quella routine, tornando all’entusiasmo generoso e incosciente dei vent’anni.

Il nostro è il tempo della gioventù infinita. Dell’incapacità diffusa di venire a patti con l’età adulta, con le sue responsabilità, con il sacrificio necessario a costruire realtà complesse – nella propria vita personale, come in quella professionale – capaci di resistere alle delusioni momentanee o ai capricci del desiderio o alle forze centrifughe di un individualismo, sempre più decisivo.

In questa dimensione Un altro giro si pone, esso stesso, come un curioso esperimento sociale, che espone tutti i suoi limiti, che non ha soluzioni semplici, ma che pone i suoi quattro protagonisti davanti alle proprie inadeguatezze, con quella lucidità, che forse solo una leggera ebbrezza rende possibile.

Vinterberg non ha paura di costruire un piccolo elogio dei piaceri alcolici, ma lo fa senza ipocrisia, mostrandone anche le derive patologiche e auto-distruttive, uscendo dal moralismo puritano e bigotto, che sembra unire il nordeuropa all’america.

Il suo film è un invito a prendersi la responsabilità delle proprie scelte, ad avere il coraggio di costruire assieme agli altri, senza perdere la propria identità.

Formidabile il quartetto degli attori, Thomas Bo Larsen, Magnus Millang, Lars Ranthe e Mads Mikkelsen, che quando torna a girare in Danimarca, riguadagna la statura e la grandezza di un protagonista. Vinterberg sembra assecondarne gli istinti recitativi, le idee febbrili, con una macchina da presa sempre mobile e spesso a mano.

Ne esce un film squilibrato, nell’impianto visivo e nell’alternanza di elementi drammatici e comici, ma profondamente felice, persino complice dei suoi personaggi.

Un altro giro è uno sberleffo ambiguo, scorretto, provocatorio, pieno di affetto e sentimenti, capace di trovare un finale liberatorio, catartico, esagerato, che cancella ogni aridità, con lo slancio entusiastico di chi non si rassegna e rilancia la sua inesauribile sete di vita, in una scatenata danza dionisiaca.

Da non perdere. In Italia con Movies Inspired.

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